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Padre Olinto Marella: verso gli altari il prete mendicante

20/06/2019  Riconosciuto il miracolo che consentirà di proclamare beato il fondatore della Città dei ragazzi, che a Bologna faceva la questua agli angoli delle strade. «Ci ricordava l’importanza dei poveri per la Chiesa»

«Confesso che in questo caso sono prevenuto: quando parlo di padre Marella sento di provare per lui un sentimento di ammirazione assoluta, sconfinata. L’ho sentito davvero decisivo per capire che tipo di prete avrei voluto essere». La preziosa testimonianza è quella di don Giovanni Nicolini, il fondatore delle Famiglie della Visitazione, comunità ispirata al carisma di don Giuseppe Dossetti e all’ordine monastico della Piccola Famiglia dell’Annunziata. Da due anni don Nicolini è assistente spirituale nazionale delle Acli, ma per tutti i bolognesi rimane «il prete dei poveri», così come lo è stato padre Olinto Marella, che presto sarà beato.

Nei giorni scorsi infatti la Commissione teologica della Santa Sede si è pronunciata positivamente sul riconoscimento del miracolo che gli viene attribuito e così si è arrivati all’ultima tappa del processo di beatificazione, cominciato nel settembre del 1996. Le carte sono passate alla Congregazione dei santi e a papa Francesco; e in diocesi si respira già un’aria di fiduciosa attesa, anche perché la bella notizia ha coinciso con l’apertura delle iniziative del cinquantesimo della morte, «una bellissima festa per la nostra città», come ha sottolineato l’arcivescovo Matteo Zuppi.

TESTIMONE PROFETICO

Padre Olinto Marella è morto in odore di santità il 6 settembre del 1969, a 87 anni. Un uomo tanto amato a Bologna quanto poco conosciuto fuori dalla diocesi. Non a caso il regista Pupi Avati ha ammesso di avere proposto un film su di lui alla Rai e di essersi sentito rispondere «ma chi è?». Le foto d’epoca che lo ritraggono sono la risposta più eloquente alla domanda. Un uomo dall’aspetto autorevole, anche se con l’abito un po’ sciupato, la lunga barba bianca, seduto su uno sgabello, nei crocevia del centro storico, col cappello in mano, per la questua quotidiana. Povero tra i poveri, anzi mendicante, nonostante fosse un intellettuale raffinato e professore di filosofia nei più prestigiosi licei cittadini.

«La questua è stata la sua icona vivente, il segno profetico della Chiesa dei poveri», continua don Nicolini, che ebbe modo di incontrarlo a Bologna proprio negli anni del concilio Vaticano II. Ma padre Marella, nonostante il suo nome sia legato a doppio filo alla città, non era bolognese.

Nativo di Pellestrina, un’isola dell’arcipelago veneziano, a Bologna ci era arrivato da esule. Di famiglia benestante, dopo aver scelto la strada del sacerdozio aveva studiato al seminario dell’Apollinare di Roma insieme ad Angelo Roncalli, il futuro “Papa buono”. Tornato nella sua diocesi, nel 1909 viene sospeso a divinis, accusato di simpatizzare per le idee moderniste.

Così lascia la sua terra e comincia a insegnare filosofia in diverse città italiane finché nel 1924 approda a Bologna, ottenendo la cattedra al liceo classico Galvani. Finalmente, un anno dopo, il cardinale Nasalli Rocca lo riabilita alla celebrazione dei sacramenti, togliendogli la sospensione, e lo accoglie in diocesi.

Fino al 1948 don Olinto continuerà a insegnare, prima al Galvani e poi al liceo Minghetti, ma la sua prima preoccupazione, da subito, saranno i poveri. I poveri delle periferie, gli esclusi, soprattutto i bambini e i ragazzi, che comincia ad accogliere in casa sua per intensificare poi questa attività negli anni della guerra.

ACCANTO AI PICCOLI

  

Nel 1948  fonda la “Città dei Ragazzi” in un vecchio magazzino di via Piana, che poi s’ingrandirà trasferendosi a San Lazzaro. Il miracolo che gli viene attribuito riguarda proprio uno dei “suoi” ex ragazzi. Si tratta infatti della guarigione improvvisa di Piero Nobilini che nel 1985, gravemente malato e ormai prossimo alla morte dopo un’inarrestabile emorragia, si rivolse a lui con la preghiera. Padre Marella gli apparve sul muro di fronte al letto e in pochi istanti si ritrovò guarito.

Dopo la  morte del fondatore, l’Opera di padre Marella è stata rilevata dalla Provincia dei Frati Minori dell’Emilia Romagna e continua ancora oggi nell’impegno sociale e caritativo attraverso la gestione di centri d’accoglienza, case famiglia e comunità terapeutiche. Il suo posto, nello stesso angolo della zona del vecchio mercato, è stato preso da padre Gabriele Digani, che continua, giorno dopo giorno, la questua.

Questo gesto ha segnato profondamente la memoria di don Nicolini, anche lui figlio di Bologna eppure non bolognese, mantovano di famiglia benestante destinato a diventare notaio e invece folgorato dal Vangelo e dal Vaticano II: «Uno dei ricordi più forti che ho di lui è legato proprio alla sua questua quotidiana», racconta don Nicolini. «Era una sera particolare, c’era un evento a teatro e l’occasione era resa ancora più importante dalla partecipazione del nuovo arcivescovo, monsignor Poma. Lo vidi scendere dalla macchina, atteso dalla gente che ci teneva a salutarlo. Ma a un lato dell’entrata, seduto a terra, col cappello in mano, c’era padre Marella. L’arcivescovo va verso di lui, lo alza, lo abbraccia, gli dice qualcosa. Non so cosa gli abbia detto, ma ho avvertito, fortissima, la sua emozione. In quel momento, lui che era il nuovo pastore, chiamato a essere padre della sua diocesi, riconosceva l’autorevolezza e insieme la grandezza spirituale di un uomo che in questo gli era padre».

La stessa autorevolezza che hanno intuito in lui molti bolognesi proprio nell’umiltà del suo farsi mendicante. Un’umiltà dignitosa, anzi «da gran signore persino nel modo di vestire, anche se povero», sottolinea ancora don Nicolini. «Io lo vedo nella gloria di Dio insieme a papa Giovanni XXIII», conclude, «uniti nell’amicizia e vicini nell’elezione dei poveri come indicazione privilegiata per la Chiesa».

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