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sabato 27 novembre 2021
 
 

Nessuna attenuante dopo le parole di Francesco

06/07/2014 

E’ una scena da film tipo "Il padrino", quella di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Durante la processione della Madonna delle Grazie, il corteo si è fermato, per 30 secondi interminabili, di fronte all’abitazione del vecchio boss ottantenne. Di fronte a quell’omaggio hanno abbandonato sdegnati la processione – con autentica coerenza di servitori dello Stato -  solo il maresciallo dei carabinieri e i suoi uomini. Tutti gli altri hanno proseguito la processione. Ma dopo la scomunica ai mafiosi di papa Francesco pronunciate sulla Piana di Sibari quell’inchino improvvido non ha più nessuna giustificazione. E’ solo un’occasione persa, che oltretutto appanna una Chiesa, quella calabrese, che da decenni conduce una coraggiosa azione di prevenzione culturale e sociale contro la mafia. Pochi giorni fa il vescovo di Reggio Calabria ha annunciato la soppressione della figura del padrino nei battesimi e nelle cresime, perché da quelle parti troppo spesso quella funzione viene attribuita a un mafioso, allo scopo di rendere noto il proprio omaggio alla ‘ndrangheta o col sottinteso fine di ottenerne in futuro favori.  

Le parole del Papa non consentono più alcuna ambiguità: la controprova si è avuta con la ribellione (o forse ritorsione, potremmo definirla) dei detenuti della sezione di massima sicurezza del carcere di Larino, nel Molise, a poche ore dalla visita di Francesco in quella terra. “Se siamo scomunicati, a messa non vale la pena andarci”, hanno detto rifiutandosi di partecipare alla messa. Anche il vescovo di Campobasso Giancarlo Bregantini, che quando era a Locri era stato minacciato di morte per la sua pastorale che non consentiva ambiguità contro le cosche della ‘ndrangheta, è rimasto sorpreso. Nemmeno lui pensava che i frutti delle parole del papa fossero così rapidi. Perché quell’episodio è la conferma di quanto questo papa incida nelle coscienze,di quale terremoto ha provocato.

 L’atteggiamento dei detenuti di Larino, molti dei quali condannati per reati di mafia, oscilla tra la ritorsione e lo smarrimento. Forse considerano la scomunica un affronto. Ma forse si sentono anche persi per sempre. Anche se naturalmente non è così: il mafioso può salvarsi, ma si deve prima ravvedere, convertire, pagare per le sue colpe. Un percorso al termine del quale ci sarà la salvezza e il perdono. “Mafiosi convertitevi” aveva gridato Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, nel 1993, “perché senza conversione c’è solo il giudizio di Dio”.  

 
 
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