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«Noi che la crisi la soffriamo»

21/08/2013  Sono artigiani del divano. Hanno vissuto tempi felici. Oggi convivono con un incubo.

Divanolandia non è più l'isola felice. L'impero costruito da Pasquale Natuzzi nell'area delle Murge, con una serie di opifici nella zona di confine tra Puglia e Basilicata, vacilla. Sono lontani i favolosi anni '90, quando l'ex falegname, diventato abile imprenditore, arrivò persino a quotarsi a Wall Street. Ma già dieci anni fa globalizzazione e crisi economica cominciarono a far sentire i loro effetti. Da allora circa 1.500 lavoratori convivono con la cassa integrazione. Ma i segnali di una più drastica e preoccupante regressione si sono avuti nel giugno scorso, quando il gruppo di Santeramo, in provincia di Bari, ha annunciato la messa in mobilità di 1.726 dipendenti, soprattutto operai, che rischiano di restare senza lavoro e di mettere a repentaglio l'esistenza delle loro famiglie. «Lavoro alla Natuzzi da 25 anni e sono in cassa integrazione dal 2008. Mi chiamano in fabbrica quando serve oppure in occasione delle fiere», dice Francesco Romito, 53 anni, assemblatore di arredi. «Ho una famiglia da sostenere e sono in difficoltà per mantenere mio figlio all'università».

Che significa vivere da 11 anni in cassa integrazione? Lo spiega Pasquale Angulli, 48 anni, magazziniere: «Ho tre figli, ma non so se avrò la possibilità di mandare il più grande all'università». Pasquale indica una ricetta per uscire dalla crisi: «È indispensabile diversificare la produzione, dopo aver delocalizzato all'estero e in alcune aziende della Brianza sia la realizzazione dei divani che dei complementi d'arredo. Dov'è finito il codice etico di Pasquale Natuzzi che si è sempre ispirato ai princìpi della convivenza, della solidarietà cristiana? Questa vertenza è un serio problema sociale».

Salvatore Rifino, 44 anni, anch'egli magazziniere, lavora due settimane al mese. Anche lui fa fatica a mandare avanti la vita dei suoi tre figli: «Ho dato tutto per questa azienda, sono sempre stato presente e non ho fatto un giorno di malattia. L'ombra dei licenziamenti, delle fabbriche chiuse, fa paura a tutti. Qui non è più come una volta, anche se il Gruppo Natuzzi continua ad avere un fatturato elevato che in gran parte matura all'estero. Per salvare l'occupazione ci vorrebbe un'altra industria dello stesso settore disposta a investire su questo territorio».

L'operaio quarantenne Vito Clemente ha ancora il mutuo da pagare. «Ognuno di noi», dice, «ha fatto tanti sacrifici per dare il massimo all'azienda. Secondo me 52 dirigenti e 96 quadri sono sovradimensionati. Ma è necessario riportare la produzione in Italia, nelle aziende del Gruppo Natuzzi considerato che per il 70 per cento viene sviluppata all'estero». Tutti i dipendenti si lamentano del fatto che l'azienda ha deciso di trasferire la produzione altrove, come fa Marco La Balestra, 46 anni, addetto all'ispezione delle pelli. «In Italia la pressione fiscale è alta. Natuzzi dice che vorrebbe abbassare i costi al minuto, da noi è di 92 centesimi mentre all'estero è di 25 centesimi, in modo da poter incrementare la produzione. Una strategia che andrebbe sostenuta con finanziamenti ad hoc del Governo centrale. Ma mi chiedo se in questo momento ci sono le risorse disponibili».

Interviene Tommaso Di Lena, 47 anni, operaio tagliatore. Anche lui parla dell'amarezza di aver lavorato e fatto sacrifici per poi ritrovarsi in queste condizioni: «La Natuzzi ha voluto produrre in Cina e ora i cinesi, abili soprattutto nel copiare modalità e tecniche di lavorazione, sia in Puglia che in Basilicata sono capaci di fare divani, mobili a prezzi più bassi. Visto che la Natuzzi vende soprattutto i suoi prodotti all'estero sarebbe ora che lo Stato facesse pagare meno tasse sull'export». Nelle parole degli operai Natuzzi si avverte un moto di orgoglio. Si sentono ancora attivi, sono orgogliosi dell'esperienza maturata e della loro professionalità.

Commenta Gaetano Lanzolla, 39 anni: «Pasquale Natuzzi è stato bravo a illudere tutti dicendo che ci garantiva un posto di lavoro a vita. Dopo gli anni del benessere, ora afferma che i suoi operai non sono più produttivi. È falso, perché qui lavora gente che ha dato l'anima a questa azienda, facendo anche gli straordinari sabato e domenica. Ora vuole mandarci via ed è una cosa inaccettabile, anche per le tante famiglie che sono già in continua sofferenza».

Nelle parole dei dipendenti si sente anche la rabbia per la condizione in cui si è costretti a lavorare. «Sono cassintegrato a zero ore da quattro anni. si presenta Eustacchio Difino, 42 anni, operaio di assemblaggio. «C'è tanta rabbia perché ai tempi belli Natuzzi ci ha fatto promesse che poi non ha mantenuto. Quando si tenevano le famose convention diceva che avrebbe garantito il posto di lavoro anche ai nostri figli. Molti di noi, incoraggiati da queste frasi, hanno contratto un mutuo. Io stesso, con moglie e due figli a carico, sono in serie difficoltà sia sul piano economico sia su quello psicologico».

Anche Leonardo Giampetruzzi, 38 anni, operaio assemblatore, ha qualcosa da dire su questa crisi che non dà requie alle famiglie: «Anch'io ho un mutuo sulle spalle. Spesso chiedo aiuto a mia madre. Come si fa ad andare avanti così, con moglie e due figli a carico? Prima Natuzzi ci considerava suoi figli, adesso siamo quasi dei rifiuti. Quando gli abbiamo fatto comodo, anche per avere finanziamenti statali e regionali, tutto andava bene. Ora vuole metterci alla porta. Non è giusto».

La rabbia. L'incertezza. L'angoscia. «Si sta male tutti quanti», conclude Giuseppe Putignano, 42 anni, addetto al taglio fodere. «Non è facile guardare negli occhi la propria madre, la propria moglie. Per i cassintegrati è demoralizzante restare a casa senza lavorare, anche due o tre settimane. La situazione è critica, anche perché dopo dieci anni di precarietà diventa difficile poter essere reintegrati. Servirebbe un piano del Governo per il ricollocamento di tanti operai che sono anche bravi artigiani. In alternativa si potrebbe riconoscere un incentivo all'esodo, 60-70.000 euro di buonuscita. Così ognuno di noi potrebbe tentare di aprire una propria attività».

Per il momento la Natuzzi ha prorogato la messa in mobilità per 1.726 dipendenti, anche in seguito agli incontri tra le parti del luglio scorso al ministero per lo Sviluppo economico. Il Gruppo Natuzzi ha illustrato il piano industriale per il prossimo quinquennio. Settembre sarà un mese caldissimo per la vertenza, che si annuncia alquanto complessa e spinosa. I lavoratori sono preoccupati e scrutano l'orizzonte. Che non è mai stato così cupo come oggi.

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