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giovedì 09 dicembre 2021
 
Giorgio Napolitano
 

Nove anni da presidente di un'Italia esemplare

14/01/2015  Bilancio della lunga stagione del Capo dello Stato, durante due mandati definiti "eccezionali". Intanto si apre la partita per il successore: il suo identikit è pronto.

Sarà difficile trovare un successore del livello di Giorgio Napolitano, anzi, in un certo senso sarà impossibile. Le ragioni sono molteplici: la statura politica e istituzionale dimostrata, il ruolo eccezionale svolto nel corso di due mandati (tali da avergli fatto guadagnare l’appellativo di “re Giorgio”), la particolarità del momento storico in cui ha saputo rendere il Quirinale un faro per un Paese smarrito e una bussola per un Parlamento paralizzato.

Ci sono stati almeno due momenti cruciali, in questi lunghi e tormentati nove anni, in cui l’uomo del Colle ha fatto da supplenza alla palude politica, fino ai limiti estremi delle prerogative previste dalla Costituzione. Il primo è stato nel novembre del 2011, quando l’Italia era diventata preda della speculazione finanziaria internazionale, finendo sull’orlo della bancarotta. In quei frangenti Napolitano nominò senatore a vita Mario Monti (una sorta di inedita investitura presidenziale) e gli conferì l’incarico di capo di un Governo di tecnici che in qualche modo domò la tempesta (con sacrifici enormi degli italiani). Il secondo momento nel segno dell’eccezionalità è avvenuto con la sua rielezione “non cercata e non voluta” al Quirinale, unico punto di equilibrio possibile tra i partiti, incapaci di trovare un successore. Certa stampa di destra, oltre a quella filogrillina, ha addirittura gridato al “golpe”, ma di uno strano golpista si tratterebbe, se è vero come è vero che dopo il trionfo di Matteo Renzi alle primarie del Pd Napolitano non ha esitato (tra i mal di pancia dell’ormai minoranza del partito, quella postcomunista da cui proveniva e con cui aveva mantenuto i legami di una vita) ad affidargli il nuovo incarico di Governo al posto di Enrico Letta.

Nel fare il bilancio del suo “novennato” gli storici dovranno certamente tener conto anche del fatto che l’ex comunista riformista, l’ex senatore a vita nominato undicesimo presidente della Repubblica, ha portato avanti la missione di coesione nazionale avviata dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi. La decisione delle dimissioni, pare maturata da oltre un anno, è stata presa senza indugi. L’inquilino del Quirinale si sentiva sempre più inquilino pro tempore.

Gli abiti erano rimasti a casa e la sua biblioteca di tremila volumi era già stata trasferita a Palazzo San Macuto, dove conservano lo studio i senatori a vita. La decisione era stata comunicata a papa Francesco, il Pontefice che Napolitano considera una guida morale per sé e per il Paese e con cui ha instaurato un rapporto di stima e amicizia. L’anziano presidente si è rivolto agli italiani, nel suo ultimo messaggio di fine anno da capo dello Stato, con parole semplici e dirette, per annunciare le sue dimissioni. L’affaticamento dovuto all’età non consente dilazioni. «L’Italia », ha spiegato, «dovrà avere la maturità di eleggere un nuovo presidente perché non può permettersi di averne uno di novant’anni».
Ha citato il percorso delle riforme del Paese ormai avviato: il superamento del bicameralismo paritario, la legge elettorale, il rapporto tra Stato e Regioni, ma anche le riforme sociali, di cui l’Italia ha più bisogno, come quella sul lavoro (l’assillo del vecchio presidente per la disoccupazione giovanile è palpabile per chi gli sta vicino) e sulla pubblica amministrazione.
E ha stigmatizzato, prendendo spunto dall’inchiesta della Procura di Roma su Mafia Capitale e sulle varie inchieste di corruzione, gli italiani “indegni”, contrapponendoli agli italiani “esemplari”. Il messaggio è stato anche una sorta di viatico diretto al suo successore, il cui compito, prima degli altri, sarà proprio quello di portare a compimento le riforme: «Il percorso va, senza battute di arresto, portato a piena conclusione».

Il profilo del nuovo inquilino del Colle sta emergendo con nettezza, almeno nelle sue caratteristiche, giorno dopo giorno: dovrà essere un politico di alto profilo, con una conoscenza approfondita della macchina dello Stato ma anche delle dinamiche dei partiti e delle istituzioni, oltre che avere una competenza di quel che avviene a livello sociale ed economico.
Inoltre, nel tradizionale avvicendamento al Colle (non sempre rispettato, come nel caso di Ciampi e Napolitano) toccherebbe a un cattolico, figura vista con sempre maggiore interesse. Sembra il ritratto di Romano Prodi, con cui il premier Matteo Renzi, che ha il ruolo di “dare le carte” nella prossima partita del Quirinale, si è intrattenuto in un lungo colloquio prima di Natale.
Ma la sua elezione è tutt’altro che scontata.
Prodi è stato l’avversario diretto di Berlusconi (l’unico che lo ha sconfitto durante il suo ventennio) e su di lui il Cavaliere, il cui ruolo è quello di vagliare le proposte di Renzi, ha sempre posto il veto. Inoltre, visto che in Parlamento siedono gli stessi deputati e senatori che hanno partecipato all’ultima elezione, compresi i famigerati “101” grandi elettori del Partito democratico che hanno tradito Bersani (e dietro i quali si cela l’ombra di Massimo D’Alema), perché dovrebbero cambiare idea su Romano Prodi? Ecco perché i giochi sono quanto mai aperti nella corsa alla successione di “re Giorgio”.

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