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mercoledì 20 ottobre 2021
 
Clausura e Internet
 

«Noi, dietro le grate e su Facebook»

28/03/2015  Parla madre Rosa Lupoli, la badessa delle Clarisse Cappuccine di Napoli che ha risposto per le rime a Luciana Littizzetto: «Siamo rimaste stupite dai suoi attacchi incolti e superficiali». E sulla scelta di usare i social network: «Serve per dare testimonianza della nostra vocazione monastica a tanti giovani».

«Lei non ha idea di quanta gente frequenti e sia in contatto con un monastero di clausura: ho conosciuto più gente stando qui dentro che non fuori in giro per il mondo». Il messaggio di madre Rosa Lupoli, la badessa delle Clarisse Cappuccine di Napoli che ha risposto per le rime a Luciana Littizzetto, arriva via chat, su Facebook, dopo l’ufficio dell’ora nona, ritmo orante che scandisce le giornate all’interno del Monastero delle Trentatré dove vivono in tutto quattordici religiose: 13 professe e una novizia.
Un mezzo modernissimo come il popolare social network, dunque, per scardinare la clausura e saperne di più sulle monache protagoniste dell’assalto affettuoso a papa Francesco, in visita sabato scorso a Napoli, criticate il giorno dopo dalla Littizzetto alla quale hanno prontamente replicato via web. E sempre via Facebook si svolge anche quest’intervista con madre Rosa, ex giocatrice di pallavolo prima di abbracciare la vocazione ventitré anni fa.

Perché avete deciso di rispondere a Luciana Littizzetto?
«Sul nostro profilo Facebook a volte interveniamo su alcuni eventi. Stavolta era una battuta che riguardava noi in prima persona e mi è sembrato giusto replicare in maniera ironica ma anche decisa e precisa».  

Siete rimaste più sorprese o amareggiate dalle sue ironie a Che tempo che fa?
«Non vediamo quotidianamente la tv né tantomeno questo programma. La segnalazione ci è arrivata dall'esterno. Ci ha stupito che una donna intelligente sparasse a zero, in questa maniera incolta, sulle monache di clausura senza averne conoscenza. Non siamo riuscite a far finta di niente e abbiamo precisato».  

Ma la clausura permette di comunicare con l’esterno tramite i social network?  
«È chiaro che nelle nostre costituzioni non è previsto l'uso dei social semplicemente perché quando sono state scritte non esistevano. Si parla di strumenti di comunicazione la cui gestione è lasciata alla decisione della comunità. Come per tutte le cose che usiamo bisogna discernerne l'uso perché i frutti della creazione umana, tra cui la rete, possono essere usati per il bene o per il male».  

Perché avete deciso di aprire un profilo Facebook pur essendo suore di clausura?

«La modalità dell’uso dei mezzi di comunicazione spetta al discernimento della comunità. Abbiamo un sito web da circa 10 anni, nato per divulgare la figura della nostra fondatrice, Maria Lorenza Longo. Due anni fa in occasione dell’entrata di una postulante abbiamo deciso di essere presenti su Facebook anche per dare testimonianza di questa nuova vocazione a tanti giovani».  

Lo gestisce lei? 
«Sì, insieme alle altre soprattutto nelle risposte alle varie richieste di preghiera».

Visto attraverso Internet com’è il mondo esterno che vi giunge in monastero?
«Un mondo fatto di persone che desiderano il bene ma vivono in una profonda solitudine soprattutto nel portare le varie croci della vita».  

Tramite il web che richieste vi arrivano?

«In genere si tratta di richieste di preghiera per situazioni di malattia, di sostegno orante per il discernimento di alcuni momenti particolari della vita e di vicinanza nelle fatiche dell’esistenza».

Nell’immaginario collettivo, rilanciato anche dalle battute della Littizzetto, le suore di clausura sono un po’ represse e magari approdano ai voti dopo varie delusioni. Lei come risponde?

«Se qualcuna facesse questa scelta perché delusa dalla vita o repressa non riuscirebbe a resistere molto in clausura. La nostra vita è dura, rigorosa ed esigente e se non si ha una struttura umana molto forte e sana, oltre ad una vocazione forte e vagliata da un buon discernimento, ci si ferma molto presto desiderando le difficoltà della vita di fuori come più facili».  

Da pallavolista di successo alla clausura. Com’è accaduto?

«Dopo aver frequentato la chiesa fino alla cresima ho cominciato a giocare a pallavolo allontanandomi dal mondo ecclesiale. Per circa 10 anni la pallavolo ha impegnato i miei giorni e i miei fine settimana .Con la mia squadra di Ischia siamo arrivati in serie B fino a un passo dai play off per salire in A2. Nel frattempo ho frequentato il liceo classico e mi sono laureata in lettere moderne all’Orientale di Napoli. Portavo in me un’inquietudine sul senso della vita. A causa della rottura del menisco mi sono dovuta fermare e ho avuto il tempo di capire in che direzione orientare la mia vita. Così, ho iniziato a frequentare la parrocchia mi sono iscritta alla facoltà di teologia di Napoli per capirci qualcosa in più. Questo tempo di riflessione è cominciato nel settembre del 1989. Il 3 febbraio 1990 una ragazza della parrocchia entra in monastero e noi l’accompagniamo. Da qui comincia un momento di grande grazia: sono tornata spinta da una curiosità irrefrenabile a conoscere meglio le monache. Il Signore mi ha avvolto con il suo amore all’improvviso. Non ho potuto resistere. Il 5 maggio sono entrata come postulante. Mercoledì scorso ho festeggiato il 23° anniversario dei voti temporanei».

Con la vostra accoglienza calorosa avete sorpreso anche il Papa. Cosa vi ha detto?
«È rimasto frastornato dal nostro accerchiamento. Ma noi abbiamo intuito che  se non avessimo approfittato di quel momento non saremmo riuscite a salutarlo di persona e a consegnargli il nostro regalo. Essere a pochi passi da lui e non provare ad avvicinarsi sarebbe stato un vero peccato. Quando si è avvicinato a noi gli abbiamo detto che c’era un monastero di cappuccine anche a Buenos Aires».

Cosa avete regalato al Pontefice?
«Un cero decorato con il suo stemma e con la riproduzione della mappa  del mondo dove corre il suo messaggio».  

Chi è la fondatrice del vostro ordine?
«Maria Lorenza Longo. Una donna eccezionale: sposa, madre, laica consacrata, monaca di vita contemplativa che nella Napoli del ‘500 ha dato vita all’Ospedale degli Incurabili e al Protomonastero delle cappuccine. Entrambi ancora oggi continuano la loro missione».      

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