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martedì 25 gennaio 2022
 
il retroscena
 

Oscar Mammì e le dimissioni di Mattarella

10/06/2017  Scomparso Oscar Mammì passato alla storia della Repubblica per la prima, contestata legge, sull'emittenza radiotelevisiva che portò alle dimissioni di cinque ministri della sinistra Dc fra i quali Mattarella e Martinazzoli.

Il nome di Oscar Mammì, parlamentare del Partito repubblicano fin dal 1972, morto oggi 10 giugno a Roma a 90 anni, resta indissolubilmente legato alla prima legge sulle emittenza privata radiotelevisiva e alle lunghe polemiche che ne sono seguite negli anni. Quando la legge che prese il suo nome andò in votazione cinque ministri democristiani, compreso l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella si dimisero. Ricordiamo la vicenda con le parole di Mino Martinazzoli pubblicate nel libro Uno strano democristiano (edizioni Rizzoli).

La mia esperienza da ministro della Difesa «finì con le mie dimissioni nel luglio del 1990 quando, insieme cinque ministri, demmo le dimissioni in segno di resistenza alla legge Mammì», scrive Martinazzoli.

«Eravamo tutti della sinistra democristiana: Calogero Mannino, ministro dell’Agricoltura, Carlo Fracanzani, ministro delle Partecipazioni statali, Riccardo Misasi, ministro per il Mezzogiorno, Sergio Mattarella, ministro della Pubblica istruzione, e io.

Il presidente del Consiglio Andreotti aveva posto la fiducia sul provvedimento che riguardava l’emittenza radiotelevisiva e sosteneva che l’esecutivo e "il pazientissimo ministro Mammì" si erano sforzati di conciliare le opposte rigidità arrivando a un testo che, secondo lui, riduceva in molti punti la posizione del gruppo privato televisivo più consistente, senza invece fissare alcun obbligo specifico per la televisione pubblica sostenuta dal canone.

Secondo noi, invece, e ne resto convinto, la legge Mammì non era la grande legge regolativa dei rapporti tra servizio televisivo pubblico e privato che volevano farci intendere. Era la fotografia, la presa d’atto, di quel che nel frattempo era accaduto, senza che ci fosse una vera regolamentazione del settore privato della comunicazione.

Era una legge che non potevamo in alcun modo condividere. Eravamo contrari a quel provvedimento e lo avevamo detto nel corso di queste sedute del consiglio dei ministri che si svolgevano nella sala del governo, cioè in un luogo da dove si poteva raggiungere facilmente l’aula per votare. L’ultimo giorno di questa discussione in consiglio dei ministri, Andreotti ci propose di votare il provvedimento in consiglio, procedura inusuale. Avremmo votato no e avremmo tenuto un punto d’onore. Fuori dal consiglio dei ministri, però, avremmo votato a favore della legge Mammì e non ci saremmo dimessi.

Intervenni proprio io per dire che il problema non era di tenere il punto d’onore, ma era una cosa ben più seria. Proprio in quel momento suonò il campanello per richiamarci in aula. Gli altri andarono, in quattro rimanemmo a discutere. Mannino era a Bruxelles per una riunione della Comunità europea. Lo raggiungemmo per telefono e gli spiegammo la situazione. Gli parlai io e gli chiesi anche l’autorizzazione a firmare le dimissioni a suo nome. Fu questione di pochi minuti. Sul tavolo c’erano carte da lettere e buste. Presi un foglio, scrissi la nostra posizione, misi tutto in una busta e la diedi a Mattarella perché la portasse in aula ad Andreotti. Sulla porta Mattarella si voltò per chiedermi se avevo fatto una copia della nostra lettera. Mi toccò riaprire la busta, ricopiare su un altro pezzo di carta, che mi misi in tasca, e ridargli la lettera. Poi andammo dov’era riunito il gruppo Dc. C’erano, tra gli altri, De Mita e Bodrato. Confermammo loro che ci eravamo dimessi. Dalle facce mi sembrò di capire che erano stupiti dal fatto che ci fossimo dimessi davvero. I sottosegretari erano piuttosto inquieti perché temevano di doversi dimettere a loro volta. Ma non accadde nulla. In meno di un’ora il presidente del consiglio aveva avvisato il Quirinale del rimpasto di governo e aveva scelto i nostri successori. La mattina dopo, Andreotti fece una brevissima comunicazione per annunciare le nomine dei ministri Vito Saccomandi all’Agricoltura, Virginio Rognoni alla Difesa, Franco Piga alle Partecipazioni statali, Gerardo Bianco alla Pubblica istruzione, Giovanni Marongiu agli Interventi straordinari per il Mezzogiorno. La discussione andò avanti e il voto alla Mammì fu favorevole. A distanza di anni resto tutt’ora convinto che quella legge non andasse approvata.

Il tema dell’informazione, come in seguito si è dimostrato, era un punto centrale. Era una battaglia da molti condivisa. Anche se l’onorevole Craxi, ironizzando sulla nostra scelta, disse che avevamo ottenuto un’ennesima entusiasmante sconfitta. Ma non era una sconfitta della sinistra Dc, in quel momento credo che la sconfitta fosse della politica. La vicenda della legge Mammì denunciava una spaccatura più profonda all’interno del partito. Nel convegno che tenemmo, come sinistra Dc, a Lavarone, tra fine agosto e inizio settembre di quello stesso anno, spiegai che le nostre dimissioni avevano risposto al dovere di non rinunciare al compito della politica, che è quello di imporre delle regole agli interessi. E aggiunsi che come democratici cristiani dovevamo porci il problema di cambiare. Denunciai il fatto che c’erano forze alleate che parlavano di alternanza non per cambiare il sistema, ma per ereditarlo. Cosa che sarebbe senz’altro successa se noi per primi non avessimo preso in mano la situazione e messo mano alle riforme, compresa quella elettorale. Mi pare che poi fu esattamente quello che avvenne».

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