L’ultimo nome sa di beffa. Qui Roma è finita, la città svanisce, capitomboli di fabbriche e lavoro, strade squassate, vite sconnesse e traballanti. Si gira a sinistra lungo via di Salone, zona est della Capitale.
Non è nemmeno più periferia. Eccolo il “Villaggio della solidarietà”, ultimo appellativo dell’alternanza delle Giunte capitoline. Prima si chiamavano “Centri di raccolta Rom”, poi “Campi tollerati”, poi ancora “Campi attrezzati”.
L’ultimo nome scortica sentimenti
e valori, denominazione colorita impastata
d’ipocrisia, inchiodata sulla vergogna
delle istituzioni per nascondere lo
stigma del popolo Rom. Anche per Jonathan
sarà così, come per Francesca e Roberto,
mamma e papà, come per Roberta,
la sorellina di un anno e mezzo, i
nonni e i bisnonni, figli e fratelli della
grande famiglia, memorie slave, lingue
dimenticate, esistenze precarie, diritti
negati, discriminazione ed esclusione
sociale. Vivono in otto in 27 metri quadrati,
in una casa mobile come quella
dei campeggi. Per loro non vale la regola
della cosiddetta “idoneità alloggiati-
va”, che prevede 14 metri quadrati a testa,
misura minima di dignità.
La solidarietà qui è declinata al contrario: segregare, concentrare e allontanare. Jonathan è nato a pochi giorni dal Natale nel “Villaggio della solidarietà” di via di Salone, dieci chilometri dall’ospedale più vicino, quattro dalla farmacia, tre dal supermercato. Quando andrà a scuola dovrà alzarsi con il buio, almeno tre ore prima della campa-nella, perché è un “figlio dei campi” e solo se sarà scaltro riuscirà a non farlo sapere. Mamma e papà raccontano la storia di un marchio d’infamia e della vita in campo di concentramento.
Il “Villaggio della solidarietà”, campo Rom nella periferia est di Roma.
Disperazione e rassegnazione
Sognano una casa, anche “un appartamento”, sorride Francesca, perché ormai non ce la fanno più, generazioni perdute nei campi, senza lavoro, la noia che ti spezza, topi, cimici che infestano materassi, proliferano nelle pareti sconnesse, mordono i bambini e le pustole s’infettano.
Attorno al tavolo che di notte diventa letto per due fratelli, vanno in fila disperazione e rassegnazione.
La solidarietà per loro è solo quella della Comunità di Sant’Egidio, che li ha tratti in salvo dalla devianza. Francesca e Roberto frequentavano le “scuole della pace” che la Comunità da anni ha avviato nei luoghi di maggior sofferenza.
Lì hanno imparato a costruirsi un futuro, a riconoscere diritti e doveri, a studiare, a essere cittadini. Roberto rivela che quando andava a scuola nessuno si è mai accorto che era uno “zingaro”.
Francesca racconta di altri campi, di sgomberi, di fatica, di rabbia. È una grande famiglia. Gli “zingari” non sono tutti uguali e loro di alcuni si vergognano. L’Italia è il “Paese dei campi” e Roma è la città che più ha investito nel sistema.
Ha cominciato Rutelli, ma la svolta è di Veltroni con il “Patto per Roma”, piano semplice e brutale, quattro grandi aree dove concentrare i nomadi. Alemanno ha confermato la scelleratezza moltiplicando per tredici i campi. Poi è arrivato Marino, che ha concepito l’ultimo nome.
Oggi il “sistema” costa 24 milioni di euro l’anno, secondo i calcoli per il 2013 fatti dall’Associazione 21 luglio, che pochi mesi fa ha pubblicato un rapporto impressionante sulla politica dei campi.
Tre milioni di euro
Si ragiona di case e di baracche, di sindaci e delle indagini di mafia capitale. Questo è il campo più grande, 20 mila metri quadrati, mille persone, di cui metà minori, 180 famiglie, divise per etnie, di qua i bosniaci, di là i serbi, di là i romeni. Costa tre milioni di euro l’anno, solo 340 mila affidati con gara pubblica e il resto con assegnazione diretta.
È un ghetto sorvegliato da 32 telecamere. Le condizioni di vita sono migliorate rispetto ai campi di una volta, perché c’è l’acqua e l'energia elettrica. Ma in cambio di una precaria forma di assistenza c’è la segregazione.
Di politiche abitative per i Rom nessuno osa parlare. Polverizzano il consenso.
Eppure nel Piano Nomadi in vigore a Roma si legge che tutte le azioni vanno ispirate alla «valorizzazione della componente umana e alla promozione della dignità soggettiva delle persone Rom» e che la permanenza nei campi deve essere limitata a quattro anni, mentre la famiglia di Jonathan in 27 metri quadrati ci abita dal 2006.
Adesso il piccolo Jonathan dorme. Piove e il riscaldamento non riesce a spuntarla sull’umidità. Sarà così anche la notte di Natale.