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martedì 28 giugno 2022
 
siccità
 

Non chiamatelo bel tempo, il Po ormai è quasi un acquitrino

16/06/2022  Molte le conseguenze sul piano ambientale, agricolo e persino industriale. Siamo indietro nella creazione di bacini collinari d'emergenza. E anche nel campo delle buone pratiche ognuno di noi può fare qualcosa

Non chiamatelo bel tempo per favore, piove da 110 giorni e gli effetti della siccità si fanno già sentire. Manca l’acqua, bene primario per definizione, l’oro blu, come lo chiamano nel mondo arabo. In decine di Comuni piemontesi e lombardi della Bergamasca sono già in azione le autobotti di approvigionamento con sospensioni notturne dell’acqua, mentre il Po è diventato un lungo acquitrino poco romantico e molto drammatico lungo 652 chilometri che ci ha fatto dimenticare tutta la poesia di Guareschi, Bacchelli e Ligabue. In realtà è tutto molto drammatico, se si pensa che il fiume più grande d’Italia, con tutti i suoi affluenti, è vita sotto tutti i punti di vista. Ad esempio la produzione idroelettrica è calata del 40 per cento, con ripercussioni sotto il profilo occupazionale. Pensiamo alla biodiversità e all’ecosistema, alla strage di pesci e a molte specie animali d’acqua dolce che rischiano di scomparire. Per sopperire al calo delle centrali idroelettriche si passa a quelle a gas e al carbon fossile, con buona pace dell’ambiente che dovevamo rendere sempre più “green”. Per non parlare dell’agricoltura, dove vige già il razionamento per l’irrigazione di molte colture, nonostante proprio questo sia il periodo in cui si ha maggiore bisogno di acqua per portare a maturazione frutta, verdura e cereali, in particolare il frumento, il grano e l’orzo, la cui semina è avvenuta lo scorso autunno. Questa situazione è particolarmente grave nel momento in cui le importazioni di grano ucraino è bloccato per gli eventi bellici.
 

Siamo in una tempesta perfetta, dicono gli esperti: ghiacciai in esaurimento, temperature più alte della media, scarse piogge, ventilazione calda che secca i suoli. Il Po non era mai stato così basso da 70 anni. E magari la tempesta perfetta fosse una tempesta di neve, ma non lo è. Sui ghiaccia del Trentino ne è stata misurata una quantità compresa tra il 50 e il 60 per cento del valore medio della serie storica e, a fine maggio, diversi ghiacciai si presentavano già privi di coperture nevosa, con circa un mese di anticipo. Una volta sullo Stelvio o sul Plateau Rosa si sciava. Provate ad andarci ora e vedrete cosa trovate. Veniamo già dalla siccità primaverile e invernale, sulle Alpi e gli Appennini, i grandi produttori di acqua per il grande fiume, ha nevicato poco. Il cuneo salino del Delta del Po vede già risalire di decine di chilometri, tanto che le falde per l’irrigazione da dolci sono diventate salmastre, con danni enormi ambientali e agricoli in quella zona.

Naturalmente paghiamo decenni di cattiva gestione dell’ambiente e di ritardi sotto il profilo della riconversione. La Coldiretti invoca da anni dei bacini artificiali sulle zone collinari in cui convogliare le acque piovane e portarle così nei campi non irrigati in caso di emergenza. Francia e Spagna, al solito, sono davanti a noi. Di fronte a tutto questo cosa può fare l’uomo? Nei tempi brevi ben poco. In quelli lunghi organizzare colture meno esigenti dal punto di vista idrico, sistemi di irrigazione più innovativi, riempire i grandi laghi regolati per trattenere l’acqua, riutilizzarla e depurarla attraverso i reflui, eliminare le perdite di rete.
Ma migliorare la situazione dipende anche da noi sotto il profilo individuale. Basterebbe ricorrere alla doccia e non al bagno. Noi italiani siamo i più grandi consumatori di acqua potabile per uso non bevibile al mondo. Lo sapevate che una vasca contiene 100 - 160 litri d’acqua, mentre una doccia di 5 minuti fa consumare 75-90 litri ed una di tre minuti 35-50 litri (ancora meno se si chiude la doccia mentre ci si insapona)?. Ma forse potremmo partire dal chiudere il rubinetto mentre ci laviamo i denti. E’ poco, ma è già qualcosa.
Francesco Anfossi

 

 

 
 
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