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L'opinione
 

Nando Dalla Chiesa: "Impossibile controllare un mafioso ai domiciliari"

07/05/2020  Docente di Sociologia della criminalità organizzata, Nando Dalla Chiesa, interviene sul tema delle scarcerazioni e sulla bufera nel sistema giustizia: "La mafia non è un crimine comune richiede una cultura specifica e sulla fase due pende un rischio mafia". Sul caso Di Matteo - Bonafede: "La Tv non è il luogo adatto, certe cose si dicono nelle sedi istituzionali".

Tra la bufera sulle scarcerazioni di detenuti per reati di mafia, le dimissioni dei vertici del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il rischio infiltrazioni nella fase 2, lo scontro tra il magistrato antimafia Nino Di Matteo, oggi al Csm, e il ministro della giustizia Alfonso Bonafede in diretta Tv, il tema della criminalità organizzata ritorna in queste ore ripetutamente alla ribalta associato alla crisi dovuta al Covid.

Abbiamo chiesto a Nando Dalla Chiesa, professore di Sociologia della criminalità organizzata alla Statale di Milano quali sono i problemi che si pongono i questo momento.

Quanto la cosiddetta “fase due” può rappresentare un fattore di rischio dal punto di vista degli appetiti mafiosi. Dov’è il punto di equilibrio tra le necessità di accelerare le procedure per riaprire senza allentare i controlli?

«Non si può far pensare che la lotta alla mafia pregiudichi lo sviluppo o la cura dei disagi prodotti dalla pandemia. Il contrasto al crimine organizzato non può essere una scusa per rallentare e neppure può essere allentato. Io penso che il modello giusto non solo in emergenza sia: meno carte che si autodichiarano e più capacità di analisi immediata e paletti per chi deve essere autorizzato a partecipare a lavori pubblici. Io vedo due diversi fattori di rischio: l’usura e i lavori pubblici».

Possiamo spiegare come si concretizza il rischio?

«Per l’usura bisogna coinvolgere Governo e banche insieme. Il Governo deve poter dare subito quanto ha promesso e le banche devono saper arrivare in soccorso dei piccoli imprenditori, cosa che non hanno mai fatto, ora devono farlo nell’interesse del paese prima che arrivi il malaffare. Alcune banche hanno cose da farsi rimproverare nella storia del Paese, facciano propria questa bandiera nell’interesse della collettività. Sulle gare d’appalto per lavori pubblici bisogna dare regole chiare per decidere chi è dentro e chi è fuori. Faccio un esempio: chi ha sede in paradisi fiscali fuori: chi toglie soldi allo Stato poi non può partecipare alla spartizione di risorse pubbliche. Hai tre operai? Non partecipi a bandi per lavori pubblici, perché è chiaro che sei a rischio di subappalti con lavoro nero. Non hai mai fatto questo lavoro? Non partecipi a meno che non sia un’associazione temporanea di scopo tra imprese che abbiano una storia che dia garanzie di sostenere determinati impegni».

L’altro grande tema è la questione carceraria: il Covid ha fatto emergere l’annoso problema delle condizioni di affollamento, dall’altra parte ha portato all’avvicendamento dei vertici del Dap per la vicenda della concessione dei domiciliari anche ad alcuni detenuti per criminalità organizzata. Che idea si è fatto di questa situazione?

«Ci sono due ordini di problemi, il primo è quello dell’affollamento carcerario e direi che ormai le hanno sperimentate tutte, quelli che non trovano soluzioni alternative al di sotto di una certa pericolosità sociale sono quelli che non hanno una dimora fissa, anche se si potrebbero trovare anche delle soluzioni politiche: non possiamo dire che gli unici che non possono uscire sono gli stranieri perché non hanno dimora fissa, ma con le proporzioni che ci sono in certe carceri rischia di essere effettivamente così. Dopodiché, non è un delitto costruire nuove carceri se c’è sovraffollamento e dobbiamo dare standard decenti di detenzione. L’altro problema che non si vuole risolvere riguarda i giudici di sorveglianza: troppo spesso svolgono questa parte senza avere cultura specifica sul fenomeno mafioso, sarebbe meglio se perizie psichiatriche e mediche venissero analizzate da un unico centro molto forte e protetto non da singoli giudici».

C’è il rischio che il giudice si trovi più esposto in questa situazione?

«Sì, perché sono soli. Un nucleo protetto in cui ci sono più persone e che siano a contatto con la procura nazionale antimafia perché di dinamiche mafiose qualcosa capiscano renderebbe i singoli meno esposti e al riparo da fraintendimenti: con tutto il rispetto, come si fa a dire che si mette un mafioso ai domiciliari "sotto stretto controllo", vuol dire non aver chiaro che quando si parla di un mafioso il problema non è il braccialetto elettronico ma il controllo del territorio che si può fare anche dai domiciliari. Non vorrei dire: io sono a casa da due mesi, ma sono in costante contatto con 80 studenti da 80 case diverse, se avessi un braccialetto elettronico sarei diligentissimo sulla carta, ma potrei impartire mille ordini chiuso qui dentro. Con questa dinamica rischiamo di dare a un mafioso un quartier generale da cui amministrare i suoi affari».

Intanto il 30 aprile un decreto legge ha previsto che sia la Procura Nazionale Antimafia a dare parere sulle richieste di domiciliari per motivi di salute in caso di reati di mafia, non è la stessa cosa del centro protetto che dice lei, è comunque utile?

«Già qualcosa, perché almeno c’è qualcuno che capisce di mafia e dà il suo parere. Un mafioso, un camorrista non è un criminale comune, per lui tornare nel suo Paese è decisivo, e infatti per restarci sono disposti a vivere sottoterra nei bunker. Non si può ignorare questo, il compito di un magistrato anche di sorveglianza è non sottrarre diritti fondamentali e insieme difendere la collettività. Qual è la funzione rieducativa della pena se poi di fatto si consente a un mafioso di curare i suoi affari?».

L’avvicendamento al Dap ha portato anche alla rivelazione di un retroscena risalente a due anni fa riguardo alla nomina alla direzione di quell’ufficio. Il Pm Nino Di Matteo, oggi in Csm, in una telefonata in diretta al programma Non è l’Arena ha svelato di essere stato chiamato dal Ministro Bonafede per quel ruolo due anni fa e che poi invece nel giro di 48 ore era stato scelto un altro. Il ministro in una contro-telefonata sempre in diretta ha replicato dando la sua versione e rivendicato la correttezza del proprio operato. Ma intanto ne è nato un conflitto tra poteri dello stato e relativo polverone di strumentalizzazioni d’opposto segno.

Un’arena televisiva è il luogo adatto per affrontare una questione così delicata, in cui tra l’altro si adombra tra le righe il sospetto che la nomina abbia cambiato direzione perché sgradita ai boss?

«Il punto è proprio questo: io ho stima di Nino Di Matteo, ma penso che un tema come questo andasse affrontato a tempo debito nelle sedi istituzionali. Queste cose si dicono davanti alla Commissione antimafia se si viene interrogati, se lo si ritiene necessario si chiede di essere ascoltati dalla Commissione antimafia, da una commissione di giustizia dal Consiglio superiore della magistratura, anche perché la Tv non è contesto che consenta di fare chiarezza, semmai si presta al rischio alimentare strumentalizzazioni».

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