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«Non è cyberbullismo ma un caso di ignoranza radicale»

18/04/2016  Il commento del giornalista, padre di un figlio autistico. Dei ragazzi che non hanno voluto la compagna dice: «poteva non essere il massimo del divertimento, ma di fronte a una coetanea più debole invece di pensare solo alla loro soddisfazione avrebbero dovuto farsene carico, magari anche a turno». Ma le famiglie e la scuola devono educarli.

Abbiamo chiesto un’opinione sull’episodio della ragazzina di una scuola media di Legnano esclusa dalla gita scolastica dai compagni (nessuno voleva dormire in camera con lei)  a Gianluca Nicoletti, giornalista e conduttore radiofonico, padre di Tommy, un ragazzo autistico, e autore di un libro sulla sua esperienza, Alla fine qualcosa ci inventeremo (ed. Mondadori).

«Non liquiderei questo evento come un fenomeno di cyberbullismo», commenta Nicoletti, «ma di ignoranza radicale che comincia dalla scuola e prosegue in ambito famigliare. Questo fatto è ancora più grave perché si trattava di una gita della memoria a Mauthausen, in un luogo dove se quella stessa ragazzina fosse nata qualche decennio prima, sarebbe finita internata».

- Non è in una certa misura comprensibili l’atteggiamento dei ragazzi?

«Ai ragazzi si chiedeva solo un piccolo sacrificio in nome della civiltà e dell’accoglienza delle persone diverse. Mi rendo conto, conoscendo il problema, che poteva non essere il massimo del divertimento, ma di fronte a una coetanea più debole invece di pensare solo alla loro soddisfazione avrebbero dovuto farsi carico, magari anche a turno, di garantire la serenità di questa loro coetanea più debole. Ergersi a suoi paladini».

- Quale avrebbe dovuto essere il ruolo delle famiglie?

«Era un’occasione perfetta per far capire ai ragazzi questi valori. I ragazzi vanno educati, le famiglie avrebbero dovuto essere le prime ad imporsi, intuendo quanto sia fondamentale che i propri figli capiscano l’importanza di portare con loro quella ragazza».

- Anche la scuola avrebbe dovuto fare la sua parte…


«La scuola dovrebbe interrogarsi su quanto è successo, su quanto sia effettivamente applicata questa legge sull’inclusione di cui ci facciamo tanto vanto e che è davvero un fiore all’occhiello del nostro sistema legislativo. Una legge che dovrebbe essere uno strumento culturalmente accettato, non solo dalla scuola ma anche dalle famiglie».

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