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Napolitano: dobbiamo agire subito

31/12/2012  L'ultimo discorso del settennato di Giorgio Napolitano: un'analisi della realtà italiana senza concessioni. Nemmeno ai "tecnici".

Il presidente Giorgio Napolitano (Reuters).
Il presidente Giorgio Napolitano (Reuters).

Sono molti gli spunti di rilievo nel messaggio tv di Giorgio Napolitano, ma uno si impone su tutti. E’ la parola subito. “Si deve agire distribuendo meglio, subito, i pesi dello sforzo di risanamento indispensabile, definendo in modo meno indiscriminato e automatico sia gli inasprimenti fiscali sia i tagli della spesa pubblica”. E più avanti: per far ripartire economia e occupazione, per dare una speranza ai giovani bisogna agire fin d’ora, “senza limitarsi ad attendere che nella seconda metà del 2013 inizi una ripresa della crescita”. Moniti severi per l’immediato avvenire, giudizio duro sul presente.


E’ vero che, capitolo per capitolo, quello di Napolitano può anche essere interpretato come il discorso della fiducia. A consentire la speranza sono le tante energie nazionali, a cominciare da quelle fin qui compresse e misconosciute delle ultime generazioni. Ovvio comunque che in questa chiave, e in questa occasione, il capo dello Stato non poteva esprimersi diversamente. E’ la stessa sua carica che gli impone ottimismo. Fatta però questa premessa, e sfrondato il rituale di fine d’anno, si può ben dire che gli italiani hanno ascoltato da lui un discorso sulla realtà.

Uno dopo l’altro, appunto, il Presidente ha elencato tutti i maggiori guai dell’attualità, gli interventi mancati o sbagliati, gli enormi e colpevoli squilibri per cui si è passati, in Italia, dal disagio sociale a una vera e propria “questione sociale”. In proposito il governo Monti è stato  elogiato – ma non con troppo calore - per quanto concerne il risanamento “indispensabile”. Ossia conti pubblici e spread. Quando però Napolitano parla di tasse e tagli “indiscriminati e automatici”, la critica ai “tecnici” è palese. Lo stesso quando fa capire che non si prevedono miglioramenti prima di un anno, “la seconda metà del 2013”. Ammesso poi che non subentri il peggio.

Il Presidente avverte che, come sempre, non è suo compito né proposito l’intervento su progetti politici e formule governative. Questo è un campo ristretto ai partiti, compresi quei movimenti di nuova formazione che, si spera, non imiteranno i logori e arroganti predecessori. Tuttavia, come si evince dalle sue parole, Napolitano si aspetta una svolta di sostanza dal Governo che uscirà a fine febbraio. E che sarà lui stesso, non dimentichiamolo, a insediare. D’accordo cioè sull’oculatezza economica e sulla ferrea aderenza al progetto europeo. Ma non più a spese di chi deve chiudere l’azienda, di chi non trova lavoro, di chi è già massacrato dal fisco e continua a pagare, sempre più invelenito, mentre gli evasori se la spassano.

Altri punti del discorso di fine d’anno meriterebbero ampia citazione: le riforme eluse, a cominciare dalla Giustizia, la denuncia della dilagante corruzione, i privilegi e gli abusi a tutti i livelli, i centri di potere periferico divenuti luoghi di malaffare, il dramma delle carceri, i figli degli immigrati che non hanno cittadinanza sebbene nati e vissuti in Italia, la criminalità comune, la violenza contro le donne. Ma, dopo il ”subito” e il “fin  d’ora”, elementi di base, va ancora segnalato un punto focale del discorso: la campagna elettorale come si presenta e come minaccia di diventare.

Non aver riformato la legge elettorale detta Porcellum resta, per Napolitano, un vulnus colpevole e irresponsabile. Per lo meno, adesso, si cerchi di andare alle urne in un clima civile, guardando non alla rissa per il potere ma al bene comune. Se per il Presidente la candidatura di Monti non è uno scandalo, a condizione beninteso che il Governo rimanga ora nei suoi limiti di ordinaria amministrazione, e soprattutto garantisca la regolarità del voto, sappiamo bene come il tema stia già scatenando violente polemiche. 

Si aggiunga poi il Berlusconi che progetta inchieste parlamentari contro Monti e, sragionando, contro lo stesso presidente della Repubblica. Si aggiungano gli infiniti rivoli che stanno confluendo nel torrente pre-elettorale. Ci si chieda come mai i seguaci di Renzi sono scomparsi, lasciando la guida del Pd all’apparato e premiando Niki Vendola. Si cerchi di capire che cos’è e dove andrà la coalizione di centro. Si tenga conto infine degli interessi in gioco, leciti e meno leciti. Tirando le somme, arriveremo a un quadro che poco si concilia con gli auspici distensivi del Quirinale. Sperando, superfluo dirlo, che la sua fiducia prevalga alla fine sul pessimismo.                                                        

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