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Padre Clemente Gatti, quell'atroce calvario in Romania nel nome di Cristo

24/03/2021  Il francescano fu arrestato l’8 marzo 1951, processato dal Tribunale militare di Bucarest e condannato a 15 anni di carcere duro nella famigerata prigione di Malmaison. Su pressione dell'Italia, fu rilasciato nel'aprile 1952, in condizione pietose. Morì poco dopo. Nel 2007 la Romania ha chiesto scusa per il trattamento riservatogli. È in corso il processo di beatificazione

Il padre Clemente Gatti (1880-1952) prima di essere arrestato, nel 1951.
Il padre Clemente Gatti (1880-1952) prima di essere arrestato, nel 1951.

Celebrava in latino ma predicava in lingua italiana per i connazionali che vivevano in Romania. Padre Clemente Gatti (1880-1952) è morto a causa dei trattamenti disumani ricevuti in un carcere rumeno. Religioso francescano, padre Gatti (di cui ricordiamo la figura nella Giornata di preghiera e di digiuno per i martiri, ndr.) guidò la comunità cattolica italiana a Bucarest, pastore alla guida di una parrocchia nata nel 1913 per i fedeli di rito latino e di lingua italiana aperta dal vicentino monsignor Antonio Mantica che nel 1916-18 – come ricorda padre Claudio Bratti, vicepostulatore della causa di beatificazione di padre Gatti – riuscì a costruire una modesta e bella chiesa di stile emiliano-lombardo in quella che allora era la periferia della capitale rumena e che guidò fino al 1949 quando fu costretto dalle autorità comuniste del luogo a rientrare in Italia e affidare la Chiesa a padre Gatti. 

“La mia vita – scriveva padre Gatti qualche anno prima al padre generale dei francescani – si svolge invariata; scuola ed apostolato tra gli operai connazionali sparsi un po’ ovunque in queste regioni. Li visito, li aiuto, predico, celebro…”. Visita gli italiani poveri a domicilio con “sussidi alimentari o pecuniari. Anche alla casa canonica affluiscono bisognosi di religioni e nazioni differenti. Sant'Antonio, con l’opera del pane dei poveri, provvede a tutti”., raccontava. Una situazione difficile per i nostri connazionali molti dei quali decisero di abbandonare la Romania, chi per l’America chi invece per l’Italia. La comunità degli italiani si riduce enormemente: si passa da 6-7.000 persone a 700-800 connazionali. Nonostante tutto la chiesa è molto frequentata, anche da ortodossi. In questo periodo - racconta padre Bratti - sono molte le testimonianze che raccontano degli aiuti di padre Gatti ai cittadini italiani: medicine, generi alimentari e anche contributi in denaro per pagare le spese di riscaldamento. Inoltre si fa carico di distribuire gli aiuti che arrivano dal Vaticano per sostenere le piccole comunità cattoliche che avevano rifiutato l’unione con la Chiesa ortodossa imposta dal regime, cercando di non farsi scoprire. Aiutava anche, con somme di denaro, i sacerdoti greco-cattolici, specie quelli con famiglia.

 

Padre Clemente Gatti, rientrato in Italia dopo la liberazione in condizioni disperate a causa dei patimenti e dalle torture subite in carcere, in Romania, pochi giorni prima della morte avvenuta il 6 giugno 1952.
Padre Clemente Gatti, rientrato in Italia dopo la liberazione in condizioni disperate a causa dei patimenti e dalle torture subite in carcere, in Romania, pochi giorni prima della morte avvenuta il 6 giugno 1952.

Qualche anno dopo, con l’intensificarsi delle persecuzioni, al religioso, nato a Caselle di Pressana (Verona) il 16 febbraio 1880, gli venne consigliato di lasciare la Romania per rientrare nel nostro Paese. Un consiglio che non accettò perchè voleva servire il  “popolo di Dio” che gli era stato affidato. E per questo l’8 marzo 1951 veniva arrestato e sottoposto a processo davanti al Tribunale militare di Bucarest e condannato a 15 anni di carcere duro nella famigerata prigione di Malmaison, tristemente nota. Da allora – dice padre Bratti – su di lui “cadde il silenzio più fitto e lo si vide soltanto per il processo farsa nella sala adibita a Tribunale”. “E’ stata la sua dedizione alla causa di Cristo che lo ha reso agli occhi delle autorità comuniste romene ‘nemico del popolo’ ed in conseguenza di ciò fu privato della sua libertà personale”, raccontò una persona che conosceva p. Gatti: “la nostra chiesa nazionale di Bucarest era diventata meta di tutti i bucarestini che vi si recavano per attingere dalle prediche di padre Gatti forza e speranza in una prossima loro liberazione dal giogo tirranico russo…il partito comunista non poteva naturalmente tollerare un simile smacco ed ha risolto di porvi rimedio chiudendo la chiesa italiana e procedendo all’arresto di padre Gatti”. Fu una “vera e propria messa in scena”.

Un anno dopo, il 14 aprile 1952, venne liberato, grazie alle pressioni del Governo italiano, alla frontiera tra l’Unghria e l’Austria e fu trovato alla stazione di Vienna in una situazione fisica disperata: paralizzato e senza parola, pieno di piaghe: una “larva d’uomo” lo definì il provinciale dei francescani veneti, padre Serafino Mattiello, raccontando il suo primo incontro con il frate: “i medici ci dissero – raccontava padre Mattiello – che aveva le ossa rotte”. Fu infatti liberato, ha detto qualcuno, non perchè ne avessero riconosciuto l’innocenza o per un atto di grazia ma “più semplicemente perché non morisse in un carcere rumeno”. Il medico che lo visitò all’ospedale di Padova disse che non poteva fare nulla, secondo lui “gli sarebbe stata tirata la lingua in modo violento oppure prodotto un taglio alla base della lingua stessa”. Una mutilazione per impedirgli di parlare e racconatre le sevizie subite nel carcere. Morì il 6 giugno di quell’anno e nel 2007  il Governo rumeno ha chiesto scusa per il trattamento riservato a padre Clemente Gatti decretandone la riabilitazione civile. Nel  2002 la diocesi di Padova ha avviato il processo di canonizzazione che si è concluso, a livello diocesano, il 28 dicembre 2007 mentre la sua memoria rimane viva tra gli italiani in Romania soprattutto per il suo zelo apostolico e la sua carità.

 

 

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