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lunedì 11 novembre 2019
 
 

L'antropologo: «Raccontiamo le nostre tradizioni»

14/12/2013  Il presepe ha tradizione plurisecolare, si deve all’intuizione di Francesco d’Assisi che ha teatralizzato l’evento della nascita di Cristo. L’albero è invece il modo che i paesi del nord Europa usano per solennizzare il periodo invernale, rinvia all’ambiente dominato da foreste.

È collezionista di presepi, personalmente legato a quelli dei piccoli paesi con il muschio preso dalla terra e ai pastori della sua casa in Calabria, fatti a mano da un padre scomparso oltre 60 anni fa. Ma a Roma dove vive, assicura, c’è anche l’albero. «Entrambi rispondono all’esigenza di segnare il tempo natalizio con azioni, situazioni, gesti che lo rendano significativo e in qualche maniera diverso dalla quotidianità. Nonostante riflettano contesti diversi e storie diverse». Luigi Maria Lombardi Satriani, classe 1936, ha la voce calda e curiosa dell’antropologo che cerca di comprendere le società, i comportamenti propri e altrui. Già professore ordinario di Etnologia all’Università La Sapienza di Roma, è stato senatore della Repubblica dal 1996 al 2001.

«Il presepe ha tradizione plurisecolare», racconta, «si deve all’intuizione di Francesco d’Assisi che ha teatralizzato l’evento della nascita di Cristo a Greccio. L’albero è invece il modo che i paesi del nord Europa usano per solennizzare il periodo invernale, rinvia all’ambiente dominato da foreste. Ma ormai è diventato anche nostro. Non c’è né da scandalizzarsi né da gridare alla contaminazione, perché i rituali sono sempre frutto di elaborazioni plurisecolari, ci sono acquisizioni, incontri, proposte».
Con il trascorrere del tempo, però, qualcosa può cambiare. «I simboli si colorano diversamente nei momenti e nelle situazioni storiche. Questa è la loro caratteristica, sono universali e contemporaneamente si storicizzano nel qui e ora. Ci sono alberi particolarmente inquietanti oggi, come quello della stazione Termini di Roma che ha assunto la nuova funzione di albero dei desideri: vi sono posti bigliettini con richieste di doni miracolosi, giovani disoccupati aspettano che sia regalato loro il lavoro. È il riflesso della società che vive problemi drammatici». Ed è così anche per il presepe «la cui tradizione si mantiene vivissima. A via San Gregorio Armeno, a Napoli, si fa fatica a camminare tante sono le persone che guardano e comprano i pastori. Ma questi possono riflettere sembianze popolari, dall’immortale Totò a De Magistris».

Simboli che si aggiornano. «Il presepe nelle altre culture può cambiare forma e noi ci dobbiamo porre in dimensione dialogica: raccontiamo le nostre tradizioni che possono essere prese e riplasmate da altri, così come noi prendiamo a nostra volta quelle altrui. Del resto il messaggio cristiano è universale. Occorre continuare a fare il presepe nelle scuole, non dobbiamo rinunciare a una parte di noi». Ma come fare spazio anche agli altri? «Siamo una società multietnica che ha vissuto drammi recenti come quello di Lampedusa. Perché non mettere nella grotta un Gesù Bambino dalla pelle nera?».

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