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sabato 25 settembre 2021
 
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Domenico Iannacone: «La mia "Odissea", una Via crucis in chiave laica»

01/04/2021  Intervista al giornalista che ha ideato e diretto il film-documentario in onda venerdì 2 aprile su Raitre in prima serata. Un viaggio nelle fatiche e nelle sofferenze di chi vive la disabilità mentale, attraverso le voci e le storie degli attori del Teatro patologico di Roma, fondato da Dario D'Ambrosi

La rappresentazione teatrale dell'Odissea della compagnia del Teatro patologico (tratta dal film-documentario).
La rappresentazione teatrale dell'Odissea della compagnia del Teatro patologico (tratta dal film-documentario).

(Foto sopra: Domenico Iannacone, a sinistra, e Dario D'Ambrosi in una scena del documentario "L'Odissea", in onda su Raitre venerdì 2 aprile)

Odissea: metafora del viaggio umano, del cammino esistenziale nella sofferenza e nelle difficoltà. Per tornare a casa, come Ulisse nel poema omerico, che vuol dire trovare una stabilità, un porto sicuro, degli affetti, un sostegno. Oggi, l'odissea è quella di chi, a causa della pandemia, si è ritrovato a terra, senza un lavoro e un sostegno, di chi deve provare a ricostruirsi una vita da zero raccogliendo le macerie della sua esistenza, di chi ha perso familiari e amici, o ha vissuto sulla sua pelle la solitudine imposta da un virus feroce. I moderni Ulisse sono coloro che fuggono dalle guerre, che attraversano i deserti, i confini, solcano i mari per cercare una nuova casa. Le odissee sono quelle chi vive la disabilità mentale, una condizione di estrema vulnerabilità che le restrizioni della crisi sanitaria hanno drammaticamente peggiorato. Sono loro, le persone con disabilità mentale, i protagonisti del film-documentario L’Odissea, ideato e realizzato da Domenico Iannacone, in onda su Raitre in prima serata, alle 21,20, venerdì 2 aprile. Sono gli attori del Teatro patologico di Roma, un’associazione nata nel 1992 grazie all’impegno di Dario D’Ambrosi, attore e regista, che promuove e sviluppa attività teatrali per persone affette da gravi problemi psichici, facendo del teatro uno strumento per uscire dall’isolamento.

Un viaggio nel viaggio, quello narrato da Iannacone: le personali odissee degli attori, le loro fatiche e lotte quotidiane, si intrecciano con la rappresentazione teatrale dell’Odissea portata in scena la scorsa estate, tra mille difficoltà, in un grande evento sulla spiaggia di Ostia, dalla compagnia del Teatro patologico. Una libera rivisitazione del celebre poema omerico in cui emergono con forza i temi del disagio, dell’emarginazione, dell’integrazione. «Le odissee che racconto», spiega Iannacone, «sono quelle di Paolo - che sulla scena veste i panni di Ulisse - un ragazzo di meno di 40 anni affetto da una depressione profonda, molto grave. Lui è uno degli attori storici della compagnia. E poi c’è Marina - Penelope sulla scena -, una donna di circa 50 anni che ha subìto tantissimi ricoveri in ospedali psichiatrici, una persona con una grandissima vitalità, che vive con il padre, e mi ha raccontato tutto ciò che le è successo quando è stata rinchiusa.  Carlo, che interpreta il capo dei proci, ha 35 anni, è nato prematuro e ha un ritardo cognitivo. Ma è un genio dei numeri: tu gli puoi indicare qualunque data e lui ti snocciola immediatamente tutto quello che è successo quel giorno. È incredibile, non gli sfugge nulla. Claudia, che interpreta Circe, è una ragazza con sindrome di Down appassionata di chiese e di fantasy. E poi Fabio, uno dei proci, che oltre ad avere un ritardo nell’ambito della sfera autistica, è investito da ricorrenti crisi epilettiche. Gli altri attori ormai lo sanno, si accorgono quando sta per svenire, lo sorreggono e lo proteggano quando Fabio è in preda a una crisi».

Iannacone non si limita a osservare e narrare. Entra nelle storie, nei viaggi esistenziali, li prende su di sé, li fa propri. Perché, spiega il giornalista, certe vicende ti segnano, ti restano incise nella pelle. Non puoi semplicemente guardarle, devi assimilarle, farle tue, non abbandonarle, seguirle nel corso del tempo. E l’odissea degli attori, allora, diventa anche la sua personale odissea. «Nel documentario, ad un certo punto Dario mi porta in un deposito costumi, così, in presa diretta. Cerca la camicia di forza, quella che gli avevano fatto indossare quando si era fatto ricoverare per tre mesi all’istituto psichiatrico “Paolo Pini” di Milano per studiare il comportamento dei pazienti, me la fa mettere addosso. È un momento fortissimo, che non mi aspettavo. Me la lega dietro e mi dice: “Muoviti”.  E io gli rispondo: “Mi sembra di soffocare. L’unica cosa che puoi fare in questa condizione è sbattere la testa contro il muro”. E poi mi mostra delle vecchie immagini dimenticate dei manicomi». Una prova complicata, per il giornalista e regista, anche dal punto di vista della scrittura: «La mia voce nel film è un po’ quella di un cantastorie, di una sorta di Omero che ripercorre le vicende, mantenendo sempre un registro alto, per armonizzare il mio racconto alle vite dei protagonisti».

E uno sguardo alla pandemia, che ha approfondito le disuguaglianze, le condizioni già esistenti di vulnerabilità. «Stiamo vivendo la fase della fragilità assoluta. Ora tutto è labile, in bilico, fortemente minacciato. In questo momento, allora, forse possiamo specchiarci negli altri, nelle persone più fragili, perché in qualche modo è come se riconoscessimo anche noi la nostra fragilità. Rispetto al disagio mentale, gli esseri umani hanno sempre camminato su un filo: basta pochissimo per perdere l’equilibro e ritrovarti in una dimensione che non è tua, senza sapere neppure perché. Ora siamo tutti molto più esposti alle cadute. E tutto ciò che prima ci sembrava importante adesso non lo è più: l’arroganza, il disprezzo degli altri, la ricerca della ricchezza… Tutto questo è come se ora si fosse sgretolato». 

Più di due ore di racconto televisivo denso, drammatico, carico di emozioni. Per il giornalista L’Odissea non è stato un lavoro semplice: «Ho dovuto lottare per imporre questo tema in televisione, vincendo le resistenze. Ho lavorato con risorse scarsissime, ho dovuto girare a singhiozzi a causa del Covid. Ma non ho mai mollato, perché avevo preso un impegno con gli attori del Teatro patologico e se avessi mollato avrei sentito di tradirli. Per chi ha una fragilità mentale, avere degli scopi, degli obiettivi è fondamentale». 

Il 2 aprile, giorno della messa in onda del documentario, ricorre la Giornata Mondiale per la consapevolezza dell’autismo, istituita nel 2007 dalle Nazioni unite. Ed è Venerdi santo, il giorno della Via crucis. «Mi piace pensare a questo mio viaggio nella disabilità mentale come a una Via crucis laica, il cammino dell’uomo nella sofferenza. La Via crucis è, in fondo, lo specchio della società di oggi, attraverso la fatica, il dolore, le cadute, ma anche, alla fine, la rinascita».

 
 
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