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mercoledì 15 luglio 2020
 
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Luca Pancalli: "Lo sport sia faro sui problemi quotidiani della disabilità"

14/10/2016  La giornata dello sport paralimpico arriva dopo i trionfi di Rio:"Noi sportivi siamo privilegiati nel mondo della disabilità: dobbiamo lavorare per rendere visibili i problemi quotidiani di chi sta peggio di noi".

Il 14 ottobre l’Italia celebra la giornata dello sport paralimpico. Significa celebrare i successi di Rio certo, ma anche far conoscere possibilità alle persone, accrescere la cultura dell’inclusione e accendere un riflettore sui problemi quotidiani: in una parola gettare un ponte tra vertice e base. Ne parliamo con Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico (Cip).

Per la prima volta Cip celebra la giornata da ente pubblico. Questo riconoscimento cambia qualcosa nella quotidianità delle persone interessate allo sport paralimpico?
«Nell’immediato no. Cambia in prospettiva, nel senso che un ente pubblico è un interlocutore più forte a livello istituzionale. Sappiamo bene, infatti, che le cose non si fanno da sole. Se è vero che il compito del Comitato paralimpico non è occuparsi solo dello sport di vertice, ma è promuovere lo sport tra le persone con disabilità, per migliorare il loro benessere, è anche vero che per farlo servono interlocutori, servono alleanze e tra istituzioni che si riconoscono reciprocamente come tali il dialogo è più semplice».

Facciamo qualche esempio?
«L’Italia è stata pioniera nell’inclusione scolastica dei ragazzi con disabilità, sarebbe bello che potessimo lavorare insieme per far sì che, quando si tratta di attività ludico-motoria, la soluzione praticata dai ragazzi con disabilità nelle scuole non sia l’esonero, cosa che a volte accade più per l’incapacità di dare risposte che per i problemi del ragazzo. Abbiamo bisogno di alleanze strategiche con il mondo della sanità, cosa che già c’è con le unità spinali, con il centro Inail di Budrio, perché tutti noi nella fase post traumatica passiamo attraverso questi centri. Far vedere in questi luoghi che si può fare sport significa lanciare un messaggio di speranza. Pensiamo all’abbraccio tra Monica Contraffatto e Martina Caironi, sulla pista di Rio 2016: se Monica dal letto d’ospedale non non avesse visto vincere  Martina a Londra, non sarebbe mai arrivata sul podio di Rio. Altre alleanze dobbiamo stringere con gli enti locali: barriere architettoniche e sensoriali negli impianti sportivi sono un problema che ha bisogno interlocutori sensibili. Rendere il Comitato paralimpico ente pubblico significa riconoscere in esso un portatore di interesse generale».

 Il 14 ottobre 2016, giornata dello sport paralimpico, arriva dopo i successi di Rio. Che cosa porta in eredità?
«La giornata si inserisce dopo una Rio straordinaria che è la sintesi di 15 anni  di lavoro: non si arriva al 9° posto del medagliere per caso, non si ha una copertura Rai così estesa per caso. Ma, come ho detto al presidente della Repubblica, la madaglia più bella, per noi è la quarantesima: quella costituita per noi dalle email delle persone che non hanno parenti disabili e si sono appassionate al nostro mondo: segno che abbiamo rotto una barriera culturale e stiamo facendo crescere la cultura del Paese».

Lo sport paralimpico richiede strutture e costi elevati. Lo sport per tutti è un’aspirazione. A che punto siamo?
«Nella fase della sensibilizzazione rispetto a un tema. Oggi abbiamo incassato la disponibilità ad affrontare il tema della assunzione degli atleti con disabilità nei corpi militari e dello Stato: segno che un muro enorme sta cadendo. Per quanto riguarda le barriere negli impianti, Rio certo ci aiuta nella sensibilizzazione. Per quanto riguarda i costi delle attrezzature abbiamo aperto un dialogo con l’Inail per la riconversione di ausili non più utilizzati da invalidi del lavoro, perché possano essere messi a disposizione di altri invalidi civili, per i quali le attrezzature hanno un costo esagerato. Dopodiché è chiaro che questo è uno degli obiettivi che non raggiungeremo a breve, perché oggi la priorità è ancora dare a tutti la possibilità di accedere agli ausili che servono alla vita quotidiana».

C’è il rischio che lo sport sia percepito come “distraente” rispetto ai bisogni quotidiani di tante persone con disabilità?
«Bisogna avere la delicatezza di far capire al mondo  della disabilità che lo sport può essere il riflettore acceso sui loro problemi, a partire dai disabili gravi e gravissimi che non potranno mai fare sport: vorrei che passasse il messaggio che non siamo nemici, che ci interessa soprattutto trainare l’attenzione sui problemi quotidiani della disabilità. Tutti i miei atleti devono essere la voce della sensibilizzazione sulla paralimpiade quotidiana che i ragazzi con disabilità e le loro famiglie devono vivere. Ciò detto, piano piano affronteremo anche il tema dell’accessibilità dello sport».

Ci sono progetti concreti in corso?

«Stiamo pensando di mettere in piedi una sperimentazione con una Regione che non posso ancora citare, per valutare se l’avviamento all’attività sportiva per una persona disabile significhi, oltreché una migliore integrazione, alla lunga un risparmio per il sistema sociosanitario».  

Da persona con disabilità e con voce in capitolo che cosa si sente di chiedere per migliorare la quotidianità?

«Nella quotidianità al di là delle note barriere architettoniche, io credo che uno dei problemi sia l’assistenza ai disabili gravi e gravissimi e alle loro famiglie. Dobbiamo partire dai più deboli: noi nel mondo della disabilità siamo dei fortunati. I volti noti dello sport paralimpico devono sempre ricordarsi di mantenere alta l’attenzione sulla quotidianità: sulla vita indipendente, sul diritto al lavoro, all’istruzione, tutti problemi che ci trasciniamo e che è lungi dall’essere risolto».

Sport, ragazzi, famiglie. Chi vuole avviarsi e saperne di più dove deve andare?
«Io invito le famiglie a rivolgersi ai nostri Comitati regionali informarsi sulle società sportive sul territorio che fanno un lavoro enorme e spesso gratuito, è importante infatti capire che non conta solo quello che ti piacerebbe fare, ma si deve anche tenere conto di quello che il tuo problema ti permette e il territorio ti offre».

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