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Pamela Pace: "Si abbassa l'età dei disturbi alimentari e il contesto sociale non aiuta".

31/10/2014  Disturbi alimentari che fare? Pamela Pace, psicoanalista e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione Pollicino, analizza i fattori di rischio dei disturbi alimentari che colpiscono sempre di più giovanissime e ultraquarantenni.

Pamela Pace, psicoanalista, psicologa e psicoterapeuta, nel 2006, ha fondato a Milano Pollicino e Centro Crisi Genitori, un’Associazione Onlus che promuove iniziative di prevenzione e intervento sui disordini del comportamento alimentare da 0 a 16 anni. Le abbiamo chiesto di aiutarci a capire meglio i disturbi alimentari soprattutto tra le giovanissime.

Dottoressa Pace, c’è davvero l’abbassamento dell’età dei disordini alimentari di cui si parla o è un’impressione non suffragata da fondamenti scientifici?
«È vero. L’età di esordio si è notevolmente abbasssata, tant’è che l’attenzione sociale riguarda le anoressie puberali. A ottobre abbiamo fatto un convegno con l’Istituto Auxologico italiano, proprio per mettere in comune le riflessioni e gli studi sull’aumento di questo fenomeno. Si assiste all’insorgere di sintomi che possono portare alla diagnosi di anoressia già in età puberale tra i nove e i 14 anni. Abbiamo avuto un picco negli ultimi anni di quadri di anoressia in ragazzine tra i 10 e i 14 anni, di cui quattro casi da ricovero in una struttura pediatrica».

Quali sono i fattori che portano a questo abbassamento, ammesso che lo si possa dire?
«Non c’è un solo fattore, ce ne sono molteplici, sicuramente c’è l’evidenza di un discorso sociale che da un lato mette l’accento sull’igienismo alimentare: un bombardamento di messaggi cui i giovani sono continuamente sottoposti secondo cui il cibo può essere un elemento che può mantenere il corpo sano e ritardarne la vecchiaia e governare le forme del corpo. Dall’altro lato sappiamo tutti che, in questo preciso momento storico, la magrezza è un’icona della bellezza femminile».    

Il fatto che le ragazze “crescano” prima, complica le cose?
«La medicina e la psicologia assistono a una precocità della pubertà, legata a tante cose tra cui il benessere, che però non in tutti soggetti corrisponde alla maturazione psichica che consentirebbe alla ragazzina di essere psichicamente pronta a dare un senso ai cambiamenti del corpo. A questo si unisce il fatto che a livello sociale c’è, soprattutto tra le ragazze, una forte competizione sia sul piano dell’immagine sia sul piano della capacità di entrare nelle dinamiche adolescenziali. Penso al caso di una ragazzina di 12 anni e mezzo gravemente anoressica. Il giorno in cui ha smesso di mangiare è coinciso con le prime uscite e con  il confronto con le amiche storiche che avvertiva come più spigliate, più capaci di relazionarsi rispetto a lei. La precocità complica anche l’emancipazione: sia la ragazza sia la famiglia sono meno pronti ad affrontare la separazione che la crescita comporta».  

Come distinguere per il genitore un problema reale, da una sfida momentanea non patologica attorno al cibo?
«
Distinguerei l’infanzia dalla pubertà. Rispetto al bambino un uso distorto del cibo o dell’atto del mangiare è trasversale alla normalità e alla patologia. Nell’infanzia un criterio utile per distinguere è l’ostinazione perdurante nel tempo e determinata del rifiuto del cibo o della masticazione. In questi casi il pediatra resta la figura privilegiata, anche per accertare l’assenza di un problema di natura organica».  

E nel caso delle ragazzine, quali segnali di rischio?
«Rispetto alle ragazzine ci sono criteri diversi che le mamme di oggi, bene informate, colgono: dimagrimento, eliminazione di certe categorie di cibo, ossessione rispetto alle calorie o al numero di maccheroni nel piatto o alla bilancia. E poi la scomparsa delle mestruazioni che non sempre si nota subito nell’irregolarità delle più giovani. Altri elementi significativi sono la chiusura e la regressione: la ragazza che non esce più con le amiche soprattutto se c’è di mezzo una cena, che chiede di dormire con la mamma perché “ha paura” o che in, un conflitto legato al cibo, quando vede la mamma che smette di insistere, chiede: “ma tu mi vuoi bene?”».  
 
Si parla anche di una crescita dei casi in cui l’anoressia si manifesta in donne adulte, a quarant’anni e oltre. E’ davvero così?
«Sì, anche se bisogna essere più precisi nella diagnosi, distinguendo le cosiddette anoressie tardive dalle dismorfofobie. L’anoressia tardiva può avere varie letture, ci sono casi di donne che hanno magari da tempo una sofferenza anoressica latente e che riescono a contenerne la gravità fino a un certo momento. Penso a mamme che arrivano da me perché portano il bambino per problemi con l’alimentazione e sono loro stesse soggetti anoressici che mai hanno raggiunto un livello di consapevolezza e nemmeno situazioni davvero gravi. Può accadere che per anni trovino un equilibrio e che la malattia esordisca in occasione di un cambiamento nella vita: una menopausa, una separazione. Diverso è il caso di una anoressia che compare come risposta a un lutto o a una situazione traumatica. Poi c’è tutto l’ambito delle dismorfofobie che sembrano anoressie ma non lo sono: casi di persone, soprattutto donne ma non solo, che non hanno un rapporto di sintonia adeguato con la propria immagine corporea, che non si vedono come gli altri li vedono».  

Anche in questi casi il messaggio che viene dalla società incide?
«Assolutamente sì, noi donne entriamo nell’età adulta con una grande domanda: sarò amata per quello che sono o per il mio corpo? Purtroppo oggi il discorso sociale tende ad annullare il soggetto facendo prevalere le forme, l’immagine, con le conseguenze che possiamo immaginare».  

Spesso in questi casi le persone, giovanissime o meno, rifiutano l’idea di essere malate e dunque di farsi curare. Che fare?
«Fino a 16 anni il pediatra è figura privilegiata, perché la ragazzina ha già un rapporto di confidenza che può aiutare sia lei sia i genitori ad accettare un aiuto psicologico verso il quale oggi c’è meno ostilità. Per le persone adulte è più difficile. È  il dramma dei genitori con figli dai trent’anni in su. Non ho la risposta, si valuta caso per caso. A volte riescono i mariti, ma spesso a quel che vedo nella mia esperienza può aiutare il medico di famiglia, a partire dal rapporto che il paziente stabilisce con il medico».

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