Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
mercoledì 29 maggio 2024
 
lampedusa
 

Nell'isola di Maria si "respira" il suo abbraccio a naufraghi e vittime delle migrazioni

06/10/2023  Non solo il santuario della Madonna di Porto Salvo, qui ogni angolo (persino il fondale marino) parla di Lei. Ma la cosa che più colpisce è vedere cristiani e musulmani invocarla assieme. Come ogni 3 ottobre, anniversario del naufragio del 2013 che provocò 368 vittime accertate e 20 dispersi, una delle più gravi catastrofi nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. «Tra i corpi recuperati al largo ne sono stati trovati tanti che stringevano tra le labbra come un’ultima supplica, il Crocifisso, la coroncina o le medagliette della Vergine», dice il medico Pietro Bartolo. E suor Ausilia, salesiana che si occupa dei residenti e degli immigrati: «Al tramonto tutti partecipano con grande trasporto al Rosario perpetuo. Di recente abbiamo pregato per la guarigione di un ragazzino di 11 anni». La forza di un culto tra passato e presente

Lampedusa è l’isola di Maria. Il suo sguardo misericordioso si posa ovunque: sul molo Favaloro, dove approdano i barchini dei migranti e sbarcano i naufraghi soccorsi dalle motovedette della Guardia Costiera, accolti dall’imponente statua della Madonna di Porto Salvo, che pare quasi scrutare l’orizzonte delle sponde africane; nelle case dei lampedusani, in cui molte famiglie si radunano almeno una volta a settimana per sgranare i chicchi del rosario di fronte a piccoli altari della Madre di Gesù disposti sulle credenze o sui comodini; nella statua della Vergine posata sul fondo del mare, meta di tanti  subacquei; persino tra gli scogli di Cala Madonna, dove una statuetta di Maria è stata posata nella grotta marina che costeggia la spiaggia, a imitazione di quella di Lourdes, incurante degli spruzzi provocati dalle onde. «L’ultimo sabato di fine mese, nella chiesa di San Gerlando, al tramonto si recita il Rosario perpetuo con grande partecipazione dei lampedusani», ci dice suor Ausilia, suora salesiana che dedica le sue giornate ad assistere gli abitanti e i migranti dell’isola, uno dei punti di riferimento di questa comunità di 5mila abitanti. «Ma la residenza di Maria, qui a Lampedusa, è il santuario della Madonna di Porto Salvo». La statua della patrona dell’isola è ospitata in una chiesetta che pare un tempio ortodosso, dove predominano l’azzurro e il bianco, come il mare e la sua schiuma, incastonata nella roccia di tufo, in un’oasi di ulivi, fichi e orchidee. La si raggiunge facilmente sulla strada che porta alla spiaggia dei Conigli, anticipo del Paradiso in terra, dove nascono le tartarughe Caretta Caretta e sorge la villa appiattita sulla sabbia che apparteneva a Domenico Modugno. E dove il mare è talmente limpido che le barche sembrano sollevate dall’acqua per l’effetto ottico della rifrazione. Quel santuario è il cuore della devozione mariana di Lampedusa. «La scorsa settimana», ricorda la religiosa salesiana, «abbiamo recitato qui il Ro- sario per ringraziare la Vergine della guarigione di un ragazzo di 11 anni». Il 22 settembre, festa della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti, la sua statua viene portata in processione dai lampedusani per le strade del centro abitato. Ma la caratteristica del santuario è di essere oggetto di devozione non solo dei cristiani, ma anche dei musulmani. Questo luogo suggestivo e carico di storia è il simbolo dell’integrazione e del dialogo interreligioso in questo lembo di terra tra Africa e Europa che fu abitato da Fenici, Greci, Romani, Bizantini e Arabi. Il vallone dove sorge il santuario era già un luogo di culto dedicato alla dea fenicia Tanit, protettrice dei naviganti. Durante la dominazione araba, nell’anno Mille, esisteva un eremitaggio islamico. La prima testimonianza di culto mariano cristiano è dello storico Tommaso Fazello, nel 1558: «Vi è in Lampedusa, in una grotta, una cappella consacrata a Maria». E qualche anno dopo, nel 1596, Lorenzo D’Anania scriveva: «Arde continuamente una lampa- da avanti l’immagine di Nostra Donna, ove s’afferma da molti non haverie mai mancato l’olio, rifondendovene sempre i nocchieri che vi arrivano, o siano Chri- stiani, o Mahomettani». Maryam bint ‘Imran è il nome che nel Corano viene dato a Maria, venerata dai musulmani in quanto Madre di Gesù, da loro ritenuto il penultimo profeta dell’Islam prima di Maometto.

La caratteristica del santuario di Nostra Signora di Lampedusa è proprio questa: vi pregano insieme musulmani e cristiani, in uno slancio che li unisce nel dialogo e nella preghiera. È quello che avviene ogni 3 ottobre, anniversario del naufragio avvenuto nel 2013 al largo dell’isola del barcone libico che provocò 368 vittime accer- tate e 20 dispersi, una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. I superstiti salvati sono stati 155, di cui 41 minori (uno solo accompagnato dalla fami- glia). Molti dei superstiti o parenti delle vittime si ritrovano insieme ai lampedusani nel santuario per ricordare quella tragedia immane. Musulmani e cristiani insieme. C’è una leggenda popolare – narrata anche dal cantastorie Giacomo Sferlaz- zo, che ha fondato l’associazione “Porto Madonna” e un toccante museo degli oggetti dei migranti, raccolti e salvati  dall’oblio della discarica dell’isola – che contribuì molto alla diffusione del culto della patrona di Lampedusa e che vale la pena di ricordare. Intorno al 1600, nel corso di un’incursione di corsari turchi sulle coste liguri, venne catturato un certo Andrea Anfossi, di Castellaro Ligure. Condotto in Africa, finì ai lavori forzati in una galera corsara che un giorno approdò a Lampedusa per una sosta di rifornimento di acqua e legna. Qui Andrea riuscì a sfuggire e si rifugiò in una grotta dove trovò un quadro della Madonna con Bambino e di santa Caterina Martire. Il fuggiasco scavò un tronco d’albero, si mise in mare e usando il quadro come vela riuscì ad approdare dopo un periglioso viaggio sulle coste liguri. Come ringraziamento decise di costruire un santuario dedicato a Nostra Signora di Lampedusa proprio a Castellaro, in provincia di Imperia. Il culto di Cala Madonna è così diffuso che ha raggiunto perfino il Brasile, dove sorge un santuario a Rio de Janeiro. Nel santuario di Nostra Signora di Lampedusa riposano anche le spoglie di padre Giuseppe Policardi, amatissimo parroco di Lampedusa, accolte nella cappella votiva, nel luogo che il sacerdote fece conoscere al mondo intero curandone i giardini.

Quella che era una piccola chiesetta di campagna diventò attraverso la sua opera un santuario con annesso un hortus conclusus, il giardino di Lampedusa. Come ricorda Pietro Bartolo, medico dell’isola, «tra i corpi dei migranti annegati e recuperati nel Mediterraneo spesso venivano trovati molti di loro che stringevano in bocca come un’ultima supplica, il crocifisso, il rosario, come pure le medagliette della Vergine, prima di morire». Una testimonianza che fa riflettere sulla scelta di papa Francesco di inserire nelle Litanie Lauretane l’invocazione Solacium migrantium, “Sol- lievo dei migranti”. La devozione di lampedusani e mi- granti a Maria, a prescindere dal loro credo religioso, è forse la più chiara manifestazione dell’abbraccio amorevole della Vergine ai naufraghi e alle vittime delle migrazioni. Il suo volto è ben visibile in quello di tutte le madri che attraversano il Mediterraneo e sbarcano nell’isola alla ricerca di un futuro migliore per i propri figli.

Multimedia
Il sesto continente in cammino. I migranti sulla stampa italiana
Correlati
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo