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Nuova Cucina Organizzata, si chiude

05/06/2012  Stop all'esperienza voluta a Napoli dalla Cooperativa Agropoli con i beni confiscati alle mafie. I bastoni tra le ruote della Giunta regionale. Intervista al fondatore Peppe Pagano.

Dal 25 maggio la Nuova Cucina Organizzata (Nco, acronimo che sbeffeggia la camorra di Cutolo) interrompe le sue attività. Nelle terre di Don Peppe Diana, sui beni confiscati alle mafie, si ferma un'esperienza che stava consentendo a decine di ragazzi disabili percorsi di inserimento lavorativo, principalmente come cuochi e camerieri presso il ristorante-pizzeria sociale (www.nuovacucinaorganizzata.it). Peppe Pagano è il fondatore della cooperativa Agropoli. Insieme agli altri operatori ha provato, con lo sciopero della fame (http://blog.libero.it/campagnadigiuno), con manifestazioni e con proteste a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica. Infine, in una lettera indirizza al presidente della Giunta regionale Stefano Caldoro (http://urly.it/1cbh), Pagano ha comunicato la chiusura del ristorante e la riconsegna delle chiavi di altri beni confiscati in gestione alle cooperative.

La protesta nasce dal fatto che la Regione non ha ancora emanato il decreto che recepisca le linee guida della legge regionale (46/47 del 2011) che disciplina la materia dei budget di salute. In questi anni, tali budget hanno consentito un risparmio di almeno il 30% della spesa sanitaria, garantendo percorsi di deospedalizzazione ed il superamento dell’istituzionalizzazione della sofferenza. Hanno inoltre permesso di razionalizzare e contenere il consumo farmacologico. Molte esperienze di riutilizzo di beni confiscati alla criminalità organizzata sono legate, specialmente in Campania, all’utilizzo dei budget di salute, strumento sociosanitario che consente ai più deboli e svantaggiati di riappropriarsi dei loro diritti, di avere una casa e di lavorare. In una intervista telefonica Peppe Pagano ci ha raccontato la difficile situazione in cui si trova la Nco e la sensazione di essere lasciati soli a combattere una battaglia sui diritti e sulla legalità.

Quali sono stati gli elementi che vi hanno condotto ad una forma di protesta così clamorosa?

"Il problema che abbiamo posto non è tanto legato al ritardo con cui l’ASL procede con i pagamenti delle cooperative sociali, ma la continua delegittimazione da parte dello Stato e delle Istituzioni che nel nostro territorio lo rappresentano. Sui beni che tentiamo di riutilizzare (http://urly.it/1cbl) abbiamo avuto molti problemi fin dalla fase delle assegnazioni, sia da parte dell’ASL che dalla Regione. Per noi la camorra è oggi questo: l’essere abbandonati, il rinvio continuo da un ufficio pubblico ad un altro delle nostre domande, l’essere considerati una “pratica” e non un progetto significativo da un punto di vista sociale".

Qual è stato l’iter che ha condotto le istituzioni a tagliare i budget di salute?

"È un percorso complesso. Fin dal 2011 abbiamo intuito che qualcosa non stava procedendo correttamente. La Regione ha pensato ad una norma (Delibera di Giunta n. 666 del 6/12/2011) con cui ha tentato di chiudere tutte le esperienze di progetti terapeutici individuali avviate con la metodologia dei budget di salute. Decidemmo, insieme alla rete delle associazioni anticamorra, di iniziare uno sciopero della fame che ottenne il risultato di far approvare una norma, votata all’unanimità dal Consiglio Regionale, che salvaguardava quel budget. In realtà le linee guida della legge regionale non prevedono i budget di salute e noi ci ritroviamo ancora una volta “cancellati”. L’ASL si adegua alla legge e inizia togliere i finanziamenti. Gli utenti delle cooperative sociali, così, devono essere ricollocarti nelle cliniche private e nei centri riabilitativi".

E voi, come avete reagito a questa situazione?

"Questa delegittimazione continua delle istituzioni ci espone enormemente verso i camorristi. È come se si dicesse loro: “Sono quelli delle cooperative che si vogliono prendere i beni, lo Stato non c’entra”. È come se quelle stesse istituzioni che ci hanno accompagnato per l’assegnazione del bene ci togliessero la protezione, facendoci diventare un facile obiettivo per la camorra. Noi non vogliamo essere né eroi né martiri, semplicemente siamo consapevoli che tutto ciò che abbiamo realizzato in questi anni è frutto di un lavoro di squadra. Abbiamo tentato di dare dignità e diritti alla nostra terra, ma le istituzioni ci hanno abbandonato e allora tutte le nostre attività cooperative non possono far altro che chiudere: i beni confiscati su cui lavoriamo appartengono alla collettività, quindi o vi è la convinzione di tutti su un progetto condiviso e forte oppure preferiamo restituirli allo Stato".

Chi è oggi la camorra?

"I camorristi sono la classe dirigente di queste terre. Sono all’interno della macchina organizzativa dello Stato, sono le sue braccia periferiche. Certo, generalizzare è sbagliato: vi sono moltissime persone che non piegano la schiena e che vanno aiutate con percorsi di rete che mettano insieme le migliori energie. Ma nel complesso è difficile costruire dei percorsi che tentino di spezzare quel legame fortissimo tra camorra e mondo politico-istituzionale".

Che cosa intende fare nelle prossime settimane?

"Dal 13 al 15 luglio verrà organizzato sui terreni confiscati il Festival di impegno civile, che ogni anno riesce a mobilitare migliaia di giovani che si ritrovano a ballare e a discutere sui terreni che appartenevano alla camorra. Questa ed altre iniziative potranno continuare ad avere successo solo se lo Stato e la società civile lavorano senza antagonismi. Altrimenti lo Stato ci dica chiaramente di fermarci. Io penso che tutto quello che stiamo facendo sia semplicemente il proseguimento dell’opera di don Peppe Diana, che ci ha acceso negli occhi la speranza di riuscire a cambiare la nostra terra. Questa è una cosa che moralmente gli dobbiamo".

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