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venerdì 22 novembre 2019
 
Carceri
 

Non solo Giulia. E gli altri?

03/11/2013  La polemica sull'intervento della Guardasigilli Cancellieri in favore di Giulia Ligresti mette in ombra il vero problema: tutti gli altri 67 mila. Le condizioni vissute dalla donna sono le stesse di migliaia di reclusi. Con loro come facciamo? Diamo a tutti il numero della Cancellieri?

«Non mi dimetto, lo rifarei», ha detto Annamaria Cancellieri rispondendo a chi l’accusava di aver chiamato i vicedirettori del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) per segnalare le condizioni di Giulia Ligresti, arrestata a metà luglio insieme al padre e alla sorella (un fratello è latitante). Si è trattato di un «intervento umanitario», secondo la Guardasigilli, che ha rivendicato di averne fatti altri 110 analoghi: «Se Giulia si fosse uccisa, e io ero al corrente delle sue condizioni di ragazza anoressica, che non mangiava da una settimana, in pericolo di vita, non sarei stata forse responsabile della sua morte, della morte di una madre con dei bambini?».

Il vicecapo del Dap, Cascini, uno dei destinatari delle telefonate, ha spiegato che spesso dalla Guardasigilli, che «da quando s’è insediata, s’è dedicata con particolare attenzione ai problemi del carcere», arrivano segnalazioni di casi particolari. Anche Ilaria Cucchi l’ha difesa sottolineando la partecipazione al dolore per la morte di suo fratello e di Giuseppe Uva.

Altri invece hanno attaccato il ministro per il presunto trattamento di favore e per l’amicizia con una delle famiglie più chiacchierate d’Italia. In particolare, per la “telefonata di solidarietà” alla sua “buona amica” Gabriella Fragni (compagna di Salvatore Ligresti, padre di Giulia) e per il rapporto di lavoro tra il figlio del ministro e Fonsai, la compagnia assicurativa dei Ligresti, terminato nel 2012 dopo 14 mesi con una buonuscita di 3,6 milioni di euro.

Non è mancata la bufera politica: il Movimento 5 Stelle ha presentato una mozione di sfiducia, il Pd ha chiesto che riferisca in Aula e il Pdl l’ha difesa. Letta si è detto sicuro: la Guardasigilli chiarirà ogni dubbio in Parlamento.

Nel frattempo, a fine agosto, Giulia ha lasciato il carcere di Torino, perché, prima dell’interessamento del ministro, la Procura aveva già disposto un accertamento medico. La scarcerazione era stata in un primo tempo respinta dal Gip, che l’aveva poi convalidata soltanto dopo il patteggiamento della donna.

La polemica di questi giorni ruota attorno ai detenuti di serie A e B: “Non tutti i parenti possono telefonare al ministro”, si è detto. Infatti, nelle prigioni italiane che Lucia Castellano, ex direttrice del carcere modello di Bollate, ha definito “cimitero dei vivi”, muoiono in media 150 persone l’anno, oltre un terzo delle quali per suicidio, spesso nell’anonimato. Morti che in alcuni casi potrebbero essere evitabili.

Il 15 ottobre, a Rebibbia, è morto Sergio Caccianti, di 82 anni: aveva gravi patologie ed era stato recentemente colpito da un ictus, ma il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta di differimento della pena per motivi di salute. A fine agosto, Walter Luigi Mariani, 58 anni, paraplegico a seguito di un’ischemia, è morto carbonizzato nell’incendio della sua cella a Opera, non si sa se per incidente o suicidio.

Un intervento sicuramente “umanitario” sarebbe quello di occuparsi del cronico sovraffollamento delle carceri italiane.

A Taranto, per esempio, 4 detenuti si affollano in 9 metri quadrati. Anche la Corte Europea dei Diritti umani ha condannato l'Italia per aver detenuto persone in meno di tre metri quadri: tortura e trattamento inumano e degradante secondo l’articolo 3 della Convenzione Europea.

Dal 1990 ad oggi, la popolazione carceraria è più che raddoppiata, passando da 25 mila a oltre 67 mila persone, il 21,1% (14mila) dei quali è ancora in attesa di giudizio. Un altro dato dovrebbe far riflettere: il 36% è detenuto per violazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe.

Anche le condizioni delle strutture sono preoccupanti: lo scorso inverno, a Catania i termosifoni restavano spenti, mentre a Messina – rileva l’Associazione Antigone – «per stare in piedi, bisogna fare i turni».

Nella sezione femminile, dove vive anche una bambina di tre anni, «le celle e i corridoi presentano crepe sui muri, intonaco scrostato, gelosie di vetro alle finestre, muffa e umidità nei bagni. Le docce sono in comune e l'acqua calda nelle celle non è disponibile: le detenute lamentano di doversi lavare con le bottiglie».

Ma non tutti possono telefonare al Ministro. E di questi altri, che ne facciamo?

 
 
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