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domenica 14 aprile 2024
 
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Paolo Cognetti parla delle sue montagne: "Troppa tecnologia, abbiamo bisogno di natura"

11/05/2023  "Le otto montagne" tratto dal romanzo omonimo, ha vinto quattro David di Donatello tra cui quello come miglior film. Famiglia cristiana aveva intervistato il suo autore, per parlare della riscoperta delle vette

Fino a pochi anni fa la montagna era un luogo vecchio, solo legato alle tradizioni, passatista. Oggi è luogo di un futuro possibile. È uno stile di vita. È innegabile questo nuovo interesse: basta entrare in libreria per vedere quant’è ricca la sezione dei libri di montagna, che prima non esisteva, o frequentare una località alpina d’estate, per accorgersi del pienone. La nostra civiltà contemporanea ci sta spingendo sempre più verso i luoghi alti». Ne è convinto Paolo Cognetti, abitatore appassionato delle “terre alte”. Da tempo ormai lo scrittore si divide tra Milano, dove sverna, e la “sua” Estoul, in Valle d’Aosta, piccolissima frazione di neanche venti abitanti a 1.815 metri d’altezza, per ritrovare silenzio, ritmi lenti, amicizie. Il successo planetario del suo romanzo Le otto montagne (un milione di copie vendute, tradotto in una quarantina di lingue) è anche dovuto a questo nuovo interesse. Un interesse che a sua volta viene alimentato dallo stesso libro, e adesso anche dal film omonimo, che Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch hanno tratto dall’opera di Cognetti; tant’è vero che in Val d’Ayas, intorno a Graines (la “Grana” del libro), partono già escursioni guidate nei luoghi protagonisti. Ma la fortunata pellicola premiata a Cannes l’anno scorso rappresenta solo una delle 180 produzioni girate in Valle d’Aosta di recente. Perché questa rinnovata passione per la montagna? 
«Penso sia in gran parte legata alla nuova sensibilità ambientale che sta crescendo oggi: la preoccupazione per il cambiamento climatico e i rischi conseguenti per la montagna hanno molto a che fare con questo interesse. E poi, più si vive costretti tutto il giorno davanti al cellulare e al pc, e più si cerca, per reazione, il contatto con la terra, la natura. E la montagna per noi che viviamo in pianura e nelle grandi città, specie al Nord, è il luogo più vicino che abbiamo col “naurale”, a un’ora d’auto da Torino, o da Milano. Le Alpi sono un bellissimo giardino che abbiamo a portata di mano, anche se sempre più a rischio di consunzione». 
Infatti. Non ti pare che la montagna sia vissuta più come divertimento, specie d’inverno, e che prevalga ancora su tutto l’industria dello sci di massa? 
«Già; è un fenomeno che non mi piace, che mi preoccupa. Continuo a vedere nuovi progetti di impianti di risalita e nuove piste da sci: è una follia, perché dimostra una visione miope, che non guarda certo al futuro lontano, ma nemmeno al domani di questi territori. Pensa solo all’oggi, a monetizzare subito, consumando il consumabile». 
C’è chi, però, è convinto che la monocultura turistica e l’industria della neve, con il cambio climatico, sia a fine ciclo e sta pensando decisamente ad altri modelli sostenibili in altitudine. È così? 
«Non penso che lo sci di massa finirà così presto, anzi. Guarda all’entusiasmo che c’è attorno alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina del 2026. Si continua a costruire e investire in impianti di innevamento artificiale. Proprio in Valle d’Aosta stiamo combattendo una battaglia contro la Regione che vorrebbe aprire un nuovo collegamento sciistico (nel Vallone delle Cime Bianche, ndr). Lo sci resterà ancora per un po’, almeno in alta quota dove ci sarà ancora neve. Ma è anche vero che si comincia a interrogarsi su nuovi modelli, specie nella “media montagna”. Dove abito io, per esempio, c’è un minuscolo comprensorio sciistico sempre più a rischio di chiusura». 
Potremo ancora permetterci la neve artificiale, viste le stagioni sempre più siccitose? Siamo arrivati allo snowfarming, il riciclo della neve, il suo stoccaggio stagionale… 
«Già. E se si sposta la neve coi camion da un luogo a un altro, significa che c’è molta gente che va a sciare. Qui da noi manca l’acqua potabile nei rubinetti, ma abbiamo una bella pista innevata artificialmente, con un dispendio idrico enorme».
 Insomma questa riscoperta nasconde anche alcune insidie? 
«Sì, impera ancora una visione della montagna come luogo esclusivamente ludico-sportivo. Chi vede la montagna solo sugli sci. “Che ci fai tu in montagna d’estate?”, mi chiedono in molti. Tanti amministratori di località montane puntano ancora solo su una “montagna ludica”, parco-giochi, con biglietto d’ingresso: piste, gonfiabili, parchi avventura, bici elettriche più seggiovie, il downhill bike. Perché siamo diventati tutti dei consumatori seriali e l’imperativo è: se non consumi, non vivi. Il contrario di quello che dovrebbe essere la montagna». 
Banda larga e smart working stanno favorendo un’idea delle “terre alte” come luoghi dove si può vivere e lavorare. È una moda o qualcosa di più serio? 
«Non credo sia una moda effimera. Che stia accadendo qualcosa di nuovo lo vedo a Milano tra i miei amici che lavorano in smart working 2-3 giorni alla settimana. E nessuno li vuol passare in città. Chi può si trova un’altra “prima casa” in una valle alpina. La montagna ha bisogno di gente che la viva un po’ di più del weekend: significherebbe più servizi, risorse, attività commerciali, insomma nuova vita». 
Per farsi un’idea di altri modelli di montagna possibili? 
«Bisognerebbe girare un po’ altre montagne del mondo e vedere le pratiche virtuose fuori Italia. Ho visitato i grandi parchi nazionali americani, come Yellowstone: lì c’è un’economia rilevante, senza bisogno di funivie o pullman. E ho imparato girando questi luoghi che le nostre Alpi sono piccolissime. Appunto uno splendido, fragile giardino, da proteggere con cura particolare, come fossimo dei giardinieri. Dovremmo davvero “coltivare i boschi”, come diceva Mario Rigoni Stern».
 

 
 
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