logo san paolo
lunedì 29 novembre 2021
 
L'ATTENTATO AL PAPA
 
MariaConTe

«E il Pontefice salvato miracolosamente da Maria diventò mezzo di conversione per tante anime»

12/05/2021  In omaggio alla Madonna, Karol Wojtyla le consacrò tutta l’umanità: «Quel 25 marzo del 1984, in piazza San Pietro, c’era tutta la Chiesa, i vescovi del mondo. Si riconosce in ciò la bellezza della grazia di Dio che dal male trae il bene», spiega padre Mario Piatti, dei Servi del Cuore Immacolato di Maria

padre Mario Piatti (63 anni), sacerdote dei Servi del Cuore Immacolato di Maria e direttore di Maria di Fatima.
padre Mario Piatti (63 anni), sacerdote dei Servi del Cuore Immacolato di Maria e direttore di Maria di Fatima.

Mercoledì, 13 maggio 1981, festa della Madonna di Fatima, esattamente 40 anni fa. Sono le 17.19 e Giovanni Paolo II, a bordo della Papamobile, terminata l’udienza generale, col suo solito affabile sorriso, rivolge un saluto affettuoso ai numerosi fedeli accalcati in Piazza San Pietro. Sono gli istanti che precedono uno dei momenti più duri del suo pontificato e che hanno sconvolto il mondo intero. Alle 17.19, infatti, l’attentatore turco Ali Agca impugnando una pistola colpisce il Papa con due spari da una distanza di tre metri e mezzo. Il primo proiettile lo raggiunge all'addome, attraversa l'osso sacro, e uscendo dai lombi colpisce al torace la pellegrina americana Ann Odre, alla quale verrà asportata la milza. Il secondo proiettile frattura l'indice della mano sinistra del pontefice, ferisce di striscio il suo braccio destro appena sopra il gomito e colpisce al braccio sinistro un'altra turista statunitense, Rose Hall. Ha inizio subito la corsa verso il Policlinico Gemelli. Papa Wojtila viene operato d’urgenza e malgrado l’emorragia sembri fatale il cuore regge e batte forte mentre il mondo, ancora incredulo, si stringe a lui in un abbraccio di preghiera e supplica attendendo notizie col fiato in sospeso. Le immagini dell’attentato a Giovanni Paolo II, oggi santo, entrano così nella storia in maniera dirompente quanto la certezza del pontefice che proprio quel giorno, la mano materna della Madonna, di Nostra Signora di Fatima, lo abbia preservato deviando i proiettili. A Indro Montanelli in una cena privata del 1986, parlando della sua visita in carcere ad Alì Agcà per perdonarlo, Wojtyla riferì: «Di una cosa mi resi conto con chiarezza: che era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c’era stato Qualcuno o Qualcosa che gli aveva mandato all’aria il colpo… Per di più, essendo musulmano, ignorava che proprio quel giorno era la ricorrenza della Madonna di Fatima…». Si parlò di una suora che avrebbe strattonato la mano dell’attentatore, ma questa religiosa non fu mai trovata. Il che per Giovanni Paolo II fu una conferma che la Madre celeste aveva deviato il colpo e gli aveva salvato la vita, tanto che volle che il proiettile che aveva rischiato di ucciderlo fosse incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima. Ad aiutarci ad entrare nel vivo di questa storia di eterno amore tra la Vergine apparsa nel 1917 ai tre pastorelli di Cova da Iria e San Giovanni Paolo II, è Padre Mario Piatti (63 anni), sacerdote dei Servi del Cuore Immacolato di Maria e direttore di Maria di Fatima, la rivista della famiglia religiosa cui appartiene che esce annualmente in nove mensilità.

Padre Mario, perché Karol Wojtyla immediatamente ritenne che si fosse salvato solo grazie all’intervento della Vergine di Fatima?

«Si rese subito conto che era stato colpito nello stesso giorno e quasi alla stessa ora della prima apparizione della Madonna di Fatima ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco. Questa coincidenza lo segnò profondamente e mosse nel suo cuore il desiderio di conoscere e amare il Santuario portoghese. Le sue biografie raccontano che Giovanni Paolo II è sempre stato devotissimo alla Madonna grazie alla sua famiglia, alla sua formazione, ma Fatima, fino a quel momento, non era stato un luogo a lui particolarmente caro. Conosceva la storia delle apparizioni, ma vi era mai stato e fino a quel momento non aveva mai neppure pubblicamente rivolto un pensiero a Fatima. Quella coincidenza di date, segnale chiaro inviatogli da Dio, il fatto che miracolosamente era sopravvissuto al colpo dell’attentatore Ali Agca, che era un assassino professionista, lo legò per sempre alla Madonna di Fatima».

Cosa fa un uomo, in questo caso San Giovanni Paolo II, quando fa esperienza della grazia di Dio e dell’intercessione e della protezione di Sua Madre?

«In primo luogo immagino che scaturisca incontrollabile una lode perenne. In secondo luogo si inizia a studiare, ad approfondire, perché l’amore va amato ma anche conosciuto. Giovanni Paolo II, raccontano quanti erano con lui al Policlinico Gemelli, chiese di poter leggere l'ultima parte del segreto di Fatima, le memorie di suor Lucia e fece una prima consacrazione della Chiesa e del mondo all'Immacolato Cuore di Maria. E l’anno dopo scelse di recarsi pellegrino in Portogallo, a Cova da Iria, nel luogo delle apparizioni».

Quasi a voler portare a Lei il suo grazie di persona?

«È proprio così. E lo dichiara lui stesso non appena giunto alla Cappella delle apparizioni, il 12 maggio 1982: “Era già molto tempo che avevo intenzione di venire a Fatima. Da quando avvenne il noto attentato nella Piazza di san Pietro, un anno fa, al riprendere conoscenza, il mio pensiero si rivolse immediatamente a questo Santuario, per deporre nel cuore della Madre celeste il mio ringraziamento per avermi salvato dal pericolo. Ho visto in tutto ciò che stava succedendo - non mi stanco di ripeterlo - una speciale protezione materna della Madonna. E nella coincidenza - non ci sono semplici coincidenze nei disegni della divina Provvidenza - ho visto anche un appello e, chissà, un richiamo all’attenzione verso il messaggio che da qui partì, 65 anni orsono, tramite tre fanciulli, figli di umile gente di campagna, i pastorelli di Fatima, come sono universalmente conosciuti”. E sulle battute finali aggiunge: “È sempre con emozione, la stessa emozione della prima volta, che depongo nelle mani di Maria Santissima tutto ciò che di bene posso aver fatto o andrò ancora a fare al servizio della santa Chiesa. In questa ora, qui nel Santuario di Fatima, voglio ripetere adesso davanti a tutti voi: “totus tuus”, tutto tuo, o Madre!”. Come tutti sappiamo Giovanni Paolo II tornò a Fatima altre due volte e successe anche, nel corso del suo Pontificato, la Madonna andò in Vaticano, nel senso che il Santo Padre chiese che la statua della Vergine pellegrina raggiungesse San Pietro. E poi, sempre in riferimento a Fatima, come dimenticare il 25 marzo 1984, giorno in cui Papa Wojtyla consacrò l’umanità al Cuore Immacolato di Maria, in ossequio alla richiesta fatta dalla Vergine ai tre pastorelli?».

Come lo ricorda quel momento?

«Fu  un atto di fede grandissima. Perché in quell’attimo non era da solo. Nei mesi precedenti, infatti, il Santo Padre aveva scritto ai vescovi di tutto il mondo, manifestando la volontà di consacrare l’umanità al Cuore Immacolato di Maria. Quel 25 marzo del 1984, dunque, in piazza San Pietro, il Papa non era solo, spiritualmente con lui c’era tutta la Chiesa, tutti i vescovi del mondo, ad affidare alle mani di Maria i popoli della terra. Si può riconoscere in questo la bellezza della grazia di Dio che dal male sa trarre il bene. Un Pontefice ferito quasi mortalmente e salvato miracolosamente dalla mano di Maria diventa strumento di conversione per innumerevoli anime sparse sulla terra, che hanno creduto a quel prodigio e che hanno iniziato a visitare Fatima e a credere nei messaggi che la Vergine ha consegnato ai pastorelli».

Quanto è decisivo per la vita di un credente la consacrazione al cuore di Maria?

«Questa richiesta della Madonna si inserisce nella storia e nella tradizione della Chiesa. Non è a Fatima che si inizia a parlare di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Questo invito ad appartenere a Maria esisteva già nella spiritualità carmelitana, in San Luigi Maria Grignion de Montfort. Che cos’è la consacrazione? È un atto di fede profondo in qualcosa che già c’é. La Madonna è madre nostra, si prende cura di noi, questa è una realtà che Gesù ci ha lasciato per sempre quando, inchiodato sul legno della croce, dice all’apostolo Giovanni: «Ecco tua madre». La consacrazione è un riconoscere da parte nostra questa materna protezione e affidarsi a Lei ancora di più, mettersi nelle Sue mani. Un mio confratello spesso dice che fare la consacrazione al cuore Immacolato di Maria è come mettere il turbo nel motore, dà la carica per riscoprire e fortificare ciò che ognuno di noi già per dono possiede grazie al sacramento del battesimo».

Quale messaggio ci dà Maria attraverso il prodigioso salvataggio di Wojtyla?

«Intanto dice all’umanità di ieri, di oggi e di sempre che custodisce e guida il Papa e la Chiesa, conferma quello che troviamo scritto sulla facciata della Basilica Vaticana: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Inoltre ritengo che il messaggio che ci perviene da quell’attentato e in generale dalle apparizioni di Fatima è un messaggio di misericordia. Spesso si pensa che queste apparizioni siano solo presagi di sventura, che Dio si serva di sua Madre per minacciare castighi e punizioni. Tutto quello che Dio opera è per il bene. Se mette in guardia è solo per richiamare i suoi figli al pentimento e alla conversione. Non si diverte a veder soffrire l’umanità e permette a Maria di tornare sulla terra perché il suo nome è misericordia. Avvisare l’uomo, correggere i suoi passi, invitarlo a cambiare strada, dirgli che se continua a vivere come se fosse il dio di se stesso la sua fine è prossima, è un atto di grande amore e di misericordia. La stessa, se ci pensiamo, che ha avuto San Giovanni Paolo II quando ha voluto incontrare il suo attentatore in carcere e ha consegnato il proiettile che lo colpì a Fatima, oggi incastonato sulla corona della Vergine Maria. Un atto d’amore verso il fratello e verso Dio».

Non è l’unico dono che Giovanni Paolo II consegna a Fatima…

«No. Nel corso dell’anno giubilare, il 13 maggio 2000, Giovanni Paolo II dona a Fatima anche l'anello Totus Tuus, donatogli dal cardinale Wiszinski, e a conferma di quanto credesse nella storia delle apparizioni, Karol Wojtyla, pellegrino a Fatima per la terza volta, beatifica i veggenti Francisco e Giacinta e si rivolge ai più piccoli: “La Madonna ha bisogno di tutti voi per consolare Gesù, triste per i torti che gli si fanno; ha bisogno delle vostre preghiere e dei vostri sacrifici per i peccatori. Chiedete ai vostri genitori ed ai vostri maestri di inscrivervi alla "scuola" della Madonna, affinché vi insegni a diventare come i pastorelli, i quali cercavano di far quanto Ella chiedeva loro”. Questo invito è il segno che Fatima non si conclude mai. È vero che le profezie di Maria sono rivolte all’uomo del Novecento, ma Fatima ha una grande continuità nella storia perché richiama alla conversione e all’affidamento alla Madre di Dio. Una famiglia che consacra i figli al cuore di Maria, che insegna ai figli ad amare la Madonna, che domanda a Lei cura e protezione fa un dono non solo a loro, ma alla società. Si parla tanto di urgenza educativa ma educare vuol dire insegnare a vivere e per un credente dare ai figli la cosa che conta più di tutto: incontrare Dio, vivendo con Maria e come Maria».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo