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Festival Biblico 2019
 
Credere

Neri Marcorè: «Nella Bibbia trovo parole per migliorarmi»

23/05/2019  L’attore è convinto che la Sacra Scrittura abbia molto da dire anche a chi, come lui, non crede: «“Ama il prossimo tuo come te stesso” è una massima universale»

La Bibbia è un libro universale in grado di radunare insieme credenti e non credenti e capace di parlare a persone con storie e sensibilità molto diverse. Quelle parole che per ebrei e i cristiani sono testo sacro, per chi professa altre religioni o si considera ateo possono essere una raccolta di sapienza, immagine del cammino dell’umanità, epopea di civiltà e fratellanza. Insomma, la Bibbia è un libro che unisce, mette in connessione, invita a riflettere. Lo testimonia Neri Marcorè, uomo di spettacolo amato da un pubblico trasversale, personaggio impegnato in tante iniziative sociali, persona che si definisce agnostica ma che lo scorso 2 maggio ha accettato con entusiasmo di partecipare alla serata inaugurale del Festival biblico di Vicenza, una kermesse, giunta alla 15ª edizione, che proprio della Bibbia come collante di “umanità”, al di là del credo e delle appartenenze, ha sempre fatto il suo punto di forza.

C’È SEMPRE DA IMPARARE

«Sono venuto al Festival biblico per imparare cose nuove. Oggi tutti tendiamo ad ascoltare solo chi la pensa come noi, ma così ci si rinsecchisce senza ossigenare le proprie idee», ci spiega Marcorè con il suo sorriso sempre in bilico tra l’ironia e la ritrosia della timidezza. Quando lo incontriamo a Vicenza si presenta con capelli lunghi e scompigliati: «Un look per esigenze di set», spiega, «sto girando una commedia». Poco prima di salire sul palco del Festival biblico, il comico e imitatore era infatti impegnato a Reggio Emilia in un ciak di Si muore solo da vivi, nuovo film del regista Alberto Rizzi, ambientato nell’Emilia del terremoto del 2012, in cui Marcorè recita accanto ad Alessandra Mastronardi, Francesco Pannofino e Amanda Lear.

A testimonianza del suo interesse nei confronti della Scrittura, l’attore cita una sua recente lettura, di quelle che non ti aspetteresti: «Ho appena concluso un libro di don Fabio Rosini che s’intitola L’arte di ricominciare (edizioni San Paolo, 2018 ndr). Parla del libro della Genesi e di come queste parole vadano interpretate in senso metaforico. La Bibbia racconta cose che in realtà vogliono dire anche molto altro. Sono parole dietro alle quali ci sono dei messaggi, dei consigli utili per la nostra quotidianità. Questo interessa, penso, un po’ tutti. È qualcosa che ci aiuta a migliorare nella vita, nel rapporto con noi stessi e con gli altri». Dell’intera Sacra Scrittura, Marcorè dice di conoscere meglio il Nuovo Testamento «perché fino a una certa età ho frequentato la Chiesa e ho completato il percorso dei sacramenti. Mi è invece meno familiare l’Antico Testamento, ma mi piacerebbe affrontare la lettura integrale delle Bibbia… Chissà, prima o poi ci riuscirò».

In realtà l’attore marchigiano mostra una certa familiarità con le storie bibliche. Il personaggio che lo colpisce di più? «Il primo a cui penso è Abramo. Un padre che riesce ad avere un figlio solo in tarda età e ama questo sangue del suo sangue più di ogni altra cosa. Poi, a un certo punto, Dio gli chiede di sacrificarlo per amor suo e lui ha un rispetto talmente grande per Dio da essere pronto a obbedire. Credo che anche qui vada applicata un’interpretazione metaforica: non devi mai dimenticarti da dove arrivano le cose, al di là che tu creda o meno. Siccome Isacco è arrivato da Dio, non puoi sottrarti alla sua richiesta… Per fortuna c’è anche il lieto fine, ma il fascino di Abramo è quello della fedeltà assoluta, del tutto iperbolica. Da non credente, che razionalmente non riesce ad ammettere l’esistenza di Dio, tutto questo su di me esercita un grande fascino».

PAROLE DI SAGGEZZA

  

Marcorè insiste su come la Scrittura costituisca per tutti una traccia di cammino: «Massime come “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” hanno un valore universale».

E anche una scottante attualità, perché non si possono leggere questi passi del Vangelo senza pensare allo scontro ideologico che infiamma la nostra società sul tema delle migrazioni o le parole d’odio verso chi si teme possa togliere qualcosa alle nostre sicurezze. «Se vogliamo davvero costruire un mondo migliore», riflette, «non possiamo continuare a pensare che questa terra appartenga solo a noi, o che abbiamo dei meriti per essere nati in Italia. Non ha più dignità chi scappa da una guerra rispetto a chi è infelice in un posto e pensa di trovare la propria felicità in un altro. In questo senso non siamo i custodi che detengono le chiavi d’accesso per decidere chi deve entrare e chi non deve entrare. Se viviamo nel benessere, è merito di chi ci ha preceduto e del caso che ci ha fatto nascere qui e non in una regione subsahariana».

«Secondo me il peccato è sprecare l’opportunità di vivere bene la mia esistenza. Essenziale è spenderla per fare qualcosa di buono e possibilmente per essere felice», confida ancora Marcorè.

Forse è proprio a partire da questa convinzione che il memorabile protagonista di esilaranti imitazioni, interprete di film e fiction di successo, arguto presentatore di trasmissioni culturali, si è buttato anche nell’avventura di RisorgiMarche, una rete di concerti a favore delle popolazioni e dei territori colpiti dal terremoto nell’Appennino del 2016  che ha mobilitato personaggi quali Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia, Angelo Branduardi, Mario Biondi e Jovanotti. «Da molto tempo vivo a Roma», spiega Marcorè, «ma le Marche sono la mia terra d’origine, il luogo dove ancora abitano mia madre e molti dei miei amici». Per questo, «anziché organizzare un solo concerto, chiamando alcuni artisti in un unico luogo per raccogliere fondi, ho pensato a 29 eventi in diverse zone del cratere sismico. È stato un modo per intercettare il pubblico in occasioni diverse ma soprattutto per coinvolgere le comunità locali, farle sentire protagoniste, dare loro la fiducia che ci si può risollevare».

Nella sua lunga carriera Marcorè è entrato anche nei panni di un Papa. «Sì, è vero, ho interpretato papa Luciani, Giovanni Paolo I, un personaggio che amo molto perché ho un nitido ricordo del suo pontificato durato solo 33 giorni quando avevo 12 anni. Quando mi hanno proposto la fiction ho pensato a uno scherzo. Ma poi il produttore, Francesco Scardamaglia, un grande uomo che purtroppo non è più tra noi, mi ha detto: “In te crediamo di trovare lo stesso candore”. Luciani è stato un grande Papa e oggi molte delle sue caratteristiche, in versione 2.0, le rivedo in Francesco: il suo voler rinnovare la Chiesa senza snaturarla, lo scardinare rigidità che in questa epoca rischiano solo di allontanare... E poi», conclude con una battuta, «Bergoglio è perfetto per farne l’imitazione!».

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