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domenica 14 agosto 2022
 
IL COMMENTO
 

Pace, lavoro e dignità, questo tragico Primo maggio tra bombe e crisi economica

01/05/2022  «Celebriamo il Primo Maggio senza “se” e senza “ma” contro l’invasione russa dell’Ucraina, che non ha alibi. Celebriamo piangendo le morti bianche, già 189 tra gennaio e marzo: tante, troppe. Celebriamo sapendo che un giovane su 8, tra 30 e 34 anni, prende meno di 9 mila euro all'anno: è povero». La riflessione di Emiliano Manfredonia presidente nazionale delle Acli.

Emiliano Manfredonia, 47 anni, presidente nazionale delle Acli.
Emiliano Manfredonia, 47 anni, presidente nazionale delle Acli.

Il 25 aprile ed il 1 maggio sono due date che segnano fortemente il calendario civile del nostro Paese, perché rimandano a sentimenti profondi, radicati nella nostra storia come nella memoria di ciascuno di noi: il 25 aprile perché rappresenta la fondazione della nostra democrazia, il 1 maggio perché ci ricorda che la Repubblica è fondata sul lavoro, e che questa non è solo un’espressione propagandistica, uno slogan azzeccato, ma qualcosa che va oltre, che ci ricorda che il metodo primario che l’essere umano possiede per trasformare la realtà che lo circonda è il suo lavoro.

Ma il lavoro, per essere all’altezza della dignità dell’uomo, deve essere libero, sicuro, dignitoso, e deve svolgersi in circostanze tali da non mettere le persone di fronte alla triste alternativa fra salute e lavoro, un tema che la pandemia ha soltanto acuito.

E’ per questo che le Acli hanno voluto unire la loro partecipazione alle celebrazioni del 25 aprile e del 1 maggio sotto il triplice richiamo alla pace, al lavoro e alla dignità: in un momento in cui la guerra bussa alle porte dell’Europa, si rende necessario dare testimonianza dell’aspirazione dell’umanità alla pace, una pace che va costruita nella giustizia e nella verità, e che deve essere il sottofondo dell’ispirazione dell’azione politica dei credenti e di tutte le persone di buona volontà.

Celebriamo il Primo Maggio senza “se” e senza “ma” contro l’invasione russa dell’Ucraina che, nonostante tanti errori e responsabilità internazionali, non ha alcun alibi. Celebriamo il Primo Maggio contro questa e tutte le guerre reclamando, solidali con le vittime, che torni in campo la politica: non la politica miope, dominata da interessi nazionali e economici, ma una politica alta che fermi l’escalation delle armi e del riarmo con la forza della legalità e ritessendo la comunità internazionale e l’azione sul campo delle sue istituzioni.

Celebriamo il Primo Maggio, richiamando con papa Francesco la centralità del lavoro per edificare una vera pace. L’universalizzazione del lavoro, costituzionalmente definito come diritto e dovere, insieme all’educazione e al dialogo tra le generazioni, possono sradicare nei popoli la guerra e la diffusa esigenza delle nostre democrazie di aver bisogno senza troppi scrupoli delle dittature.

Come Francesco disse alcuni anni fa ai lavoratori dell’Ilva di Cornigliano: «Senza lavoro si può sopravvivere ma per vivere occorre il lavoro. Oggi il lavoro è a rischio, perché non si considera con la dignità che ha e, invece, il mondo del lavoro e una priorità umana e pertanto è una priorità cristiana, e anche una priorità del Papa. Attorno al lavoro si edifica l'intero patto sociale: quando non si lavora, si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia ad entrare in crisi».

Il legame fra lavoro e dignità è stato tematizzato anche da parte del Ppresidente Mattarella nel secondo discorso d’investitura nel febbraio scorso di fronte al Parlamento: esso infatti determina largamente la libertà effettiva della persona umana, non quella dichiarata sui documenti ufficiali.

In effetti ciò che maggiormente causa delusione nelle persone verso la democrazia è proprio lo iato che si è creato fra le promesse di giustizia e di prosperità e la constatazione del restringersi degli orizzonti, del blocco dell'ascensore sociale, della convinzione di molti giovani che ogni sforzo sia inutile perché comunque loro vivranno molto peggio dei loro padri e madri.

Guardiamo alla situazione dei giovani lavoratori: nella fascia 30/34 anni, dove dovrebbe essere più forte la volontà o la ricerca dell'autonomia, le più recenti statistiche ci dicono che un lavoratore su 8 (l'11.9%) può essere considerato un povero in senso assoluto, nel senso di precettore di un reddito inferiore a 9000 euro annui. Il 17.6% rientra nella fascia dei lavoratori poveri, ossia coloro che percepiscono meno di 11000 euro l'anno.

Nella fascia 35/39 va di poco meglio, con il 26.3%, circa 1 su 4, che può essere considerato povero, con una percentuale del 10,5% di poveri assoluti ed il 15.8% di poveri. Quel che è peggio, l'esperienza di questi anni ci dice che i miglioramenti di posizione, posto che ci siano, saranno assolutamente marginali.

Crescita della persona e della società, collaborazione, condivisione della ricchezza generata, non sono un’utopia come dimostrano tante esperienze positive di un’economia effettivamente civile, dove si scommette sulla crescita di ogni persona che lavora, sulla partecipazione dei lavoratori, sulla collaborazione con le comunità, dove non si guarda solo al profitto. Rintracciamo in questi principi tre pilastri prioritari. E ciò in un contesto in cui, peraltro, le  tutele legislative per la dignità del lavoro – a partire dallo stesso Statuto dei Lavoratori- sono fondamentalmente dimensionate su di un modello produttivo che non esiste più, e da ciò ne deriva la difficoltà di inquadramento e la conseguente crisi della stessa rappresentanza sindacale.

La pandemia, peraltro, ha avuto l'effetto di isolare sempre di più le persone fra di loro, accelerando un processo di atomizzazione che era già in atto rendendolo cogente rispetto ad una minaccia di ordine sanitario. E questo apre due ordini di problemi : da un lato la questione dello smart work, che come filosofia di lavoro si basa sulla volontarietà e non sulla costrizione, è può nascondere nuove forme di sfruttamento. D'altro canto, l'azione politica e sociale si basa sull'incontro fra persone, che di fatto l'isolamento dei singoli lavoratori rende quasi impossibile.

Questa situazione, che anche la più recente evoluzione dell’insegnamento sociale della Chiesa ha colto, deve essere per noi l’occasione di rimettere in discussione l’impianto complessivo di tante nostre sicurezze, aprendo una nuova fase di impegno che consideri la questione del lavoro, e della dignità del lavoratore, la stella polare per ogni ipotesi di rinnovamento sociale e politico.

Ora occorre vedere quali alleanze sociali e politiche è possibile costruire a partire da queste premesse.

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