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sabato 25 giugno 2022
 
 

Nell'officina della riabilitazione

23/02/2011  Sorto nel 1961 a Vigorso di Budrio (Bologna), il Centro protesi Inail compie 50 anni. E' ormai un esempio. Viaggio nella struttura a cui, ogni anno, fanno capo 11.500 persone.

Esordì nel 1961; quest'anno celebra mezzo secolo di vita. In officina sono tutti vestiti di bianco. Come i calchi che vengono utilizzati per prendere la misura delle protesi, le pezze di gesso, l’esterno degli invasi. Ci sono i camici bianchi degli ingegneri, quelli dei medici, e le casacche dei tecnici che stanno “in produzione”. Oppure basta anche solo una t-shirt candida in questo speciale laboratorio dove il campionario è fatto di mani e piedi, gambe, braccia. Pezzi di ricambio per chi un arto l’ha perso sul lavoro, o in strada per un incidente.

Il centro Inail di Vigorso di Budrio, una trentina di chilometri da Bologna, un'eccellenza nazionale, compie cinquant’anni.  La targa che ricorda il professor Johannes Schmidl, il primo direttore, è in bella vista nell’ala nuova della struttura. Nato in Austria, a Graz, classe 1932, Schmidl arriva a Vigorso da Ostia, e in tanti di quelli che lavorano qui se lo ricordano ancora bene. Resterà fino al 1992, ma le cronache lo immortalano già nel 1961 accanto a Benigno Zaccagnini per l’inaugurazione ufficiale della struttura nata sulle ceneri del vecchio sanatorio di Budrio. I colleghi che sono cresciuti professionalmente con lui parlano soprattutto del suo modo di fare deciso e allo stesso tempo rassicurante: «Vedeva un paziente da lontano, e già capiva il suo problema», raccontano lungo i tortuosi corridoi dell’ex convalescenziario.

Premiato con il “Bell grave memorial” per lo sviluppo e la ricerca sulle protesi mio-elettriche, l’esperienza del professor Johannes Schmidl contribuisce velocemente a fare dell’officina ortopedica bolognese una struttura sempre più all’avanguardia nel campo della protesi per gli arti inferiori e per quelli superiori. E così cambiano anche i pazienti: non solo, come inizialmente era stato progettato,  persone bisognose di cure fisioterapiche, ma sempre più – e soprattutto – a Vigorso dagli anni Sessanta in poi  arrivano infortunati che necessitano di protesi.

In media oggi sono 11.500 le persone che per i motivi più diversi arrivano ogni anno per “farsi vedere” da qualche esperto del Centro protesi. Un trattamento integrato che prende in carico il paziente sia dal punto di vista psicologico che motorio e ambientale. Chi arriva a Vigorso ha sempre sofferto molto.E cerca delicatezza e serietà. Non tutto è sempre possibile, o almeno non per tutti: per questo è importante che la prima informazione a Vigorso sia precisa e chiara, ricorda Simona Amadesi, che per il Centro protesi è la responsabile della comunicazione: «L’importante è che non si creino false aspettative: serve un’informazione mirata, che sia in grado di indicare quello che realmente la struttura è in grado di offrire. Oggi i pazienti arrivano molto più informati rispetto a un tempo, e internet è certamente di aiuto. Ma è giusto che l’informazione che ricevono sia corretta, ed è anche per questo che qui esiste un ufficio dedicato alla comunicazione istituzionale».

Certo che le protesi, qui a Vigorso, fanno miracoli. Permettono di allacciarsi le scarpe e tirare a golf, cucinare e sfrecciare su una pista di atletica, guidare l’auto e lavorare su una macchina tessile, fare gare di sci e di equitazione. Oppure, “semplicemente”, permettono di camminare. O di impugnare una penna. Miracoli della tecnica e della buona volontà di una équipe affiatata, e sempre pronta a imparare cose nuove, a sperimentare nuovi materiali, a mettersi in gioco. Chi arriva a Vigorso, e lo vedi nelle facce dei pazienti in attesa nella hall della struttura, ha grandi attese. E non solo loro, perché ad accompagnarli ci sono sempre moglie, mariti, figli, fidanzati, amici. A Vigorso ci si va in gruppo: sia perché è utile avere un aiuto concreto per spostarsi e cambiarsi, provando e riprovando, sia perché come il dolore, ladove possibile, va equamente condivisa anche la gioia, quella dei primi passi, quella della rinascita.

A Vigorso in prima fila, quasi come un avamposto, ci sono sempre gli ingegneri. Gennaro Verni è il direttore tecnico produzione e ricerca. Quando prende tra la dita una mano artificiale, una qualsiasi, la muove come se stesse mostrando un gioiello. E, in effetti, quell’arto talmente uguale all’originale da non sembrare un copia è un "rubino" dell’alta tecnologia. Dove l’estetica, la cosmesi, è solo una componente, mentre sempre di più è la funzionalità a stupire, così come colpisce il movimento che riesce a produrre: allacciarsi le scarpe con una protesi alla mano può sembrare un gioco da ragazzi ma richiede allenamento, fatica, ricerca e, sì, un bel po’ di soldi investiti. Quando passa in rassegna i reparti, si muove come un buon padre di famiglia: le braccia, le gambe, le dita, le scarpe ortopediche, sono il suo tesoro, la sua fortuna, e quella di migliaia di persone che sono passate di lì. E che vanno periodicamente a sistemare le loro protesi, i loro salva-vita. Macchine delicatissime e – da ricordare – sempre da tenere lontano dall’acqua. A meno che non si scelga di indossare delle protesi anfibie (belle e colorate…), ma questo è un altro discorso.

Tra tecnici, medici, fisioterapisti, psicologi e assistenti sociali, infermieri e addetti all’assistenza e alle pulizie, in tutto oggi fanno 308 persone all’Inail di Vigorso, di cui ben 173 “in produzione”. Sta qui il cuore del Centro Inail, in quelle bianche officine dove nascono mani e piedi artificiali, arti  sensorizzati, a comando mio-elettrico, a controllo proporzionale della presa.  Qui è venuto il pilota di Formula uno Alex Zanardi a farsi fare le protesi dopo il suo drammatico incidente del  2001, qui sono venuti nel 1996 Aladin e Sanja, due piccole vittime della guerra nell’ex-Jugoslavia. Con loro decine e decine di vittime civili dei conflitti da tutto il mondo,  migliaia di infortunati della strada e del lavoro o amputati per malattia. Per questo il dolore a Vigorso è di casa, ma si vede poco.

Chi vuole può, però, andare a scambiare due parole con don Giancarlo, il cappellano, sacerdote dehoniano, che dal ’98 cura le anime del Centro protesi e in generale di tutta la frazione di Vigorso, visto che la cappella sistemata all’interno del complesso del Centro Inail è di fatto la parrocchia della zona, dopo che la chiesa di San Marco è stata dichiarata inaccessibile. E’ qui che don Giancarlo custodisce il suo, di gioiello: un Malamini-Franchini, un fantastico organo a canne, prima custodito nella chiesa di San Marco, di cui l’Inail ha curato recentemente il restauro. «Viene ridata voce, una voce inconfondibile per intensità e maestosità, a uno strumento prezioso che lungo la sua secolare esistenza si è arricchito di vari interventi. Un grazie sincero a tutti coloro che hanno creduto a questo progetto di restauro e con paziente tenacia hanno contribuito a realizzarlo», scrive, entusiasta, il sacerdote nel libretto che pubblicizza l’intervento. La stessa tenacia che usano i suoi parrocchiani per arrivare, magari dopo una dolorosa operazione, a sedersi sulle panche della sua chiesa: «Passo da tutti i ricoverati almeno due volte alla settimana»,  racconta. «Celebro Messa qui al centro protesi, la domenica viene tutto il paese…».   

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