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«Abbiamo camminato insieme a migliaia di persone che hanno bussato alla nostra casa»

20/11/2014  Don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità di Milano, voluta nel 2004 dall'allora arcivescovo Carlo Maria Martini in accordo con il comune di Milano, racconta questi primi dieci anni e la casa oggi.

Il cardinale Martini inaugura la Casa della Carità (2004)
Il cardinale Martini inaugura la Casa della Carità (2004)

Accogliere e ospitare persone in difficoltà e, al tempo stesso, promuovere cultura a partire dai luoghi della marginalità. È stato questo il lascito del cardinal Martini per la Casa della carità. Dopo dieci anni ne parliamo con don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione.

Don Colmegna, si può dire oggi che la missione sia stata compiuta?

«Direi di si, perché non abbiamo assistito, ma abbiamo camminato insieme alle migliaia di persone che hanno bussato alla porta della nostra Casa. Abbiamo condiviso la loro domanda di cittadinanza nuova e, da lì, dalle esperienze degli “ultimi degli ultimi”, siamo partiti per parlare a tutta la città di reciprocità, di dialogo e di cultura. Dobbiamo ringraziare il Cardinal Martini che, già dieci anni fa, aveva anticipato quanto dice ora Papa Francesco, “ripartire dalle periferie”».  

Il cardinal Martini ha voluto una Casa che vivesse nella città e parlasse con essa. Lei in questi anni si è seduto spesso ai tavoli delle istituzioni, Comune, Provincia e Prefettura, per lavorare con loro e provare a ispirare politiche sociali di apertura e accoglienza. Da questo punto di vista com'è andata in questi dieci anni? Milano è cambiata diventando più accogliente e ospitale verso gli ultimi?  

«Fin dalla nascita, la Casa della carità ha dialogato con tutti, in tutte le situazioni, in particolare nelle emergenze. E con tutti abbiamo condiviso la nostra visione, fatta di solidarietà e legalità, fatta di diritti e responsabilità. Abbiamo proposto a tutti i nostri interlocutori un’idea di benessere collettivo basata sulla lotta all’esclusione e sulla promozione dell’autonomia. Senza cronicizzare la povertà, ma sperimentando interventi innovativi e sollecitando politiche sociali nuove. Oggi, il linguaggio che si usa in città nei confronti di molte delle persone con cui camminiamo insieme è decisamente cambiato e questo è un fatto positivo. Milano però, per essere una metropoli con una grande tradizione nel campo della solidarietà e dell’azione sociale, sconta ancora dei gravi ritardi».

La casa oggi
La casa oggi

Ci sono storie di ospiti, o l'esperienza di una vicenda, che più di tutte possono simbolicamente raccontare lo spirito della Casa della carità?

«In questo momento mi piace ricordare le tante famiglie, italiane e straniere, che oggi vivono in una loro casa, che hanno un lavoro, che mandano i figli a scuola e che hanno ritrovato la serenità, lasciandosi alle spalle un passato pesante. Oppure, ho ancora negli occhi il sorriso di una donna accolta alla Casa per alcuni mesi che, adesso, vive ospite di una famiglia dell’associazione Oikos, a Sesto San Giovanni. Ha trovato un lavoro e sta compiendo grandi passi verso l’autonomia. O, ancora, mi viene in mente il compleanno di un bambino rom, che vive qui alla Casa della carità insieme alla sua famiglia. Ha compiuto pochi giorni fa otto anni, ha organizzato la festa nella nostra Biblioteca del Confine e ha invitato anche i suoi compagni di classe che abitano in quartiere. È stato molto bello vederli arrivare qui alla Casa insieme ai genitori, abbattendo molti muri di pregiudizio e incomprensione. E, soprattutto, credo sia significativo il fatto che tutto si sia svolto nei locali della biblioteca della Casa, lo stesso luogo in cui si organizzano conferenze e presentazione di libri, dove i bambini fanno i compiti dopo la scuola e dove gli istituti della zona portano i loro alunni per dei laboratori sulla lettura. È un bellissimo esempio, semplice ma forte, di come cultura e coesione sociale crescano insieme».  

Oggi sembra che alcuni politici stiano riprovando a costruire consenso contrapponendosi a rom e immigrati. A Roma si registrano episodi di violenza contro i profughi. Dobbiamo aspettarci un ritorno a un clima di odio e intolleranza che voi alla Casa della carità avete conosciuto bene, ad esempio nella vicenda dell'incendio della tendopoli allestita a Opera per accogliere delle famiglie rom dopo uno sgombero?

«Il rischio che tornino chiusure, egoismi e conflittualità è concreto e a dimostrarlo, purtroppo, sono numerosi episodi, qui e nel resto del Paese. La nostra città è piena di segni di intolleranza: c’è un’aria pesante. Milano sembra aver paura, un sentimento ambivalente che non va sottovalutato. Da un lato, bisogna prendere sul serio i timori dei cittadini e non certo sminuirli o banalizzarli. Dall’altro, però, bisogna anche combattere la patologia della paura, usata strumentalmente da chi ha interesse politico ad accrescerla. Non è facile, ma alla Casa della carità, che mi piace considerare un avamposto di coesione sociale, facciamo il possibile. E, in questo senso, credo siano significative le storie che citavo prima. Le esperienze positive dei tanti rom che, dopo aver vissuto il degrado dei campi, oggi abitano in una casa e non fanno più notizia nella loro normalità, vanno raccontate. Vanno fatte conoscere perché, altrimenti, a farla da padrone sono solo gli esempi negativi che alimentano il circolo vizioso della paura. I problemi esistono, ma vanno raccontati entrambe le facce della convivenza altrimenti diventa impossibile coltivare quel consenso, paziente e non urlato, che è proprio della vera coesione sociale».  

Come si sta oggi "nel mezzo"? Gli stravolgimenti internazionali, così come questa infinita crisi economica, continuano a portarvi in Casa volti e storie di persone che chiedono aiuto. Come fate a tenere il passo e a reinventarvi continuamente progetti e risposte?  
  
«Lo “stare nel mezzo” non è fatto di sicurezze, ma di competenze e tentativi, di coraggio e riflessione. Alla base di tutto, però, prima ancora dei progetti sperimentali o degli interventi innovativi, c’è una ricerca spirituale forte. Personalmente, il senso delle esperienze che viviamo alla Casa della carità, dagli sgomberi dei campi rom alle accoglienze dei profughi siriani, lo cerco continuamente nella fecondità del Vangelo. È quel Vangelo che parla a tutti, credenti e non credenti. È quel Vangelo di cui la Casa mi ricorda ogni giorno l’importanza e a bellezza. È quel Vangelo che affascina. Come sacerdote, ho imparato molto in questi dieci anni».

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