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sabato 21 maggio 2022
 
L'ADDIO
 

«Noemi, cercavi l'amore, hai trovato la morte. Ora sei con Cristo, il vero amore»

20/09/2017  A Specchia l’ultimo addio a Noemi Durini, la ragazza sedicenne uccisa dal fidanzato reo confesso. Il vescovo Vito Angiuli si rivolge ai familiari: «Sappiamo che in un momento tragico come questo è difficile tenere a freno il rancore e l’amarezza». E a Noemi: «Stretta tra le braccia di Cristo, hai finalmente scoperto e sperimentato quell’amore che invano hai cercato in questa vita»

Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia di monsignor Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, che ha celebrato mercoledì pomeriggio a Specchia (Lecce) i funerali di Noemi Durini, la sedicenne uccisa dal fidanzato reo confesso. Dopo l’appello a cercare vie di riconciliazione e di perdono, monsignor Angiuli si rivolge direttamente ai familiari di Noemi: «Sì, vi comprendiamo. Sappiamo che in un momento tragico come questo è difficile tenere a freno il rancore e l’amarezza. Il lutto può generare torpore e stordimento». E a Noemi: «Stretta tra le braccia di Cristo, hai finalmente scoperto e sperimentato quell’amore che invano hai cercato in questa vita».

 

Cari fratelli e sorelle,

siamo tutti costernati e increduli di fronte a quanto è accaduto. E più di tutti, lo siete voi, cari genitori e familiari di Noemi. La morte improvvisa e dolorosa di vostra figlia è un lutto che causa uno sconfinato dolore. In un momento, come questo, è difficile pronunziare parole che possano scendere nel cuore e lenire la sofferenza. I sentimenti e le emozioni sono più forti di ogni tipo di ragionamento e di riflessione. Forse solo il silenzio, le lacrime e la preghiera sono gli atteggiamenti più consoni per sopportare il peso della morte improvvisa di un’adolescente che si stava aprendo alla vita. Il silenzio è come una carezza. Consente all’anima di trovare un percorso di luce anche dentro l’oscurità della morte. Questa rimane un mistero che solo il silenzio è capace di accogliere. Abbiamo bisogno di silenzio per essere in grado di toccare l’invisibile e trovare Dio anche nel dolore e nella morte, perché Dio è silenzio che si può ascoltare ovunque. Le parole ingannano, illudono, mistificano. Soprattutto in amore, il silenzio vale più di ogni discorso. Unisce le persone e dona consolazione. Il silenzio è assenza di parole, ma non di sentimenti. E quando questi sono incontenibili, sfociano nel pianto. Le lacrime ci riconsegnano, almeno in parte, la persona amata. Si può dimenticare la persona con la quale abbiamo riso, mai quella per la quale abbiamo pianto. Quanta delicatezza è necessario avere davanti al dolore altrui. Per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire il nostro pianto al suo. Solo chi ha il viso rigato dalle lacrime riesce ad asciugare le lacrime dell’altro. Alcuni mesi fa, durante un’udienza in piazza san Pietro, Papa Francesco ricordava che «quando Cristo ha pianto ed è stato capace di piangere, ha capito i nostri drammi». Da qui, - ha continuato - ne deriva che «certe realtà si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime». Per il salmista, le lacrime sono pane che si mangia. Esse sono tanto preziose che Dio non ne lascia cadere neppure una, ma le raccoglie tutte nel suo otre (cfr. Sal 56,9). Nessuna lacrima sarà dispersa e ognuna sarà pesata nell’ultimo giudizio. In realtà, le lacrime sono una forma silenziosa di preghiera.

Sant’Agostino sosteneva che «il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi» (A Proba, Lettera 130, 10,20). La preghiera è grido muto dell’anima, invocazione prolungata e insistente, domanda incessante e silenziosa. Essa consiste nell’ascoltare Dio prima di parlargli, nel tendere l’orecchio prima di aprire la bocca. La vera preghiera non esclude nessuno e affida tutti, proprio tutti, all’infinita misericordia di Dio.

«La morte di Noemi e il vostro dolore ci appartengono»

Cari fratelli e sorelle, vi invito a vivere questi tre atteggiamenti: silenzio, lacrime e preghiera. In quale altro modo potremmo sostenere il peso di questo tristissimo avvenimento? Una mattina, al levar del sole, Noemi è uscita di casa e non vi ha fatto più ritorno. L’abbiamo cercata disperatamente, senza esito. All’inizio, abbiamo sperato che tutto potesse risolversi presto e nel miglior dei modi. La speranza di poter riabbracciare Noemi è rimasta sempre viva. Cosa può fare un genitore se non desiderare che la propria figlia adolescente possa nuovamente tornare agli affetti familiari?

Numerosi sono stati gli appelli e accurate le indagini messe in atto. È scattata una gara di solidarietà e di fraterna partecipazione. Poi, all’improvviso, il triste presagio si è avverato. Stentiamo ancora a crederlo. Ma la brutalità dei fatti è incontrovertibile. Morire a sedici anni: il tempo dei sogni, dell’apertura alla vita, della ricerca del vero amore. Un filo spezzato prima ancora di essere completamente dipanato. Un fiore reciso, prima di essere pienamente sbocciato. Non sembra vero. Ma è la triste realtà. Ora che i fatti sono stati quasi del tutto accertati e la triste verità si è fatta strada, la comunità cristiana si rivolge innanzitutto a voi, cari genitori e familiari di Noemi.

Sì, vi comprendiamo. Sappiamo che in un momento tragico come questo è difficile tenere a freno il rancore e l’amarezza. Il lutto può generare torpore e stordimento, ricerca affannosa nei ricordi e nella memoria di ogni piccolo tratto della persona amata, desiderio di incontrala nuovamente nei luoghi che frequentava. È possibile, forse, nutrire sentimenti di astio e di risentimento nei riguardi di chi ha portata via troppo presto vostra figlia. È difficile elaborare il lutto di una figlia morta ancora adolescente, in un’età così giovane. È un evento destabilizzante e devastante. Vanno in frantumi il futuro, i sogni, i progetti. Muore una parte della vostra vita. La morte lascia sgomenti, vuoti, privi di parole. Il mondo sembra crollare addosso. Viene quasi la voglia di negare la realtà.

Ogni genitore si aspetta che i figli sopravvivano alla propria morte. Sopravvivere, invece, alla morte dei figli è quasi morire con loro. Forse è morire un po’ più lentamente, ma certo non meno dolorosamente. Per questo, cari genitori e familiari di Noemi, vi siamo vicini e ci sentiamo partecipi del vostro dolore. La morte di vostra figlia ha colpito l’intera comunità, l’intera Nazione.

Ognuno di noi è stato toccato nel profondo dell’anima. Si è generato così una sorta di comunanza che è compassione, un desiderio di prendere, per quanto è possibile, la vostra croce sulle nostre spalle e di portarla insieme con voi. È nata una spontanea sintonia che invita a riflettere, a interrogarci, a ricercare il senso della perdita di questa giovane esistenza. Una vita che si spegne troppo presto toglie un po’ di futuro e di speranza a tutti. Siamo, però, consapevoli che la pietà umana che proviamo è giusta, ma non basta. La morte di Noemi e il vostro dolore ci appartengono non solo perché sono il segno della nostra umana e cristiana compassione, ma soprattutto perché sono un pressante invito a porci interrogativi che non possiamo eludere e mettere sotto silenzio. Ciò che è accaduto a vostra figlia e alla vostra famiglia, potrebbe accadere ad altre ragazze e ad altre famiglie. Anzi, accade sempre più spesso.

«L'uccisione di una donna è sempre più frequente nel nostro tempo»

  

L’uccisione di una donna si ripresenta, nel nostro tempo, con sempre maggiore frequenza. Cambiano gli scenari e le motivazioni, differiscono le età e le condizioni sociali, ma l’efferatezza, la crudeltà e la ferocia si ripropongono in modo similare. Sorgono allora spontanee alcune domande: cosa sta accadendo alla nostra società? perché, nonostante il tanto parlare, la donna non è ancora rispettata? perché noi adulti non sappiamo cogliere il desiderio di vita che è presente nei giovani? perché sempre più spesso essi si sentono soli e, il più delle volte, non trovano chi ha tempo da dedicare a loro per ascoltarli e dare orientamenti per il loro cammino?

Per questo mi rivolgo direttamente a voi, cari giovani, e, con tono accorato, a nome di tutti noi adulti, vi supplico: aprite il vostro cuore e svelateci i vostri sentimenti. Anche quando vi sembra che siamo freddi e insensibili, distaccati e incapaci di capirvi, non rifugiatevi nella solitudine del vostro mondo, ma lasciateci intravedere l’immenso desiderio di bene che alberga dentro di voi. Affrontate con coraggio la vita. Certo, siete immersi in una società difficile e complessa. Non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà e non desistete dal vostro impegno. I sacrifici che farete non saranno vani e infruttuosi. Appoggiatevi al nostro braccio e camminiamo insieme. La strada è lunga. Camminando mano nella mano, sarà possibile raggiungere la meta.

Mi rivolgo, infine, a te, cara Noemi. Con un nodo in gola, a nome di tutti, ti dico che vorremmo sentire ancora la tua voce. Vorremmo che ci spiegassi, con le tue parole di adolescente, il tuo desiderio di amore, quell’amore che di recente hai indicato sulla tua pagina facebook: un amore tenero e comprensivo, confidente e sorridente; un amore che rifiuta la violenza, l’umiliazione e la paura, e cerca solo comprensione e affetto, disponibilità e dolcezza; un amore che apre spiragli di libertà e spazi di autonomia, possibilità di scelte e di progetti per il futuro. Hai cercato questo amore, hai trovato la morte. Ma Dio, ne siamo certi, ti ridona la vita.

In questa celebrazione esequiale, mentre siamo raccolti in preghiera accanto al tuo corpo inerte, sembra quasi che si ripeta in mezzo a noi quanto abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo di Luca (cfr. Lc 7,11-17). Entrato a Nain, un villaggio situato una dozzina di chilometri a sud-est di Nazareth, Gesù incontra un corteo funebre al quale partecipa molta gente di quel luogo. È morto il figlio unico di una madre vedova. Vedendo quella scena, Gesù prova grande compassione. Esorta la madre a non piangere. Si avvicina al feretro, tocca la bara e, con la sua parola divina, risuscita il morto e lo consegna alla madre.

Il dolore dell’uomo genera nel Figlio di Dio un fremito incontenibile e una travolgente compassione. Questa si manifesta come un forte desiderio di assumere la sofferenza dell'altra persona, di identificarsi con lei e partecipare al suo dolore. La compassione mette in azione Gesù e fa sprigionare il suo potere di dare la vita, superando il tunnel della morte.

«Cara Noemi, ora hai incontrato il vero amore, Cristo»

Cari fratelli e sorelle, in questa liturgia eucaristica, Cristo risorto è in mezzo a noi e fa risuonare la sua parola di vita. Non finisce tutto con la morte fisica. Muore il corpo, non l’anima. Anzi, anche il corpo risorgerà nell’ultimo giorno. La morte crea un distacco, ma non preclude la possibilità di continuare a rapportarci ancora con coloro che non sono più tra noi. L’affetto e la preghiera sono le vie più sicure per comunicare con i nostri fratelli defunti. La fede in Cristo risorto ci conferma che «le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Agli occhi degli stolti sembra che muoiono; la loro fine è ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 3,1-3).

Questa fede ci dà la certezza che Noemi è stata afferrata dall’amore di Cristo. Stretta tra le sue braccia, ha finalmente scoperto e sperimentato quell’amore che invano ha cercato in questa vita.

Cara Noemi, ora, hai incontrato il vero amore. Cristo risorto è il tuo amore, la tua gioia, la tua vita eterna. Ed è proprio lui, come un vero innamorato, a sussurrarti dolcemente al cuore quelle parole, proprie le ultime parole che profeticamente hai postato sul tuo profilo facebook: «Tu meriti l'amore. Molto amore. / C'è vita fuori da una relazione abusiva. / Fidati!». Sì, cara Noemi, fidati di Cristo e vivi per sempre con lui, il tuo eterno e unico amore.

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