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Nice ha vinto. Anche per altre centinaia di bambine

27/12/2015  Un viaggio fra i masai. Ma non per turismo. Per capire la piaga delle mutilazioni genitali femminili, e il lavoro di Amref per sconfiggerla. Angelo Ferrari e Alessandro Rocca lo raccontano in questo reportage. Ecco la storia di Seikan, il suo "rito di passaggio alternativo", insieme a decine di altre ragazze, che ha sostituito la barbarica pratica. Ed ecco la storia di Nice, prima fra tutte a evitare il "taglio". Oggi operatrice di Amref, ha già evitato la mutilazione a centinaia di giovani donne. «La forza che mi ha guidato sempre», dice, «è stata la determinazione nel ribadire che le donne devono essere rispettate prima di tutto come esseri umani, e poi come donne. Che le ragazze possono diventare donne anche senza essere tagliate» (le foto del dossier sono di Alessandro Rocca).

Un momento di danza durante la cerimonia di passaggio. In copertina: Nice, al centro dell'immagine.
Un momento di danza durante la cerimonia di passaggio. In copertina: Nice, al centro dell'immagine.

«Continuerò a lottare affinché le ragazze crescano, diventino donne senza essere mutilate. Tutte le ragazze del Kenya devono diventare donne e poter sognare. Sono sicura che tutto ciò sia possibile». Nice Nailantei Leng’ete è una donna masai di 24 anni, cresciuta in un villaggio rurale su un pendio del monte Kilimanjaro, in Kenya.

Nata in una tribù di pastori, Nice si sta battendo per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili e insieme ad Amref si è fatta promotrice dell’adozione di “riti di passaggio” alternativi per le ragazze masai. Riti di passaggio che, oggi, non prevedono più la mutilazione genitale.

Alcune donne masai vengono accolte dalle autorità in occasione della celebrazione del rito alternativo.
Alcune donne masai vengono accolte dalle autorità in occasione della celebrazione del rito alternativo.

"Io ho detto no, ho resistito. Sono scappata"

Quella di Nice è una lunga storia di lotta e determinazione perché alle ragazze masai sia concesso di vivere da donne e sognare, studiare e avere un lavoro, non essere dominate dagli uomini. Ma lei ha dovuto rompere gli schemi, ribellarsi agli uomini e alle donne. Fuggire. Essere picchiata perché ha detto no al “taglio” e lo ha fatto all’età di otto anni. Era il 1998.

«All’età di otto anni», racconta Nice, «il mio mondo è stato sconvolto, quando i miei genitori sono stati strappati da me. Avevo solo otto anni, ma la mia vita è cambiata per sempre. Tutto quello che conoscevo è scomparso per sempre. La mia casa, la mia sicurezza».

Ed è stato proprio questo, paradossalmente, che ha consentito a Nice di trovare una via d’uscita alla pratica delle mutilazioni genitali. E alla morte dei suoi genitori Nice, è stata mandata a vivere dalla zia. Qui inizia il dramma, ma anche la salvezza. «Mia zia», dice, «ha provato a organizzare il rito per me, mi ha anche malmenato per costringermi ad essere tagliata. Io ho detto no, ho resistito. Sono scappata. Ho dato ascolto a quella scintilla di determinazione che ha iniziato a bruciare nel mio cuore».


Un momento del "rito di passaggio alternativo".
Un momento del "rito di passaggio alternativo".

La svolta arriva nel 2008 quando i capi villaggio scelgono Nice come educatrice di comunità

  

La sua, tuttavia, era l’unica voce fuori dal coro in una tribù dominata da uomini. Come fare a che la sua “ribellione” contro le mutilazioni genitali diventasse una pratica accolta dalla comunità, così da permettere a centinaia di ragazze di poter decidere del proprio corpo, della propria sessualità e della propria vita. In altre parole tornare a sognare.

La svolta, la “liberazione” arriva nel 2008 quando i capi villaggio scelgono proprio lei per farla diventare educatrice di comunità, lei che dopo la ribellione ha continuato a studiare, il suo sogno, attraverso il corso di formazione del progetto Amref  su “salute riproduttiva delle giovani donne nomadi”.

«Cruciale», ci dice, «è stato passare attraverso gli anziani del villaggio. Una volta lì, tra di loro, ho fatto un respiro profondo e ho iniziato a parlare. È stato difficile, ero nervosa. Mi sentivo come se avessi dovuto affrontare 20 nonni. Ho mostrato loro rispetto e condiviso ciò che avevo imparato durante il mio corso. E, sorprendentemente, mi hanno ascoltata».

Con gli anziani dalla sua parte, a Nice si è spalancata la porta verso i Moran, giovani uomini che passano il loro tempo nella boscaglia per apprendere le abilità tradizionali della tribù. «I Moran», continua Nice, «ascoltano solo altri uomini, e spesso hanno molti partner sessuali. L’obiettivo era sfidare il loro tradizionale atteggiamento mentale e metterli alle strette. Sono loro che diventeranno i leader della comunità. Loro sposeranno le donne che sto aiutando. Senza l’appoggio dei Moran, introdurre nuove tradizioni sarebbe stato inutile».

Gli anziani sono stati cruciali. I Moran hanno ascoltato Nice: «Hanno accettato di incontrarmi, anche da sola. È stato molto duro, ma quando il loro capo mi ha dato l’Esiere – il bastone nero che simboleggia la leadership – ho capito: sono stata accettata. È stato allora che ho chiesto ai Moran di supportare i nuovi riti di passaggio che stavo introducendo per la giovani donne».


"Le ragazze possono diventare donne anche senza essere tagliate"

Sono centinaia le ragazze “salvate” dalla barbarie della mutilazione genitale. E tutto grazie a una bambina di otto anni che si è ribellata alle tradizioni ancestrali della tribù.

«Il mio viaggio attraverso il mondo maschile maasai», conclude Nice, «è stato impegnativo. La forza che mi ha guidato sempre è stata la determinazione nel ribadire che le donne devono essere rispettate prima di tutto come esseri umani, e poi come donne. Che siamo in grado di arricchirci grazie alle nostre differenze culturali, senza nulla togliere agli uomini. Che le ragazze possono diventare donne anche senza essere tagliate».  

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