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lunedì 26 settembre 2022
 
 

No Pfas, le madri coraggio contro l'inquinamento che avvelena i loro figli

31/10/2017  La rivolta anti-veleni delle mamme no Pfas - la sigla di un composto chimico tossico presente nell’acqua. Molti bambini del Nordest ne hanno nel sangue una quantità cinque volte superiore. Ora le famiglie chiedono un nuovo acquedotto

«State avvelenando i nostri figli. Mamme no Pfas» si legge in grande sulle magliette bianche che indossano durante le manifestazioni. Ma chi sono queste mamme? E cosa sono questi Pfas? Prima che scoppiasse quella che oramai per tutti è l’ultima grande emergenza ambientale del nostro Paese, questo oscuro acronimo era una sigla nota solo a pochi addetti ai lavori. Identifica una famiglia di composti chimici: Sostanze “perfluoroalchiliche”, usate in alcune produzioni industriali. Soprattutto, sarebbe rimasto occulto chissà per quanto tempo ancora un disastro idrico enorme che coinvolge trecentomila residenti di 21 Comuni italiani, in un’area di 150 chilometri quadrati, nel cuore del Nord-Est, tra le province di Vicenza, Padova e Verona. Sarebbe rimasto occulto se un gruppo di mamme, allarmate per la salute dei propri figli, non avesse preso in mano la situazione e si fosse messa a capo di un movimento per chiedere acqua pulita e garanzie per la salute.

L’incubo della contaminazione si è materializzato nella primavera scorsa, quando alle famiglie residenti nei Comuni della cosiddetta “zona rossa”, cioè quella in cui si era riscontrata una presenza altissima di sostanze “perfluorurate” nell’acqua potabile, sono giunti a casa i risultati degli esami del sangue dei figli. Il monitoraggio sanitario era stato richiesto dalle locali autorità sanitarie per verificare la presenza di Pfas nell’organismo. «Tutti e cinque i miei figli avevano valori ben superiori al massimo consentito di 8 nanogrammi per millilitro di sangue. Alcuni avevano anche 40 volte oltre il consentito. Io e mio marito siamo stati presi dalla paura. I miei figli erano contaminati da qualcosa di sconosciuto. A quali rischi andavano incontro? E che fare? Il medico di base non aveva risposte. Ci assalì lo sconforto», racconta Giovanna Dal Lago, madre, lavoratrice e catechista di Lonigo, Comune vicentino di 17 mila abitanti, tra le zone più colpite dell’intera “zona rossa”.

Come Giovanna, tantissime altre mamme scoprono la medesima anomalia negli esami del sangue dei figli. Da qui, dopo l’iniziale sgomento, la volontà di mettersi insieme per capire e per provare a cambiare le cose.

Si inizia da un gruppo WhatsApp, qualche riunione in casa, poi a scuola e in parrocchia. «Parte la mobilitazione. E da pochi, spaventati e confusi», spiega un’altra mamma di Lonigo, «siamo diventati tanti e continuiamo a crescere. La nostra forza è l’amore per i nostri figli e per la nostra terra». A suon di petizioni per acqua a “zero Pfas”, delegazioni e incontri pubblici con sindaci, autorità sanitarie regionali, governatore del Veneto, sottosegretari, esperti e tecnici, il gruppo di “madri coraggio”, che oggi conta oltre 700 iscritte, è riuscito a portare all’attenzione di tutti i rischi di questa contaminazione che non riguarda solo l’acqua del rubinetto, ma anche i prodotti agricoli della zona, cioè l’intera catena alimentare. «Queste donne sono riuscite dove noi sindaci stavamo fallendo», ammette Luca Restello, sindaco di Lonigo, uno dei primi amministratori a lanciare l’allarme Pfas, ancora nel 2015. «Le mie 120 lettere inviate a chiunque avesse autorità in merito non avrebbero sortito nulla senza la voce di queste madri ». Già dal 2013 l’emergenza Pfas era conclamata: in seguito a uno studio del Cnr che dimostrava l’inquinamento da sostanze “perfluoroalchiliche” di questa che è una delle falde più importanti della Pianura Padana, si decideva l’introduzione di filtri a carboni attivi per l’intercettazione dei “perfluorurati”. Principale responsabile dell’inquinamento è considerata la Miteni, un’azienda di Trissino (Vicenza) oggi appartenente al colosso chimico Icig, che produce Pfas. La vicenda, di cui si occupa la magistratura di Vicenza, è finita di recente anche sotto la lente della Commissione d’inchiesta parlamentare per le ecomafie e di una Commissione speciale del Consiglio regionale del Veneto.

Le mamme sono riuscite a portare quasi diecimila persone al santuario della Madonna dei Miracoli per chiedere acqua pulita e un nuovo acquedotto. Alla fine, invece dei discorsi delle autorità, si è recitata una preghiera composta da una di loro, Annamaria, una nonna di 62 anni. La stessa che in queste settimane si recita in tante parrocchie della diocesi di Vicenza: «Guida tutti noi nel cammino verso la bonifica di quest’acqua e di queste terre sofferenti. Illumina chi è causa di questo inquinamento e tutti coloro che sono preposti alla soluzione di questo disastro».

A sposare la causa di queste mamme da subito il vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, che è andato ad ascoltarle a Lonigo e a pregare con loro. «La novità in questa vicenda», afferma, «è il soggetto diventato leader della battaglia per l’acqua: un gruppo di mamme, tra le quali molte appartenenti a comunità parrocchiali, che hanno portato il loro stile, che è concretezza e perseveranza, passionalità e insieme razionalità, mettendo il cuore oltre all’intelligenza. Un bell’esempio di impegno sociale della comunità cristiana». E nel merito della questione osserva: «Come rimanere indifferenti o muti, da cristiani, se vengono minacciati beni fondamentali come l’acqua, che è vita, o la salute delle giovani generazioni? Ora tutti devono fare la loro parte per rimediare a una situazione grave».

 
 
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