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martedì 23 luglio 2024
 
Giovani e natalità
 

I giovani parlano di natalità: «Vi chiediamo aiuto perché ci sentiamo abbandonati»

24/03/2023  «Il figlio non lo fai perché il commercialista ti dà il permesso. Ma perché lo desideri e vuoi dare la vita.  Eppure la società, oggi, toglie ogni desiderio di diventare genitore. Senza questo il welfare non basta». Alcuni ragazzi, in occasione dell'evento organizzato per chiedere al Parlamento italiano l’istituzione della Giornata della vita nascente, incontrano i politici e portano le loro riflessioni riguardo le paure nel diventare genitori

«Sono l’ultimo di 4 figli, quando già, facendo parte di una famiglia numerosa eravamo visti come degli alieni. Oggi per promuovere la natalità ci vuole di più, come l’aumento del congedo per il papà e  più asili nido. Il quoziente familiare è un passo avanti ma non basta è necessario un intervento a livello aziendale che porti a una detassazione  concreta su busta paga. Ci sono già aziende che premiano chi fa figli da prendere come esempio», così interviene Simone Bennati, 35 anni, uno dei giovani che ha partecipato all'evento Progettare la vita – I giovani incontrano la politica per una primavera demografica portando la sua interessante testimonianza, ricordando che riguardo il tema “famiglia e natalità” manca completamente una pubblicità positiva: «il figlio non lo fai perché il commercialista ti dà il permesso. Ma perché lo desideri e vuoi dare la vita.  Eppure la società oggi toglie il desiderio di avere i figli. Per questo bisogna promuovere la cultura della famiglia e la bellezza di mettere al mondo dei bambini. Senza questo il welfare non basta».

L’evento ha avuto come scopo quello di chiedere al Parlamento italiano l’istituzione della Giornata della vita nascente (nella data del 25 marzo). Una giornata che possa diventare una ricorrenza istituzionale, per promuovere la cultura della vita e della natalità, aprire un grande dibattito sui temi della maternità, della paternità e della procreazione, creare un clima favorevole all’accoglienza della vita nascente e della vita fragile, coinvolgendo la classe politica, le giovani generazioni e l’opinione pubblica.

E se in apertura Giancarlo Blangiardo, presidente dell’Istat, ha riportato i dati sempre più allarmanti sulla denatalità che registrano un nuovo record negativo (nel 2022 si contano 392.598 nascite, 7.651 in meno rispetto al 2021 pari a -1,9%), la ministra della famiglia Eugenia Roccella, ha poi sottolineato che oggettive difficoltà economici a parte «abbiamo oggi anche un problema culturale, tanto è vero che c’erano più nascite quando il paese era in povertà o sotto le bombe. Il paradosso è che il benessere sembra dare meno figli. Scopo della giornata della vita nascente dovrebbe essere parlare della maternità, dei bambini, del parto, dell’allattamento e del diventare padre, illustrando le buone pratiche, che ci sono, per condividerle. Ci vuole la volontà di tutte le forze in campo per arginare e fermare questo fenomeno preoccupante per il nostro Paese e il mondo occidentale contribuendo allo sforzo collettivo di andare verso una primavera demografica».

Testimonianza di come questa cultura positiva nei confronti della maternità sia ancora lontana da venire è quella di una giovane di 32 anni che preferisce restare anonima: «Lavoro per un’azienda privata e voglio raccontare le difficoltà che si incontrano davanti anche solo all’ipotesi di un figlio in un ambiente di lavoro. Come chiedere ai colloqui se si ha un compagno o sentirsi dire “vuoi fare anche a noi questo danno?” parlandi di una gravidanza. E’ chiaro che   prima arriva la stabilità economica e prima si mette su famiglia. A 32 anni ho finalmente un contratto dopo 8 anni di stage.  Prima non potevo neanche pensare di avere un bambino. Bisogna evitare che le aziende rendano i contratti sfavorevoli per il dipendente, offrendo stage o contratti atipici e comunque stipendi bassi che non permettono la stabilità economica. Ci vuole coraggio e poi, ammesso che ci sia il lavoro, l’incompatibilità con il diventare genitori è dovuta anche al congedo troppo breve. Va ampliato, sia per le mamme che per i papà. E va favorito lo smart working. Vi chiediamo aiuto perché ci sentiamo abbandonati».

«Siamo qui per offrire la nostra esperienza di ragazzi che nella condizione di nuovi genitori si sono scoperti soli nudi e inermi affrontando una  situazione che per molti di nostri coetanei era senza via di uscita» ha dichiarato  Alberto Mantovani, 25 anni, giovanissimo papà di una bimba di 5 che ha cresciuto da studente con tutte le fatiche che comporta il coraggio di accogliere una vita che arriva inaspettatamente: «Chiediamo la comprensione della nostra realtà: chi è studente genitore ha bisogno di tempo per crescere i propri figli». «Ho portato a termine il corso di studi brillantemente grazie all'aiuto dei nonni e del mio compagno ma chi non ha la mia fortuna deve avere un sostegno dallo Stato» aggiunge Francesca Zanellato, anch'essa venticinquenne, mamma di sua figlia. «Noi genitori studenti oltre a seguire le lezioni dobbiamo studiare. È molto difficile trovare il tempo e non abbiamo un riconoscimento come i lavoratori con congedi parentali e per l’allattamento».

Purtroppo per questioni di tempo non tutti i ragazzi presenti hanno potuto parlare. Un vero peccato, ma chi lo ha fatto ha regalato uno spaccato su questa generazione di giovani e sui loro concreti bisogni.  E i politici? Tutti concordi (anche se di schieramenti diversi) sull’importanza di un radicale cambio di mentalità. È chiaro a tutti che al momento la denatalità dipende dai motivi economici e dalla mancanza di politiche familiari, servizi e sostegni. Ma è anche vero che, a differenza delle generazioni precedenti che  avevano progettualità e credevano in un futuro  positivo, a chi è giovane adesso è venuta meno la speranza che il futuro possa essere migliore di quello di oggi.

 
 
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