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sabato 25 giugno 2022
 
 

Se Norma resta senza voce

22/12/2013  L'opera di bellini rappresentata al Coccia di Novara ha messo in luce i limiti degli interpreti e della direzione musicale.

Da qualche tempo Norma sembra essere divenuta un’opera per prime donne in cerca di notorietà e di rogne, per sé e per gli ascoltatori. Al tempo stesso si propone come punto di raccolta dei vari mali endemici che affliggono il teatro lirico. Per esempio, l’edizione del capolavoro belliniano riproposto al Teatro Coccia di Novara dopo oltre un trentennio, ha messo in luce, e in modo clamoroso, la mancata coincidenza tra volere e potere.

Era un’occasione importante per riascoltare Alessandra Rezza, vincitrice alcuni anni or sono del Concorso verdiano di Busseto, la quale molto prometteva, certo più di quanto abbia in effetti mantenuto. Abbiamo ritrovato in lei il bel timbro privilegiato di lirico, ma un’emissione tuttora censurabile, che nel registro acuto (assai impegnato in Norma) dà risultati a dir poco laceranti.

Nettamente migliore la prestazione di Veronica Simeoni (Adalgisa), alla quale verrebbe tuttavia di consigliare impegni meni prolungati e la rinunzia a fatiche supplementari (decisamente al di fuori della sua portata la Selika nella recente Africana di Meyerbeer). Anche Roberto Aronica (Pollione), una delle migliori voci tenorili di una dozzina di anni or sono, si dava da fare per rinverdire gli stinti allori: l’esito non è andato oltre una generica adesione alle ragioni del canto belliniano, cui ha prestato una voce attestata ormai su un piano essenzialmente di vigorosa monotonia.

Quarto fra cotanto senno si è segnalato l’Oroveso di Luca Tittoto, vera voce di basso alla quale fa però difetto la fermezza del suono, compromessa da una costante oscillazione. Non priva di mende, infine, la bacchetta di Matteo Anselmi, in difficoltà nel dominare le dinamiche orchestrali, a vantaggio di un frastuono che talora, per esempio nel finale primo, raggiungeva livelli intollerabili. In ogni caso il folto pubblico ha applaudito calorosamente, nella convinzione di aver ascoltato la Norma di Bellini.

 
 
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