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mercoledì 20 ottobre 2021
 
Parlamento
 

Omofobia, che fretta c’era…

06/08/2013  Discussione chiusa, emendamenti respinti: così si introduce un reato d’opinione che colpisce chi crede nella famiglia fondata sul matrimonio

La scena è surreale. I deputati iscritti a parlare sono 28. Ad un certo punto quelli ad ascoltare sono poco più di una ventina. «Di notte specialmente…», cantava, qualche anno fa, Donatella Rettore.

Potrebbe essere la colonna sonora della discussione della legge sull’omofobia approdata, lunedì sera, alla Camera in un’Aula praticamente deserta. La discussione (si fa per dire) si chiude verso mezzanotte. Non proprio il metodo e la tempistica ideali per una legge così complessa e delicata che per combattere l’omofobia rischia di introdurre un reato d’opinione colpendo tutti coloro che, del tutto legittimamente, in futuro, vorranno sostenere e difendere la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, così come è prevista e tutelata anche dalla Costituzione.

Se questa legge non è più urgente come dicono che senso ha discuterla in maniera semi clandestina, durante una nottata d’agosto? Non si poteva rimandare il dibattito alla ripresa dei lavori parlamentari a settembre?

Se, come invece sostengono i suoi fautori, la legge è importantissima e va approvata al più presto perché relegarne la discussione alla mezzanotte del 5 agosto e non in un orario più adatto per consentire un dibattito il più ampio possibile? L’impressione è che, più che bene, si voglia fare in fretta.

Già la Commissione Giustizia si era riunita in seduta notturna per chiudere il provvedimento, evitando l'esame di alcuni emendamenti tra cui i rilievi della Commissione Affari Costituzionali che metteva in guardia dal rischio di sconfinare nel reato d’opinione. E il sottosegretario alla Giustia Cosimo Ferri, a nome del governo, aveva raccomandato ai deputati di trovare una quadra su questo delicatissimo punto.

Contro questo metodo delle “tappe forzate” si sono concentrate, lunedì sera, le critiche di Paola Binetti dell’Udc, Eugenia Roccella del Pdl e Gianluigi Gigli di Scelta Civica. «La possibilità di una legge condivisa ancora c’è», ha detto Roccella, «che tenga conto cioè di tutte le fragilità».

Per il Movimento 5 Stelle è intervenuta, tra gli altri, Silvia Chimienti stigmatizzando il “terrore” che i media cattolici avrebbero seminato su questa legge. Sulla stessa linea anche Barbara Pollastrini (Pd): «Sgombriamo il campo da ogni equivoco», ha detto, «non è in discussione la libertà di pensiero e di espressione. Con questo testo si estende la legge Mancino a gruppi o persone che istigano a persecuzioni, violenza e discriminazioni contro omosessuali e transgender». Poi tira in ballo addirittura papa Francesco: «Qui si tratta di aggiungere un dovere, un dovere di civismo, di tolleranza, di comunità. "Chi sono io per giudicare" ha detto pochi giorni fa un Papa straordinario. Chi siamo noi per rimuovere, per rinviare norme sagge ed equilibrate?».


La filosofa Michela Marzano (Pd) si spinge, non si capisce bene perché, a citare il Vangelo: «Il messaggio evangelico è  prima di tutto un messaggio d’amore», scandisce, «inclusivo e rispettivo di ogni diversità e differenza».

 
 
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