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lunedì 17 gennaio 2022
 
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Nel carcere più violento: «Gesù vuole risollevarci»

10/07/2015  L'ha detto il Papa incontrando i detenuti del Centro di rieducazione di Palmasola di Santa Cruz de la Sierra, prima di salutare i vescovi della Bolivia e volare in Paraguay, dov'è adesso. L’istituto penitenziario è il più grande della regione: esteso 10 mila metri quadrati, pur avendo una capienza di 800 posti, ospita attualmente 5 mila persone.

Bolivia, 10 luglio 2015. Il Papa incontra i detenuti del penitenziario di Palmasola a Santa Cruz de la Sierra. Spesso i figli dei carcerati vivono con il genitore detenuto, specialmente se si tratta della mamma. Questa foto e quella in alto sono dell'agenzia Reuters.
Bolivia, 10 luglio 2015. Il Papa incontra i detenuti del penitenziario di Palmasola a Santa Cruz de la Sierra. Spesso i figli dei carcerati vivono con il genitore detenuto, specialmente se si tratta della mamma. Questa foto e quella in alto sono dell'agenzia Reuters.

«Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati». Visitando il Centro di Rieducazione Santa Cruz-Palmasola, prima di incontrarsi con i vescovi per il congedo dalla Bolivia, diretto in Paraguay, dove si trova adesso, Papa Francesco si è presentato così ai carcerati. «Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre», ha proseguito, spiegando che l’amore che Dio ha per noi è «un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta».

«Pietro e Paolo, discepoli di Gesù, sono stati anche prigionieri, sono stati anche privati della libertà», ha ricordato Jorge Mario Bergoglio: «In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, nell’oscurità che può scaturire dal non senso. E’ stata la preghiera. Personale e comunitaria». La preghiera, ha spiegato il Papa, «ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare». E’ «una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri famigliari».

Bolivia, 10 luglio 2015. Il Papa incontra i detenuti del penitenziario di Palmasola a Santa Cruz de la Sierra. Spesso i figli dei carcerati vivono con il genitore detenuto, specialmente se si tratta della mamma. Questa foto e quella di copertina sono dell'agenzia Ansa.
Bolivia, 10 luglio 2015. Il Papa incontra i detenuti del penitenziario di Palmasola a Santa Cruz de la Sierra. Spesso i figli dei carcerati vivono con il genitore detenuto, specialmente se si tratta della mamma. Questa foto e quella di copertina sono dell'agenzia Ansa.

«Quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare», ha assicurato il Papa, esortando i  detenuti di Santa Cruz ad affidare al «volto» di Gesù crocifisso «le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe». «Gesù vuole risollevarci sempre», ha poi aggiunto il Papa: «Questa certezza ci spinge a lavorare per la nostra dignità».

«La reclusione non è lo stesso di esclusione - ha ammonito Francesco -
perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società». «Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto», ha ammesso il Papa: «il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi».

A tutto il personale del Centro, il Papa ha assegnato il compito «di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere, di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona».
L’istituto penitenziario visitato dal Papa è il più grande della regione: esteso 10 mila metri quadrati, pur avendo una capienza di 800 posti (600 uomini e 200 donne), ospita attualmente 5 mila persone. Spesso i figli dei detenuti vivono accanto al genitore incarcerato, specialmente se si tratta della mamma. Inoltre, come accade in molte altre prigioni (si pensi, ad esempio, a San Pedro, ribattezzato il penitenziario più pazzo al mondo, nel cuore di La Paz), chi ha soldi o potere riesce a far entrare un po' di tutto: cellulari, alcol, droga, prostitute. Anche armi. Cosa che genera differenti trattamenti e causa tensioni. Nel 2013, a Santa Cruz-Palmasola,  nello scontro fra bande rivali culminato in un incendio persero la vita una trentina di persone, tra cui un bimbo di due anni, Leonardito, diventato il simbolo delle tante ingiustizie che si vivono lì e altrove, dietro le sbarre. Papa Francesco ha portato una ventata di speranza e di riconciliazione. 

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Il Papa in Paraguay: fede, felicità e fango
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