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Nell'incontro si comunica il gusto dell'umano

23/01/2015  Don Marco Sanavio commenta il messaggio di papa Francesco per la 49esima Giornata delle Comunicazioni sociali che si celebra il 17 maggio prossimo: anche quando la comunicazione transita attraverso l’elettronica è la "cornice umana" che le dà corpo, spessore e significato

In fisica il fenomeno si chiama “risonanza” e spesso lo si mostra agli studenti degli istituti superiori con un paio di diapason: si percuote il primo con un martelletto e il secondo si mette a vibrare spontaneamente, senza essere toccato, perché viene raggiunto da una frequenza in grado di amplificare il moto spesso dell’oggetto. A pensarci bene questa immagine riecheggia quanto accade tra Maria e la cugina Elisabetta nel momento in cui le due madri, e di conseguenza i due figli portati nei rispettivi grembi, sottolineano il mistero dell’incontro. Parte da qui la prima delle quattro sottolineature che possono aiutarci a leggere il messaggio di papa Francesco per la 49esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (17 maggio) presentato venerdì in Sala Stampa vaticana.  

1. Linguaggio del corpo: dall’umano all’umano.

Quando si toccano le corde più profonde del nostro essere è possibile che di fronte a noi avvenga una reazione che suscita empatia che può limitarsi anche al solo linguaggio del corpo. Stringere la mano di chi è steso sul letto di un ospedale può essere molto più efficace di decine di parole spese per consolare. Anche quando la comunicazione transita attraverso l’elettronica è la “cornice umana” che le dà corpo, spessore e significato. Chi codifica e chi decodifica la comunicazione più profonda, dunque, non possono che essere due esseri umani che nativamente si incontrano o si confrontano in attitudini, valori, bisogni.

2 Linguaggio del “grembo”: parola deficitaria a parola accessibile.

  

La parola detta e ascoltata è prioritaria anche sull’alfabeto, che è una invenzione umana e nasce circa nel quarto millennio avanti Cristo, molti secoli dopo la comparsa dell’uomo sulla Terra. La parola è potente, crea (Dio disse: «sia la luce»), è  dono del sapere, è canale di contatto con Dio ma può anche distruggere, disintegrare nel profondo se non riesce ad emergere fuori da noi. Più che la parola in sé conta il linguaggio che è sì veicolo di conoscenza ma anche del legame. Se questo legame, però, viene ostacolato dai deficit motori, sensoriali,  cognitivi o anche dai deficit emotivi che ci allontanano quotidianamente gli uni dagli altri rischia di spegnersi l’intero linguaggio. Il grembo allora può allargarsi: da quello materno si transita a quello comunitario che diventa una rete di relazioni in grado di sanare il deficit. Nessuno si salva da solo. La parola in grado di salvarci fa appello ad un Padre nostro, che implica già una apertura all’altro anche nel rivolgersi a Dio in modo personale.

3 Il linguaggio della preghiera: dall’essere benedetti al dire bene.

È l’esperienza della creatura che risponde all’amore che Dio le manifesta gratuitamente, senza necessità di dover rispondere ad alcuna esigenza. Un Dio che riduce le distanza tra noi e lui, che si fa prossimo e debole, che ci raggiunge con la sua benedizione  non può che provocarci ad una risposta di gratitudine per aver tolto ostacoli e distacchi. Non è un dono banale, ma uno stile didattico che ci spiega, già nel ricevere amore sin dai primi istanti di vita è implicito un invito a condividerlo. In una dimensione di comunicazione elettronica nella quale i rapporti avvelenati creano profondi disagi esistenziali in giovani e meno giovani è importante promuovere una cultura del rispetto che restituisca valore all’altro. Si parte dalla famiglia ma si termina nelle prolunghe di relazione digitale perché oggi le relazioni della famiglia transitano e sono sostenute anche dall’elettronica.

4 Il linguaggio narrativo: dal freddo della nozione al calore del racconto

  

Se c’è una dimensione che può contribuire in maniera efficace al nascere dei valori più profondi e dello stesso itinerario di fede è proprio quella emotiva, come sembrano aver confermato gli studi delle neuroscienze negli anni Novanta (cfr Damasio, Ledoux). «La fiaba –ha detto Gianni Rodari – è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo». Come la narrazione in famiglia apre all’esperienza del mondo, così la narrazione sacra apre la via all’esperienza di Dio. Prima ancora che il contenuto è la forma narratologica stessa della Bibbia che coinvolge emotivamente e dischiude all’esperienza del Sacro. In questa ottica la Rivelazione, come suggerisce il monaco benedettino Giorgio Bonaccorso, non appare come mera comunicazione di verità ma come intercettazione di relazioni. E oggi come mai tutta la comunicazione mediata dall’elettronica è fitta di relazioni. 

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