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il caso
 

«Oscurare i profili social dove si minacciano i giornalisti»

29/03/2021  Nel 2020, denuncia Ossigeno per l’informazione, sono stati 309 i casi d’intimidazione e minacce rivolte in Italia contro giornalisti, blogger e altri operatori dell’Informazione. Il lavoro del tavolo tecnico istituito al Viminale nel 2017 di cui fa parte Gianni Maria Stornello. membro del comitato esecutivo dell’Ordine nazionale dei giornalisti: «L’odio in rete è micidiale, vanno aumentati i controlli e l’azione di contrasto»

Gianni Maria Stornello, membro del comitato esecutivo dell’Ordine nazionale dei giornalisti
Gianni Maria Stornello, membro del comitato esecutivo dell’Ordine nazionale dei giornalisti

Su Ossigeno per l’informazione quasi ogni giorno si aggiunge un caso. Intimidazioni, denunce, aggressioni fisiche, querele bavaglio. È la dura realtà dei giornalisti minacciati perché svolgono il proprio lavoro tutelato dalla Costituzione: informare i cittadini. Solo nel 2020, Ossigeno ha rilevato direttamente e ha segnalato pubblicamente 309 casi d’intimidazione e minacce rivolte in Italia contro giornalisti, blogger e altri operatori dell’Informazione. «Ognuno di questi episodi», scrive il portale, «costituisce una violazione del diritto all’informazione previsto dall’Articolo 10 della Convenzione Europea per i Diritti Umani». In occasione della Festa della Donna, l’8 marzo scorso, sono stati diffusi i dati delle giornaliste minacciate: 69 nel 2020, il 22% del totale. Le forme più frequenti vanno dai post denigratori sui social alle offese e insulti sessisti. Con un dato inquietante: gli avvertimenti salgono dal 37% del 2019 al 42% nel 2020. Aumentano anche le aggressioni verbali e fisiche (19% nel 2019, 29% nel 2020) e i danneggiamenti (9,9% nel 2019, 17% nel 2020) volti a impedire di documentare fatti di rilevanza pubblica. Diminuisce considerevolmente il ricorso all’abuso delle denunce e delle azioni legali: rappresentano solo il 6% nel 2020 a fronte del 30,8% dell’anno precedente.

Un fenomeno in preoccupante crescita sul quale, dal novembre 2017, vigila il Centro di Coordinamento delle attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente d’informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti istituito dall’allora ministro degli Interni, Marco Minniti, insieme al capo della polizia, Franco Gabrielli.

Si tratta di un tavolo tecnico, presieduto dal prefetto Vittorio Rizzi, vicecapo della Polizia e direttore centrale della Polizia criminale, nato per mettere a punto le necessarie misure di tutela per i cronisti minacciati e di cui fanno parte i rappresentanti dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della FNSI.

Al tavolo siedono anche i rappresentanti del Comando generale della Guardia di Finanza e dell’Arma dei carabinieri, della Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato e della Polizia di Prevenzione, della Direzione centrale per la polizia stradale, delle comunicazioni e dei reparti speciali della Polizia di Stato.

«Esercitare oggi la professione significa essere esposti a intimidazioni, minacce e ricatti che non riguardano solo il giornalista ma anche i suoi familiari», spiega Gianni Maria Stornello, membro del comitato esecutivo dell’Ordine nazionale dei giornalisti, che è intervenuto all’ultima riunione del tavolo tecnico che si è tenuta al Viminale il 12 marzo scorso.

Quali soluzioni adottare? «Durante una riunione del tavolo tecnico, quando avevamo la possibilità di fare riunioni in presenza prima della pandemia», continua Stornello, «ero giunto a proporre, forse un po’ provocatoriamente, che essendo le funzioni esercitate dai giornalisti di carattere “istituzionale”, meritassero una protezione analoga, anche sul piano delle incolumità personale, a quella assicurata ad esempio ad un magistrato che si occupa di tematiche simili. Una dirigente della Polizia criminale mi rispose dicendo che ci vorrebbe ancora più personale, considerata la gravità e la frequenza del fenomeno».

Per Stornello, la tutela dei cronisti minacciati è prioritaria e bisogna continuare, spiega, «con l’ottimo lavoro svolto finora e con la collaborazione tra ministero dell’Interno, Ordine dei giornalisti e FNSI. Il tavolo tecnico permanente permette di procedere esattamente nella direzione giusta».

Un problema nel problema è costituito dai social media da dove transitano gran parte delle minacce, dalle intimidazioni allusive e pruriginose agli attacchi anche sulla sfera personale e familiare. «L’avvento dei social ha provocato un grande cambiamento nel modo di esercitare la professione giornalistica» riflette Stornello, «ora più che mai la mediazione tra la fonte e il destinatario delle notizie, cioè il cittadino, che costituisce l'essenza del mestiere, è messa in discussione dalle forme di disintermediazione in atto sulla rete e in particolare sui social. Sempre più nascono siti di presunta informazione non diretti da giornalisti, blog riconducibili a persone non iscritte all’ordine professionale e che operano sfruttando i lavoratori oltre ogni regola. Da questo punto di vista», sottolinea, «il quadro normativo attuale è datato e per questo motivo inadeguato. I problemi giungono soprattutto dai social dove fake news e odio online rappresentano le due facce della stessa medaglia».

Uno dei problemi che la categoria è costretta ad affrontare, come abbiamo visto anche in questa pandemia attorno all’informazione sul virus e sui vaccini, è il proliferare massiccio delle fake news. «Queste sono facili da creare e complicato da contrastare perché è molto semplice e, per certi versi persino affascinante, mischiare il verosimile al falso. Le “bufale” danno poi vita alle camere dell’eco (echo chambers) che confermano i pregiudizi di chi ne fa parte. E siccome la ricerca della verità sostanziale dei fatti, architrave della deontologia giornalistica, si trova in una posizione diametralmente opposta rispetto al falso online, i giornalisti sono fatti oggetto di minacce e bersaglio e di costante violenza verbale e non solo».

Come già stato ventilato dal presidente nazionale Carlo Verna, la soluzione proposta da Stornello «potrebbe essere quella di indurre le filiali italiane dei social media (Google, Facebook, Twitter) ad aumentare i processi di controllo sulle informazioni distribuite via Internet e ad essere più puntuali nelle segnalazioni che restano fine a se stesse se non si oscurano tutti i profili di cui si accerta la costante attività di denigrazione verso i giornalisti attraverso intimidazioni e minacce. Solo con questi interventi», conclude, «potremmo avere risultati apprezzabili sul fronte della battaglia contro l’odio in rete».

 
 
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