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venerdì 12 agosto 2022
 
 

Padre Silvano Fausti: il futuro della Chiesa? Povertà e condivisione

25/06/2015  Raccontandosi nel suo ultimo libro, il biblista gesuita ha uno sguardo positivo sul presente e sul domani della Chiesa. L’unica condizione è che si ritorno ai valori fondamentali della fede.

«Sul futuro sono ottimista per cinque motivi: i giovani, che faranno senz’altro meglio di noi; la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, concepita proprio da chi ha generato guerre mostruose; l’Europa unita che, se arriverà a una politica sociale condivisa, avrà grandi effetti su un nuovo modo di concepire i rapporti internazionali; la coscienza condivisa che il nostro mondo ci unisce tutti in un solo destino, nel bene e nel male; e infine la tecnologia, che se usata bene apre prospettive interessanti». Sorride padre Silvano Fausti, sintetizzandoci i motivi per cui ha scritto il suo ultimo libro fresco di stampa: Sogni, allergie, benedizioni. Un’iniezione di fiducia sul presente – soprattutto a beneficio dei giovani – da un gesuita profetico, nelle parole e nello stile di vita.

Filosofo, teologo, appassionato della Bibbia, questo 73enne sacerdote della Val Trompia ha lasciato molti anni fa l’insegnamento per dedicarsi alla predicazione del Vangelo. Lo abbiamo incontrato nella cascina di Villapizzone, alla periferia di Milano, dove abita con tre confratelli e alcune famiglie con figli per una vita di condivisione e di accoglienza delle situazioni di emarginazione del quartiere. «La nostra è una casa aperta, dove tutti possono entrare quando e come vogliono. Parla più dove abiti di quello che dici», ci spiega introducendoci nell’abitazione.

Qui tutte le famiglie sono state in missione. Una volta tornate, hanno capito che il loro futuro compito sarebbe stato di mettere in pratica qui quello che avevano imparato lontano da casa: solidarietà, sobrietà, condivisione. «Vivere vicino ai poveri per noi è un’esperienza “più missionaria” della classica missione», racconta introducendoci il vero senso del libro. «Laggiù esiste un’obiettiva distanza economica e di colore della pelle tra il missionario e gli indigeni; qui invece siamo tutti chiaramente nella stessa barca. Qui capisci che sei un uomo normale che, come tutti, ha bisogno di essere accolto e che, quindi, è chiamato ad accogliere a sua volta».

Padre Silvano la pensa come il Papa quando invita i cristiani ad andare nelle periferie. «Solo lì conosci il Signore. Non è sufficiente andare a Messa: prima bisogna essere “umani”, saper accogliere il nostro prossimo, chiunque esso sia, perché è un uomo, un fratello di Gesù, il Figlio dell’Uomo. E per saper accogliere l’altro, la povertà è sempre la prima regola». Un tema molto caro a Fausti è quello della libertà, argomento che prende molto spazio nel suo libro. «Viviamo nell’epoca della libertà pienamente realizzata. Essa è anche il nucleo della nostra fede. Tutte le religioni la desiderano per poter esercitare il proprio culto, anche se non sempre la riconoscono ai propri fedeli».

Lancia provocazioni questo globetrotter della parola di Dio, che passa almeno sei mesi all’anno in Africa e America Latina per iniziare soprattutto i laici alla lettura della Bibbia. «Dove c’è un atto di libertà, lì c’è lo Spirito. A volte abbiamo paura di lei perché non possiamo controllarla, eppure essa è il frutto maturo della cultura ebraico-cristiana: la libertà non viene né dai cinesi, né dagli africani né dai greci ma da noi…». Il tema della libertà non è estraneo, anzi, al passaggio epocale dalla cultura agricola di qualche decennio fa a quella ipertecnologica di oggi. Anche per questo salto compiuto dall’umanità, padre Silvano esprime un sincero “elogio del presente”.

«L’epoca che stiamo vivendo è molto più ricca del passato dal punto di vista evangelico. Oggi come Chiesa non abbiamo più il controllo sulla gente: mi sembra che questa sia un’ottima notizia. Ci lamentiamo perché le persone non vanno più a Messa, ma non abbiamo ancora capito che tocca a noi andare in cerca di loro. Dobbiamo finalmente uscire dalle categorie con cui abbiamo ragionato per secoli e ascoltare cos’ha da dirci la gente. Questo papa Francesco l’ha capito bene», spiega con calma e fermezza. Un tempo nuovo, tutto da inventare. «Una volta i religiosi fondavano scuole o sanatori perché ce n’era bisogno. Ora è lo Stato che offre tutti questi servizi. Questo significa che non c’è più bisogno di noi? Al contrario! Ci sarà bisogno di noi se torneremo ai fondamentali: umanità, fraternità, vita senza privilegi, solidarietà con gli ultimi, niente istituzioni e privilegi ecclesiali da difendere».

Conclude Fausti: «Il passato non ce l’abbiamo più, il futuro è di là da venire. Abbiamo solo il presente, che è fondamentalmente relazione con le persone. Un rabbino del Settecento diceva: il Messia arriverà quando ognuno considererà che l’altro è il Messia, cioè figlio di Dio. In quel momento, Dio sarà tutto in tutti».

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