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Non cediamo alla curiosità morbosa

10/12/2014  La reazione al nostro dolore per l'assassinio del piccolo Loris non deve autorizzarci a giudizi e accuse gratuite. Dobbiamo piuttosto guardare con compostezza il dramma in tutte le sue sfaccettature, riconoscerne il limite, e fermarci con rispetto di fronte a chi lo sta vivendo.

Chi non può dirsi sconvolto dall’efferato omicidio del piccolo Loris? Chi non si lascia infrangere il cuore da rabbia e tristezza di fronte a tanta crudeltà, soprattutto se associata al volto innocente di un bambino?

Rispondere a queste provocazioni richiede un’attenta mediazione tra la pancia e la testa, attribuendo il giusto spazio a entrambe. Da un lato, abbiamo il diritto di riconoscere quanta sofferenza scateni questo episodio in ciascuno di noi. Una sofferenza che si amplifica nel momento in cui a interrogarsi sono i genitori. Di fronte al sospetto che Veronica Panarello, madre di Loris, possa essere stata l’artefice della morte violenta di suo figlio, le mamme e i papà restano perplessi e impauriti. Non sembra difficile sintonizzarsi con i loro pensieri e intercettare una domanda pungente: “Come si può far male a un figlio?”.

La risposta non può essere logica. Nessuno, infatti, lo farebbe. E così la pancia inizia a reclamare il suo spazio. Sente il bisogno di immergersi nel vortice delle emozioni e di muoversi avidamente tra le informazioni che scavano nella vita passata di Veronica. Da cui emergono i dettagli di un dramma: infanzia difficile, rifiuto da parte del padre, due tentati suicidi. Come se non bastasse, la pancia volge l’orecchio alle dichiarazioni dei parenti (la suocera e la zia paterna) e del marito, affranto e attonito: “Era violenta già da piccola”, “Deve essere punita”, “Se è stata lei, mi crolla il mondo addosso”, oppure alle esternazioni di chi scambia un’opinione per una diagnosi peritale: “La sua malattia l’ha spinta ad uccidere la sua creatura”.

Dall’altro lato, quando la pancia rischia di sporgersi troppo, la testa (cioè la razionalità) reclama il suo ruolo. Accende il principio della giustizia, applicata (non si sa ancora con quale criterio) anche prima che le istituzioni e le procedure legali svolgano il loro corso. Tra un ragionamento e l’altro, ci si associa ai commenti dei criminologi e dei terapeuti di turno, si elaborano ipotesi investigative tra le più sofisticate, si stabiliscono attori e moventi. Si sentenzia che la donna è colpevole. Qui pancia e testa si “ritrovano” e si autorizzano a gridare in un unico coro: “Mamma assassina”. Quest’urlo ha il potere di placare la paura. Eppure né pancia né testa conoscono la verità.

Di fronte a Loris, alla sua orribile storia e al dramma che vive tutta la famiglia, pancia e testa possono fare marcia indietro. Piuttosto che sconfinare in una sofferenza inspiegabile e ingestibile, a cui segue l’autorizzazione a proclamare giudizi e accuse gratuite, possono guardare con compostezza il dramma in tutte le sue sfaccettature. E poi accettare il limite, fermarsi di fronte a chi lo sta vivendo e “restare sulla soglia”. Il rispetto dell’immagine del bambino, in questi casi, vale più di ogni morbosa curiosità o di qualsiasi sofisticata strategia costruita per non ammettere che il male esiste. 

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Loris, svolta nelle indagini: fermata la madre per omicidio
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