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mercoledì 22 settembre 2021
 
Il Salone dell'edtoria sociale a Roma
 

Nell'epoca della “grande mutazione”

03/11/2013  Si è conclusa domenica 3 novembre la quinta edizione del Salone dell'editoria sociale: 40 incontri e presentazioni di libri, 22 stand, 40 editori presenti e diverse Ong. Il filo conduttore? Quella grande trasformazione che ha mutato i cittadini in consumatori, l’economia in un grande centro commerciale, la politica in ancella di interessi finanziari e speculativi, la cultura in un inutile rito consolatorio.

«Bisogna cercare le parole per raccontare la crisi, che è anche una crisi di valori. La letteratura e la saggistica, in modi diversi, sono uno strumento per farlo». Con queste parole l’assessore alla Cultura della Regione Lazio, Lidia Ravera, ha inaugurato la quinta edizione del Salone dell’editoria sociale, organizzato a Roma dalle Edizioni dell’Asino, dalla rivista Lo Straniero, dalle associazioni Gli Asini e Lunaria, dall’agenzia giornalistica Redattore sociale e dalla Comunità di Capodarco (Famiglia Cristiana è media partner).

La cultura ha senso in un momento di austerity? Quale? Queste le domande che hanno fatto da filo conduttore. Secondo Lidia Ravera, anche in un contesto di crisi, «la cultura continua a svolgere un ruolo fondamentale, come dimostrato dal presidente americano Roosevelt, che dopo la crisi del 1929 ha investito ancora di più nel settore». Giuliano Battiston, a nome degli organizzatori, spiega che lo scopo principale del Salone è stato proprio quello di «mettere in relazione quanti operano nell’editoria sociale e quanti invece operano nel terzo settore, nel volontariato, nelle organizzazioni non governative», affinché la cultura recuperi la «sua funzione critica, di orientamento della società».

Un trentennio di politiche neoliberiste hanno cambiato la politica, la società, i consumi

Per farlo, i promotori del Salone hanno proposto quatto giorni di incontri, da giovedì fino a domenica 3 novembre, con più di 40 incontri tra tavole rotonde, dibattiti, presentazioni di libri, musica e video, 22 stand, 40 editori e Ong. La location è stata Porta Futuro, il più importante e innovativo centro di formazione ed accompagnamento al lavoro d’Italia, nel cuore di Testaccio.

Il titolo del Salone è “La grande mutazione”. «Quella prodotta», spiegano Giulio Marcon e Goffredo Fofi, tra gli organizzatori, «non solo dai sei anni di crisi economica che ha colpito il mondo dalla fine del 2007, ma da un trentennio di politiche neoliberiste che hanno cambiato la politica, la società, i modelli produttivi, i consumi, i comportamenti e persino l’antropologia di una parte consistente del nostro pianeta. E che vede mutare i cittadini in consumatori, l’economia in un grande casinò o centro commerciale, la politica in una ancella degli interessi di finanzieri e speculatori, la cultura in un inutile rito consolatorio».

La “grande mutazione” evoca quella “grande trasformazione” che ha raccontato l’economista ungherese Polanyi nell’omonimo libro, descrivendo il passaggio – tra il XVI e il XVII secolo – da una società che incorpora l’economia a un mercato che ingloba la società.

C'è bisogno di rimettere al centro la dimensione etica, dell’esempio, del “ben fare”

  

«Con questa edizione», aggiungono Marcon e Fofi, «vogliamo ricordare che la crisi globale che stiamo attraversando non è contingente, né legata solamente al declino dei sistemi produttivi o di uno specifico modello economico. Ha bisogno di una rivoluzione del modo di pensare, di comportarsi: di rimettere al centro la dimensione etica, dell’esempio, del “ben fare” e di un paradigma differente del rapporto tra economia e politica, ecologia e tecnica, società e individuo».

A parlarne, 130 ospiti italiani e stranieri. Don Vinicio Albanesi ha presentato la sua autobiografia “La finestra sulla strada”, l’intellettuale polacco Adam Michnik e il sociologo tedesco Claus Offe si sono interrogati su “Che fare dell’Europa?”, mentre Giuseppe de Rita e Raniero La Valle riflettevano su “Dossetti. Religione e politica”.

E poi tanti altri nomi, dai ministri Giovannini e Kyenge a Luigi Manconi e Stefano Rodotà. La nostra cecità verso l’“altro” è stata messa in musica dai Fratelli Mancuso, interpreti della tradizione folklorica siciliana, premiati all’ultima Mostra del Cinema di Venezia per la migliore colonna sonora. E ancora, dibattiti sull’eredità delle guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, sui diritti dei carcerati e sull’immigrazione.

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