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sabato 08 agosto 2020
 
L'appello di un dipendente di Oriocenter
 

«A Natale state con i figli, non venite nel nostro centro commerciale»

22/11/2017  Raccolta di firme e l'invito anche di altri dipendenti di Oriocenter, il centro commerciale di Orio al Serio, contro la decisione della direzione di effettuare aperture natalizie. I sindacati valutano lo sciopero. Nei centri commerciali non vendiamo beni di prima necessità, potete venire il 24 o il 27 dicembre. «È vero, nessuno ci guadagna, ma così ci perdiamo tutti. E la situazione può solo peggiorare, si smarrisce il senso profondo della festa», dice un lavoratore del centro.

“Non venite nel nostro centro commerciale a Natale e non andate neanche negli altri centri che tengono aperto il 25 dicembre”: l’accorato e inusuale appello rivolto ai clienti attraverso le pagine online di “Bergamonews” è di un dipendente di Oriocenter, il grande centro commerciale di Orio al Serio, nel Bergamasco.

   L’appello è la risposta alla decisione del Consorzio Operatori Oriocenter che nei giorni scorsi ha ufficializzato le aperture di dicembre e dell’inizio dell’anno 2018: tutte le domeniche, più venerdì 8, l’Immacolata, e il 26 dicembre, Santo Stefano; ma anche a Natale e Capodanno (ristoranti, bar e cinema). Alla notizia molti dipendenti del centro hanno deciso di effettuare una raccolta di firme che sottoscrivano la richiesta all’azienda di soprassedere alla decisione e di chiudere il centro. A sostegno della protesta si sono schierati tutti i sindacati  di categoria (FILCAMS CGIL, FISASCAT CISL e UILTUCS UIL) di Bergamo.

 

“Pensate ai vostri figli, chiedetevi se vi può far piacere che durante il pomeriggio di Natale si alzino e  abbandonino la tavola con tutti i familiari presenti. Pensate che qualcuno quel giorno non potrà nemmeno essere presente perché obbligato a lavorare per non rimanere senza posto di lavoro. Non dimenticate che per molti queste feste possono essere una delle poche occasioni per ritrovarsi e stare con le proprie famiglie, con i propri amici, con i propri parenti. Non venite a far spese  o a mangiare al centro il 25 e 26 dicembre. O il 1° gennaio. Nei centri commerciali non vendiamo beni di prima necessità, potete venire il 24 o il 27 dicembre. È vero, nessuno ci guadagna, ma così ci perdiamo tutti. E la situazione può solo peggiorare”, questo è quanto dichiara a commento dell’appello, il dipendente a Bergamonews.  E i sindacati precisano: “Per la prima volta nella nostra provincia si tenta di passare sopra anche al Natale ed al primo dell’anno che sono le Feste più sentite per la famiglia e gli affetti delle Persone: questo è troppo! …Eppure, per noi rimane prioritario che si possa lavorare per un commercio che faccia convivere servizi, sviluppo, crescita e corretta concorrenza in una dimensione meno frenetica, più umana, più rispettosa delle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori. Sostenere questo obiettivo significa anche rispettare e valorizzare il significato ed il valore sociale delle festività”. I dipendenti temono che questo sia l’anticamera per l’apertura totale, 365 giorni l’anno.

 

   Insomma, non bastano più le aperture domenicali, non bastano quelle delle altre festività durante l’anno. Ora è la volta del giorno di Natale, del 26 dicembre e il Capodanno. D’altra parte, ciò è possibile grazie al provvedimento col quale il governo Monti,  nel 2011, in nome di quella ‘liberalizzazione’  che avrebbe  dovuto risollevare i consumi del nostro Paese, stabiliva l’apertura degli esercizi commerciali 24 ore su 24, sette giorni su sette. Ma non stiamo parlando di un ospedale o di una stazione ferroviaria. Stiamo parlando di centri commerciali, di negozi. Risultati del provvedimento? A distanza di sei anni, tangibili effetti economici non ci sono stati. Unico effetto certo: l’aumento delle chiusure dei piccoli esercizi, strozzati dalla concorrenza della grande distribuzione. A ciò si deve aggiungere l’impatto devastante che la deregulation ha provocato sulla vita di tantissime famiglie italiane con lavoratori e lavoratrici del settore. Per questo, accanto ai sindacati, alla Confcommercio e ai tanti comitati e gruppi di cittadini, come quelli che si incontrano in rete con “Domenica, no grazie”, s’è schierata anche la Chiesa italiana.      

Qualcuno sostiene ancora che si tratti di difendere un’idea ormai antiquata del commercio e del rapporto tra consumatore e offerta. Una vertenza anacronistica, dicono,  tutta di retroguardia contro l’ineluttabile affermazione di nuovi stili di vita e di sistemi di mercato. Una lettura questa che piace molto alle lobby della grande distribuzione. Ma non è così. E in Europa le restrizioni sugli orari e i giorni festivi sono generalizzate, a partire dalla Germania e dalla Francia.

Gli appelli contro le liberalizzazioni selvagge, contro gli “open 24h” nascono dalla difesa dei diritti dei lavoratori, dall’attenzione e la cura per il bene prezioso dei tempi del riposo e della festa, dentro i quali si rigenerano i rapporti in famiglia e nella società. Anacronistici, nel senso letterale del termine, cioè “confusi sui tempi” semmai sono proprio coloro che vogliono cancellare i “giorni rossi” dai calendari e trasformare tutto il tempo in  un indistinta ferialità lavorativa. E, d’altra parte,  l’omologazione del tempo, ha la stessa radice e scopo dell’altra grande omologazione: quella delle persone, che vorrebbe cancellare famiglie, figli, genitori, lavoratori, cittadini, stranieri e derubricarli a soli, puri e perfetti “consumatori”. Sempre a tirare il carrello della spesa… Natale compreso.

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