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Padre Angelo Pansa: «Io, missionario con la croce e il mitra»

24/09/2018  Negli anni ’60, durante la guerra civile in Congo, guidò un commando di mercenari che salvò dalla tortura e dalla morte migliaia di preti, suore, uomini, donne e bambini. La sua storia ha ispirato il protagonista del nuovo libro di Valerio Massimo Manfredi, "Quinto Comandamento", presentato domenica 23 settembre a Pordenonelegge

Padre Angelo Pansa (è l'uomo con il cappellino) di fronte a una fossa comune in Congo
Padre Angelo Pansa (è l'uomo con il cappellino) di fronte a una fossa comune in Congo

A vederlo, quando dopo averci invitato a non usare l’ascensore subito dopo scende le scale quasi correndo, non sembra affatto un uomo prossimo a compiere 87 anni. E a sentirlo, quando con memoria prodigiosa rievoca date, nomi di fiumi e di villaggi, strategie militari, non sembra di ascoltare un prete, ma un veterano di guerra. E, in un certo senso, è così. Perché padre Angelo Pansa, da solo o alla guida di un gruppo di mercenari, ha salvato da morte certa centinaia di missionari, suore, uomini, donne e bambini durante la guerra civile in Congo. E, come uno 007, ha prelevato furtivamente un campione di diossina da un’azienda che la usava per distruggere la foresta amazzonica, è stato braccato per giorni da killer, è rimasto intossicato dal veleno e alla fine è rimasto in coma per 28 giorni.

Alla sua incredibile storia Valerio Massimo Manfredi si è ispirato per il nuovo romanzo, Quinto Comandamento (Mondadori). Incontriamo padre Pansa a Udine nella comunità dei Saveriani, la congregazione di cui fa parte.

Padre Pansa, tra il 1964 e il 1966, lei ha guidato, con il tacito benestare del nunzio apostolico in Congo, un commando di mercenari assoldati per liberare i religiosi in ostaggio dei ribelli Simba, perché ritenuti conniventi degli odiati colonialisti belgi. In queste spedizioni ha visto orrori inenarrabili. La sua fede ha mai vacillato?

«Di fronte ai corpi di confratelli con la gola tagliata, seviziati e mutilati, tante volte ho urlato a Dio: “Perché? Perché?”. Non ho trovato una risposta, se non in me stesso. Ho capito che di fronte alla violenza più cieca pregare non era sufficiente. Dovevo agire».

E il precetto evangelico del porgere l’altra guancia?

«Fino a quando sono io in pericolo, posso scegliere di ignorare il mio diritto all’autodifesa, ma se vedo qualcuno stuprare, torturare e uccidere una creatura inerme e non faccio nulla, sono connivente con la violenza. Lo ripetevo sempre anche ai miei uomini: “Se vi vedo fare del male a gente innocente, io vi sparo”. E sapevano che l’avrei fatto davvero».

E lo ha mai fatto?

«Ho risposto al fuoco quando ci siamo trovati presi in un’imboscata. Ma eravamo in mezzo alla foresta e non visto se ho colpito qualcuno».

Il romanzo si intitola Quinto Comandamento, che è “Non uccidere”. Ha mai sparato con questa intenzione?

«Solo una volta. Sono entrato in una casa e ho visto un guerriero Simba infierire bestialmente sul cadavere già straziato di un confratello. Non ho capito più niente e ho premuto il grilletto. Ma il colpo non è partito, perché mi ero dimenticato di caricare il mitra. Forse è stata una decisione inconscia, ma un fatto è certo: anche se non ho ucciso direttamente io, lo hanno fatto gli uomini ai miei ordini».

È mai stato tormentato dal pensiero che poteva fare di più?

«Sì, dopo la liberazione di Uvira, quando il mio superiore mi proibì di tentare di liberare gli ultimi sei missionari rimasti nella zona. Un mese dopo quattro sono stati trucidati. Mi è anche capitato di dover scegliere quale gruppo di ostaggi salvare, condannando così a morte certa l’altro. In questi casi ho scelto sempre l’operazione più difficile da portare a termine».

Una sua foto mentre imbracciava un mitra finì sulla rivista francese Paris Match, procurandole parecchi guai con i suoi superiori. Dove fu scattata?

«A Stanleyville il 25 novembre 1964. Con i miei uomini del Quinto Commando eravamo partiti per liberare gli ostaggi, ma arrivammo 24 ore in ritardo. Trovammo i poveri corpi massacrati in una fossa comune. Poi avvenne un miracolo: dalla foresta uscì un uomo con i vestiti a brandelli e gli occhi allucinati. Era un missionario. La sua lunga barba lo aveva protetto quando gli avevano tagliato la gola e poi era riuscito a fingersi morto e a nascondersi».

Si è trovato due volte davanti a un plotone di esecuzione. Come se l’è cavata?

«La prima volta ero insieme a un confratello spagnolo. Veniamo fermati a un posto di blocco e il comandante ordina ai suoi uomini di fucilarci all’istante come spie. Ma il soldato fruga nella camionetta e non trova le armi, ma solo delle birre. È finita che il comandante ce le ha offerte e poi ci ha lasciato andare. La seconda volta invece ero solo e ho giocato d’astuzia. Ho detto ai Simba che ero un sacerdote. Se mi avessero ucciso, il mio spirito li avrebbe perseguitati. Insomma, li ho spaventati e così ho guadagnato una notte. Al mattino i guerrieri di un villaggio vicino mi hanno liberato».

Nel libro si racconta che ha s orato due personaggi celebri: Che Guevara e Frederick Forsyth, l’autore di bestseller come Il giorno dello sciacallo e Dossier Odessa. Com’è andata?

«Alcuni catechisti mi segnalarono la presenza del Che nella nosta zona. Cercò di convertire al marxismo i Simba, ma fu un fallimento totale. Forsyth, che all’epoca era un reporter, invece sono quasi sicuro di averlo incontrato davvero e di aver salvato la vita a lui e ai due consiglieri americani che lo accompagnavano. Raccontò poi quel periodo in I mastini della guerra».

Avrebbe mai pensato di arrivare fino a 87 anni?

«No, e per questo tenevo un diario. Ogni sera annotavo tutto perché vivevo ogni giorno come se fosse l’ultimo»

Se potesse, partirebbe ancora?

«Certo. Ho anche fatto domanda per essere assegnato a una nuova missione. Prendo solo una medicina. Per il resto, sto benissimo. Non potrò fare tutto quello che facevo prima, ma a insegnare come si coltiva la terra sono ancora bravo».

Foto di Beatrice Mancini.

Quinto comandamento di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori su Sanpaolostore.it

Padre Marco Giraldi è riuscito a sfuggire ai sicari assoldati dalle multinazionali contro cui si è messo per fermare la distruzione della foresta amazzonica e dei suoi popoli. Ma la sua fuga ha avuto un prezzo...

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