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martedì 07 dicembre 2021
 
"Not in my name"
 

Not in my name, l'Islam italiano dice no al terrore

21/11/2015  Le comunità musulmane del nostro Paese nelle piazze per condannare la violenza dell'Isis: «L’Isis è un cancro del corpo islamico. Quello che hanno fatto è un attacco contro la comunità intera. Il sangue versato a Parigi è il nostro sangue, sono morti nostri fratelli e nostre sorelle».

L’islam italiano scende in piazza al grido di #NotInMyName, Non Nel Mio Nome. «No all’Isis, no al terrorismo, noi ci siamo», è uno slogan della manifestazione di Roma. In un cartello si legge: «L’Isis è un cancro del corpo islamico. Quello che hanno fatto è un attacco contro la comunità intera». A Milano il messaggio è: «Oggi più che mai è necessario affermare che non si può uccidere e prevaricare in nome di Dio». È la prima volta che così tante associazioni di musulmani italiani manifestano insieme. A migliaia dicono, con le parole degli organizzatori milanesi, che «il sangue versato a Parigi è il nostro sangue, sono morti nostri fratelli e nostre sorelle».

Già venerdì, cioè il giorno della preghiera per i fedeli dell’Islam, nei sermoni era risuonata la condanna solenne per gli attentati. A Milano gli imam hanno detto: «Uccidere un innocente significa uccidere l'umanità», mentre nella capitale – racconta Abdellah Redouane, direttore del  Centro Islamico Culturale d’Italia che ospita la più grande moschea d’Europa – «abbiamo aggiunto alla preghiera un paragrafo col quale condanniamo il terrorismo dicendo che la vita umana è sacra e gli attentati non sono accettabili dall'Islam e dai musulmani». E aggiunge: «Il terrorismo sfrutta la religione per scopi politici e ideologici», proponendo «un'interpretazione falsa che trascina i giovani e fa loro il lavaggio del cervello con un radicalismo che dobbiamo combattere».

Ieri i musulmani sono scesi in piazza a Palermo, Reggio Emilia, Parma e Lucca, mentre oggi è il turno di Milano, Genova e Roma. Nella capitale hanno aderito anche diversi politici, tra cui il presidente del Senato Pietro Grasso. «Oggi – ha detto – proviamo un fortissimo sentimento di identificazione con chi soffre, a Parigi, a Bamako, a Beirut, a Garissa, e ovunque nel mondo». Da nord a sud il messaggio è inequivocabile. Spiega Rassmea Salah: «L'Isis è una banda di criminali che si è autoproclamato califfato, ma nessuna scuola giuridica islamica e nessuna comunità musulmana al mondo lo ha mai riconosciuto. Anzi, sono sempre stati condannati».

Rassmea fa parte del direttivo del Caim (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza) che ha organizzato la manifestazione ambrosiana, raccogliendo l’adesione di oltre 80 associazioni islamiche della Lombardia. Il Caim è la realtà che ha vinto il bando del Comune per costruire una moschea all’ex Palasharp (a Roma c’è dal 1995, i 100mila musulmani di Milano non ne hanno ancora una). Dice il coordinatore Davide Piccardo: «I tragici fatti di Parigi rendono doverosa una netta presa di posizione. Questa spirale di guerra, violenza e distruzione che tiene in ostaggio il nostro mondo è quanto di più distante ci sia dal messaggio che attraverso le religione giunge all’umanità. Non ci appartiene, non potrà mai essere la nostra via». Per Piccardo «il momento richiede unità nazionale, c’è bisogno di far fronte comune contro l’orrore e cercare una via di pace». E da Milano arriva anche l’appello «contro l’islamofobia degli sciacalli che per pochi voti vogliono alimentare paure, divisioni e discriminazioni odiose additando l’islam e i musulmani come nemici».

È la paura che Sumaya Abdel Qader, autrice del libro “Porto il velo, adoro i Queen” e volto noto dell’islam milanese, ha visto negli occhi della figlia. Racconta la sera della sua famiglia il giorno successivo alla strage di Parigi: «Dopo aver ascoltato un programma in televisione dove venivano dette menzogne sui musulmani, sono andata in camera delle mie figlie per prendere una cosa». Pensava dormissero, ma un filo di voce le ha chiesto: «Mamma… chi è l'Isis?». «Dormi ne parliamo domani», abbozza la madre. «Sento sospirare profondamente – continua Sumaya – e quando accendo la lucina, mia figlia con gli occhi lucidi mi chiede: “Perché dicono queste cose di noi, perché ce l'hanno con noi?”». La risposta della mamma è una domanda: «A scuola ti vogliono bene o qualcuno ti tratta male perché sei musulmana?». «Mi vogliono bene”. “Allora dormi tranquilla, va tutto bene», l’ha accarezzata la mamma.  

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Not in my name, gli islamici in piazza per dire no al terrorismo
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