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venerdì 06 dicembre 2019
 
Salento, tradizione e futuro
 

Notte della Taranta, ecco perché vanno tutti pazzi per il ballo che “pizzica” il dialogo

28/08/2017  Un ballo che unisce generazioni e popoli nel nome della pace. Qual è il segreto della sua "rinascita"?

Da zavorra del passato a risorsa del futuro, da relitto folcloristico a bene culturale, emblema identitario, occasione d’incontro in questo promontorio del Salento che dà sul Mediterraneo sempre più striato di sangue e disperazione. Il “tarantismo” era finito e le tarantole non pizzicavano (quasi) più.

Poi, nel 1998, Sergio Blasi, sindaco di Melpignano, amministratore illuminato, mise in piedi la prima “Notte della taranta”. Dirà qualche anno dopo: «Salvatore Quasimodo scrisse che questa nostra terra era “spaccata dal sole e dalla solitudine”. La Notte prende il nostro passato e lo mette davanti a tutti, con orgoglio. Lo fa dialogare con le altre culture di questo Mediterraneo che mette in contatto tre continenti. E non lo mette in vendita. Il rischio c’era, di banalizzare la nostra cultura, di immolare tutto al dio denaro». Rischio in parte sventato. A concertare e arrangiare queste sonorità ancestrali, canti di lavoro, nenie funebri, romanze d’amore, arrivano big di prim’ordine: l’ex batterista dei Police Stewart Copeland nel 2003. Poi tutti gli altri: Ambrogio Sparagna, Mauro Pagani, Ludovico Einaudi, Goran Bregovic, Carmen Consoli. In piazza ballano tutti insieme. I figli e i nipoti di quelli che agli albori degli anni Settanta cantavano “Non è Francesca” e gli anziani del Salento che quelle canzoni d’amore e disagio le hanno cantate mentre si spaccavano la schiena nei campi.

Colonne sonore di vite inceppate negli ingranaggi di una storia immobile, come si addice al Sud d’Italia, ai Sud del mondo, sempre più stretti fra emigrazione e ribellione sociale, che da queste parti al massimo poteva essere sfogata su un tamburello: «Fimmine, fimmine, ca sciati allu tabaccu».

«Le forme si assomigliano, molte strofe di pizzica vengono ripetute come nei brani blues», dice il cantautore e musicista Raphael Gualazzi, il maestro concertatore di quest’anno. «Mondi apparentemente lontani, il blues, la musica afroamericana e quella popolare salentina, non solo riescono a dialogare, ma rappresentano più di mille trattati sociologici parlando delle condizioni sociali di donne e uomini costretti a lavorare sotto il sole, sfruttati, sofferenti. Queste canzoni sono assai vicine a quelle che in America cantavano i detenuti e gli schiavi deportati sui campi di lavoro». Nel concertone di Melpignano, dove il 26 agosto sono arrivate più di duecentomila persone, Gualazzi si è avventurato nei territori del jazz, in un giro del mondo in compagnia di ospiti del calibro di Suzanne Vega, Tim Ries, Yael Deckelbaum e Pedrito Martinez. «Il Salento», spiega Gualazzi, «ha una cultura musicale che si è rinvigorita, è diventata forza educativa per i bambini che sono coinvolti fin da piccoli. In fondo, lo spirito salentino esprime quello italiano all’ennesima potenza: vigoroso, danzante, intenso nei suoi ritmi, colori e danze. Qui a Melpignano c’è una comunità che balla non solo fisicamente, ma attraverso la gentilezza, l’ospitalità, l’affetto che offre ai turisti e agli ospiti come me. Questo mi ha colpito molto».

La musica è importante come il messaggio che viene lanciato dal palco agghindato, per l’edizione dei vent’anni, con le luminarie tipiche delle feste patronali salentine. La Notte della taranta non è forse, di là da ogni provocazione, il Sanremo della musica popolare? «La pace», risponde Gualazzi, «è l’unico messaggio che mi sta a cuore, come richiama anche il titolo del mio ultimo album, Love Life Peace. Tutti gli ospiti di Melpignano, a cominciare da Yael Deckelbaum, sottolineeranno artisticamente questo tema».

Ecco, dunque, che la ribalta di Melpignano è anche per il dramma dei minori stranieri non accompagnati: figli di nessuno, inghiottiti dal buco nero della criminalità e della tratta. Alcuni di loro compongono la Pizzica Children’s Orchestra composta da giovani musicisti ospitati in vari centri d’accoglienza dell’Unicef. Arrivano dal Senegal, come Adboulay Sissoko N’Diogou che fa il percussionista. O dalla Nigeria come il pianista Joel David e Azad Lucky. E poi il trombettista Lamine Drammeh dal Gambia, Diabate Toumani dalla Costa d’Avorio, Azad Gianmaria dalle Isole Mauritius. È il sogno (realizzato) di un festival capace di andare oltre lo spettacolo e la disputa sulle presenze e sul, pur importante, ritorno economico per il territorio. È la storia di una musica generosa che dà e accoglie perché, come diceva Ludovico Einaudi, la musica nel Mediterraneo «è sempre stato un prezioso bene di scambio».

Un bene maneggiato con virtuosismo in questi vent’anni da Teresa De Sio e Gianna Nannini, Battiato e la cantante israeliana Noa (che nel 2009 si esibì con la palestinese Mira Awad), Phil Manzanera, Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Come dire che siamo tutti tarantolati.

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