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mercoledì 04 agosto 2021
 
 

Pagnoncelli: gli italiani non vogliono crisi di governo

09/08/2013 

“Il governo Letta”, spiega il professor Nando Pagnoncelli, presidente e amministratore delegato dell’istituto di sondaggi Ipsos, “è figlio delle elezioni. Non entusiasma certo gli elettori che sono andati alle urne, ma è l’unico possibile proprio in considerazione dell’esito dell’ultimo voto alle politiche, che ci ha restituito un sistema non più bipolare ma tripolare. L’attuale sistema elettorale, come sappiamo, non permette al vincitore di governare: si deve per forza creare una maggioranza. Infatti, con il no del Movimento Cinque Stelle, si è arrivati all’alleanza Pd-Pdl. E di fatto gli elettori si sono persuasi che sulla base di questo risultato non ci potevano essere alternative”.
Quindi gli italiani, al momento, sono contrari a una crisi di governo, che continua pur sempre ad aggirarsi come uno spettro…
“E’ proprio così. Il nostro Paese sta vivendo una crisi economica che ha imposto sacrifici durissimi ai cittadini, e che determina una forte preoccupazione e una grande incertezza sul futuro. La contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici non aiuta a uscire dalla crisi. Il nostro è un Paese che ha bisogno di un clima più sereno degli ultimi vent’anni di Seconda Repubblica e di coesione sociale. E anche di una disponibilità degli attori politici a intereagire con gli avversari. Le riforme necessarie all’Italia per uscire dal pantano in cui si trova interessano a tutti”.
Questo pragmatismo nasce con le elezioni del 24 e del 25 febbraio?
“Siamo in crisi da cinque anni e le elezioni non hanno dato una maggioranza certa al Paese. Non tutti hanno colto il cambio di pagina delle ultime elezioni. Durante quella consultazione ben il 39,1 per cento degli elettori ha cambiato il proprio orientamento di voto. E’ quello che noi sondaggisti chiamiamo tasso di volatilità: il più alto della storia repubblicana (supera, anche se di poco, anche quelle del ’94). Ma il dato più stupefacente è che se considera le 279 elezioni politiche svoltesi in sedici Paesi europei dal 1948 ad oggi, queste elezioni si collocano al terzo posto per tasso di volatilità precedute solo dalle elezioni della Grecia dello scorso anno (se si ricorda abbiamo avuto una doppia elezione nel giro di un mese) a quelle di Felipe Gonzales dell’82 in Spagna”.
Pensa che il Pdl potrebbe scendere compatto in piazza, magari in autunno e arrivare a una contrapposizione con il Pd, senza evocare la guerra civile di Bondi?
“Il Pdl alle ultime elezioni ha perso 6 milioni e 300 mila voti. Ha però pur sempre ottenuto più di 7 milioni di voti, pari al 21,6 per cento. Ma se consideriamo anche gli aventi diritto al voto che alle urne non ci sono andati, la percentuale scende al 15,6 per cento. Anche se il Pdl compatto scendesse in piazza, è difficile mobilitare il restante 84,4 per cento degli italiani sul tema della giustizia e sulla sentenza Berlusconi. Inoltre, se guardo al profilo degli elettori del Pdl, mi sembra difficile vedere in loro questa voglia di piazza. Se la componente più rappresentata nel Pd è costituita dai pensionati, nel Pdl il nocciolo duro è quello delle casalinghe. Pensionati da una parte, casalinghe dall’altra. Se la vede lei una contrapposizione movimentista di questi due gruppi sociali?”

 
 
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