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sabato 19 giugno 2021
 
Mario Calabresi
 

"Papà, avrei voluto fare castelli di sabbia con te"

14/07/2015  Il direttore della "Stampa" racconta il rapporto con suo padre, il commissario Luigi ucciso nel 1972, al centro del libro "Spingendo la notte più in là", in edicola con "Famiglia Cristiana"

Mario Calabresi nel caffè di Milano frequentato dal padre (foto di Efrem Raimondi)
Mario Calabresi nel caffè di Milano frequentato dal padre (foto di Efrem Raimondi)

Una sconosciuta passa, lo riconosce e lo saluta con un cenno della mano. Mario Calabresi posa per una foto accanto alla targa ricordo posta in via Cherubini a Milano, nel punto in cui fu ucciso suo padre, il commissario Luigi, il 17 maggio del 1972. Poi attraversa la strada e si ferma nell’atrio della casa dove allora viveva con la sua famiglia: “Quel giorno mia madre ci portò via e non ci tornammo mai più”. Infine ci accompagna nel bar all’angolo. “Mio padre veniva qui e mia madre ha continuato a portare me e i miei fratelli. Non è mai più passata sul marciapiede davanti a casa. Questo posto era il massimo che il suo dolore poteva concederle”.  Il direttore della “Stampa” di Torino ha raccontato la storia della sua famiglia in Spingendo la notte più in là, il libro che Famiglia Cristiana propone questa settimana. Un libro in cui , partendo dalla sua storia, Calabresi allarga lo sguardo a quelle di altre vittime degli anni di piombo, per dare loro finalmente voce. Per troppo tempo, infatti, quegli anni così terribili sono stati raccontati in prima persona solo da chi li ha vissuti dalla parte sbagliata.

A proposito di memoria, nella questura di Milano c’è un busto di suo padre. Ma nel libro scrive che a lei non piace perché ha un’espressione troppo severa. Com’era in realtà?

“Era un vero “romanaccio”, sempre pronto alla battuta. Con i colleghi faceva l’imitazione del questore, che aveva un forte accento siciliano. A casa cucinava la pizza. E all’ultimo anno di liceo era stato bocciato per la sua condotta non esemplare. Era insomma il contrario del poliziotto tutto d’un pezzo che viene rappresentato. E soprattutto era giovane, non aveva ancora compiuto 35 anni e proprio per queste sue caratteristiche era stato scelto per dialogare con gli studenti che venivano arrestati: erano quasi suoi coetanei”

Una sua debolezza?
“Era pigro, la tipica indolenza romana. Quando pranzava con noi, dopo andava a fare la pennichella. Solo che la faceva mettendosi in pigiama e infilandosi sotto le coperte. Per mia madre, una piemontese dalla mentalità “calvinista”, l’idea che lui si mettesse in pigiama al pomeriggio la mandava al manicomio”

 Racconta di conservare due ricordi molto nitidi di suo padre: uno brutto, del giorno in cui fu ucciso, e uno bello di quando qualche giorno prima la portò sulle spalle a un raduno degli alpini. Aveva solo due anni e mezzo allora. Com’è stato possibile?
“L’ho chiesto a degli psicologi. Mi hanno detto che a quell’età è possibile solo se succede un evento traumatico. Poi ho osservato con attenzione le mie figlie quando avevano due anni e mezzo e ho capito che sapevano tutto di me:  i miei orari, le mie abitudini. Loro ogni mattina fingevano di farsi la barba con me e sono sicuro che se io fossi scomparso da un giorno all’altro quell’immagine si sarebbe fissata nella loro mente per sempre, com’è accaduto a me”.

Suo padre aveva registrato su un magnetofono la sua voce mentre racconta delle favole per lei e i suoi fratelli. Perché?
 “Forse perché temeva quello che è successo. So solo che lo fece di nascosto da mia madre. Noi lo abbiamo sentito talmente tanto che alla fine i nastri si sono rovinati”.

Subito dopo l’omicidio, sua madre si rimboccò le maniche e vi disse che bisognava pensare al futuro. Dove trovò tanta forza?
“Gliel’ho chiesto anch’io e lei mi ha risposto: “Avevo solo 25 anni, due bambini piccoli e un terzo in arrivo. C’erano talmente tante cose da fare che non avevo il tempo per fermarmi”. E poi fu sorretta dalla sua grande fede”.

 Molti figli di vittime del terrorismo hanno seguito le orme dei loro genitori. Non ha mai pensato di diventare un poliziotto?
Sì, ma mia madre me l’ha proibito, a me e ai miei fratelli. Ci disse che non avrebbe sopportato di vivere di nuovo ogni giorno nel terrore”.

Se dovesse scegliere una cosa che avrebbe voluto fare con suo padre?
“Ho amici che rimpiangono perché il loro padre non li ha visti alla festa dei 18 anni o alla laurea, ma il mio è morto che io avevo appena due anni e mezzo. Mi sono perso le cose “basiche” in un rapporto padre-figlio, come fare i castelli di sabbia sulla spiaggia o essere portato alle giostre. E l’ho vissuta come un’ingiustizia terribile. Non andavo a giocare in spiaggia con gli altri bambini perché temevo che tutti si sarebbero chiesti: “Perché non ha il papà?”. Pensavo che avrei recuperato quando avrei avuto dei figli. Ma ho avuto due femmine e quando al mare proponevo di costruire dei castelli di sabbia, loro venivano ma io capivo subito che lo facevano solo per farmi contento”.

A proposito di giochi, quando andavate al cimitero a trovare vostro padre, voi fratelli giocavate con la macchinina che era stata messa sulla tomba di un bambino morto. A volte la portavate a casa e al suo posto lasciavate una vostra. Cosa racconta quell’immagine?
 “Da un lato ti mostra come il dolore stravolga tutto, dall’altro ti dice che la vita continua, che i bambini riescono a trovare delle risorse impensabili per andare avanti”.

Con i suoi fratelli parlavate spesso di quanto vi era successo?
“Come possono farlo tre fratelli maschi. Dicevamo frasi da piccoli cowboy come: “Un giorno troveremo chi ha ucciso papà e lo vendicheremo””.

Sua madre poi si risposò con il pittore e poeta Tonino Milite.  Ricorda quando lo chiamò per la prima volta papà?
“Mentre i miei fratelli quando venne a vivere da noi lo chiamarono quasi fin da subito così, io  ci ho messo almeno quattro o cinque anni. Forse è accaduto al mare, dove mi ha insegnato a pescare e a fotografare. Eppure lui ci ha fatto davvero da padre: ci svegliava, ci portava a scuola, ci aiutava a fare i compiti. Per lui non deve essere stato facile prendersi sulle spalle tre figli non suoi e per giunta con una storia come la nostra”.

Torniamo a quel 17 maggio del 1972. Vostra madre vi disse: “Papà è andato in cielo a prepararci una bellissima casetta dove andremo a stare tutti insieme”. Lei ci credette?
 “Sì, e mi aiutò molto. Per un certo periodo le chiesi pure se era possibile costruire una scala altissima per andare a trovarlo”.

E ci crede ancora?
“Non ho la fede di madre. So però due cose: che la fede è stata fondamentale per la sopravvivenza della nostra famiglia e che ti aiuta a mantenere un rapporto con le persone che non ci sono più. Tante volte mi capita di sentire la presenza di mio padre dentro di me. E questo mi aiuta anche a tenerlo vivo nella memoria degli altri”.

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