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martedì 26 ottobre 2021
 
Alla Scala
 

Scala, un Otello che parla di immigrazione

03/07/2015  Dopo una lunghissima assenza di 145 anni, torna al teatro scaligero l'opera di Rossini, "soppiantata" da quella di Verdi, ma più fedele al testo di Shakespeare e per nulla avulsa dall'attualità.

145: tanti sono gli anni trascorsi dall’ultima rappresentazione dell’Otello di Gioachino Rossini alla Scala di Milano. E basterebbe questo dato per rendere il nuovo allestimento in scena dal 4 al 24 luglio un evento della Stagione, un appuntamento che “fa notizia” da segnare col circoletto rosso.

Un’assenza sorprendente per un capolavoro italiano ammirato perfino da Schubert che scrisse: “Non puoi negargli un genio straordinario: l’orchestrazione è spesso estremamente originale e anche le parti vocali”. Ma cronologia ed aneddoti non bastano: l’Otello scaligero, come sottolinea a ragione il Teatro, si avvale di un cast stellare. Un cast accomunato da una convinzione: l’Otello di Rossini è drammaturgicamente più intenso e fedele all’originale di Shakespeare del capolavoro di Giuseppe Verdi su libretto di Boito che pure lo ha soppiantato, o quasi, nella storia della musica.

I nomi in locandina: Olga Peretyatko (una Desdemona attesissima, recente vincitrice del Premio Abbiati), Juan Diego Flórez (uno dei più grandi tenori leggeri viventi qui nei panni di Rodrigo), Edgardo Rocha (Jago, cantante emergente). Jürgen Flimm (direttore dell’Opera di Berlino e uomo di teatro che ha lavorato con i massimi direttori viventi) firma una regia sviluppata a partire da un’idea scenografica di Anselm Kiefer.

Ovviamente non dimentichiamo il protagonista: Gregory Kunde,  61 anni, una sorta di leggenda. Statunitense, nato come tenore rossiniano e donizettiano, definito da molti “il miglior tenore italiano d’America”, Kunde è anche direttore d’orchestra (lo abbiamo ammirato anni fa a Bergamo in due edizioni successive del Festival prima come protagonista sulla scena e poi sul podio) e soprattutto ha sviluppato il suo repertorio (fu protagonista alla Scala nel 2014 di una indimenticabile edizione de Les Troyens di Berlioz diretta da Antonio Pappano) fino a ricoprire il ruolo del titolo dell’altro Otello, quello verdiano, che alterna sulle scene di tutto il mondo.

Un caso unico nella storia del melodramma da un secolo in qua. E proprio Kunde spiega prima della messa in scena che “per me non è molto diverso cantare l’uno o l’altro Otello. Ma quello di Rossini è più vicino a Shakespeare di quanto lo sia quello di Verdi. In Verdi tutto ruota intorno alla sua gelosia nei confronti di Desdemona, a quella scena del fazzoletto che la scatena. Qui la prospettiva è rovesciata: la vera gelosia è quella di Jago, del rivale. E tutto diventa più umano, con più dubbi. L’ultima scena è una delle più drammatiche del teatro serio rossiniano”.

E in un siparietto col collega Florez, ricorda che “I tenori rossiniani fanno tutto insieme. Alla fine della prove si va anche a mangiare insieme. E’ una specie di club”. “Forse perché c’è la leggenda che stando insieme ci si contagiano gli acuti”, dice Florez, che poi parla della sua Fondazione in Perù alla quale tiene moltissimo, perché aiuta i bambini ad uscire dalla povertà grazie alla musica: “Abbiamo già un’orchestra di 200 elementi”, dice orgoglioso: “è splendida”.

Tornando all’opera, che verrà diretta dal cinese Muhai Tang, non si pensi ad un soggetto avulso dalla nostra realtà. Jürgen Flimm lo spiega così: “All’inizio non ero molto convinto: poi me ne sono innamorato. La drammaturgia di questo Otello è più complessa di quella verdiana. E’ più teatrale. Ho pensato al protagonista come un uomo che viene dalla sabbia, dal deserto. Ed è un tema di straordinaria attualità. Perché in Otello il razzismo è espresso nel libretto e questo fa pensare al presente, ad un atteggiamento non cambiato e al nostro atteggiamento nei confronti dell’immigrazione. Per questa ragione ho concluso l’opera con l’immagine di una città che è la somma di tante città d’oggi. Le città poste di fronte alla sfida dell’integrazione”.

Perché oggi si va a teatro non solo per applaudire gli acuti dei cantanti.

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