(Foto di Rete G2- Seconde Generazioni)
L’attesa dura da dodici anni. Era il 3 febbraio 2004 quando alla Camera veniva presentato dalla Comunità di Sant’Egidio il primo testo sulla cittadinanza ai figli di immigrati, intitolato “Bambini d’Italia”. Da allora si sono unite molte associazioni, come quelle aderenti alla campagna “L’Italia sono anch’io”, mentre accanto alle seconde nascevano anche le terze generazioni (i nipoti degli immigrati).
(Foto della campagna L'Italia sono anch'io)
Già nel 2012, l’Istat diceva che il 70% degli italiani era favorevole alla cittadinanza ai bambini nati qui. Finalmente, a ottobre scorso, la Camera ha approvato la riforma: se il Senato la confermerà, andrà in pensione una legge anacronistica. Sì, perché quella attuale fotografa un Paese che non c’è più: è del 1992, ma basata sull’impianto giuridico di quella del 1912, quando in Italia c’era il re, l’anno successivo emigravano 870 mila connazionali e il dubbio era se concedere la cittadinanza ai nati in Tripolitania. Oggi il problema è che Adrian, nato a Milano 17 anni fa da genitori albanesi, liceale che all’università vorrebbe studiare Medicina, non può andare in gita a Londra con i suoi compagni di classe perché la legge lo classifica come “straniero” nell’Italia che sente “casa sua”.
Se anche i senatori approveranno la riforma, saranno italiani i bambini nati in Italia con un genitore in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo (ius soli temperato), oppure i ragazzi arrivati nel territorio nazionale entro i dodici anni che abbiano concluso almeno un ciclo scolastico (ius culturae).
Milena Santerini.
È un compromesso rispetto alle proposte iniziali; il tipo di permesso richiesto, in particolare, è selettivo da un punto di vista economico. Ma, per la prima volta, lo ius sanguinis, il diritto di sangue, non sarà più l’unico modo per essere italiani. Una svolta importante, quindi, che riguarderà quasi 700 mila ragazzi sui 986 mila che sono nati o studiano in Italia.
«Una norma di civiltà e di buonsenso», dice Milena Santerini, deputata di Demos che sta molto contribuendo alla riforma, «renderà cittadini di diritto bambini e ragazzi che lo sono già di fatto, una “generazione ponte”. Non è un cedimento, ma la prevenzione di identità più radicali. Proprio di fronte alle tragedie parigine, occorre costruire l’integrazione con tutti gli strumenti possibili. Mai come in questi casi la paura è cattiva consigliera».
(Foto di Rete G2- Seconde Generazioni)
Per festeggiare l’approvazione della riforma alla Camera e chiedere al Senato di fare presto, lo scorso 23 novembre, la Comunità di Sant’Egidio, all’interno del progetto Dialog Milano in collaborazione con il Comune e il Forum delle Religioni, ha riunito centinaia di milanesi (vecchi e nuovi). Al Museo della Scienza e della Tecnologia del capoluogo lombardo, la compagnia Alma Rosè ha messo in scena una performance artistica.
Nelle testimonianze degli otto nuovi italiani, non mancano stereotipi e frasi razziste subite, ma anche tanta ricchezza culturale, economica e sociale. Una di loro è Xiaomin Zhang, che fa parte della Comunità di Sant’Egidio e dice: «Abbiamo capito l’importanza di riformare la legge incontrando i bambini delle nostre Scuole della Pace: crescevano da italiani ed esprimevano un forte senso di appartenenza». Lei è l’emblema di quella che l’onorevole Santerini chiama «cittadinanza vissuta, non solo sulla carta, che vuol dire impegnarsi per dare il proprio contributo attivo alla costruzione della società, significa sognare di costruire qui il proprio futuro». Da anni, infatti, Xiaomin va in periferia dove, gratuitamente, insegna ai bambini italiani, stranieri e rom a convivere pacificamente nella città. La studentessa universitaria curda Ozlem Onder invece si impegna nell’aiuto ai profughi siriani che transitano da Milano.
(Foto di Rete G2- Seconde Generazioni)
Mauro Jin, trentaseienne di origine cinese, è un imprenditore dell’Uniic (Unione Imprenditori Italia Cina), mentre Rudra Chakraborty, nato a Calcutta, ha vissuto in tre continenti, ma considera Milano la sua casa: si occupa di comunicazione interculturale anche grazie alla conoscenza di inglese, italiano, hindi e bengalese. Ervin Bajrami, arrivato da piccolo fuggendo dalla guerra del Kosovo, vive a Bergamo; Asli Haddas, 35 anni, ha mamma eritrea e padre italo-etiope: è laureata in informatica, ma la sua passione per i viaggi l’ha portata a realizzare una sua attività nel ramo del turismo e ha appena aperto “Gogol’Ostello & Caffè letterario”.
Infine, Sumaya Abdel Qader, una delle organizzatrici della manifestazione #NotInMyName con cui i musulmani italiani hanno condannato l’uso blasfemo che i terroristi fanno dell’islam, ha raccontato: «Io sono quella bambina nata a Perugia 37 anni fa, riconosciuta italiana 5 anni fa, dopo 32 anni». Cresciuta nella scuole cattoliche umbre, ora ha tre lauree, ma racconta della sua infanzia: «Io sono quella ragazzina dai genitori inizialmente un po’ chiusi, impauriti di vivere in questo mondo così diverso. Tutti mi reputavano l’araba e araba ero, anche se non sapevo cosa volesse dire esattamente. Io sono la ragazzina, che un giorno a scuola si sente domandare: “Sumaya, raccontaci chi è Saddam Hussein e perché ha invaso il Kuwait”. Io sono quella ragazzina che si domandava chi è Saddam e ‘ndo sta il Kuwait…».
Poi Milano, la città di cui è innamorata e dove incontra il futuro marito. L’aperitivo e i colleghi di lavoro, il cuore che pulsa per la Nazionale di calcio e i figli che nascono e vanno a scuola. Nel mezzo, l’11 settembre 2001 e il terrorismo dell’Isis: ogni volta deve riaffermare che la sua religione non c’entra nulla e che, lei che porta il velo, si sente pienamente italiana. Nella serata al Museo della Scienza e della Tecnologia, Sumaya indica la strada, valida per tutti, vecchi e nuovi italiani: «Oggi essere cittadini vuol dire dare e avere fiducia, non cedere alle logiche della paura, ascoltarci prima che incolparci, vederci come un noi allargato ricco di specificità e opportunità».