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venerdì 28 febbraio 2020
 
 

«La casa di Dio? Siamo noi»

27/03/2013  «Gesù ha parlato a tutti, senza distinzione; a tutti ha portato misericordia e perdono»: la prima udienza generale del mercoledì di papa Francesco, nel cuore della Settimana Santa.

La tenerezza di Papa Francesco che bacia un bimbo
La tenerezza di Papa Francesco che bacia un bimbo

Per la prima udienza generale in piazza San Pietro, papa Francesco, passa tra i fedeli con la consueta jeep bianca, il sorriso e il pollice in segno di ok. Bacia i bambini mentre il colonnato si riempie di fedeli. Le bandiere argentine e degli Stati Uniti in primo piano sventolano festanti. Ed è di gioia il messaggio che il Papa vuole dare alla folla. “Bisogna uscire, bisogna andare incontro agli altri per portare la luce e la gioia della nostra fede. Bisogna uscire sempre con l'amore e la tenerezza di Dio”, dice sottolineando la sua tristezza per le parrocchie chiuse o vuote.

“Aprire a tutti le porte di Dio”, dice agli oltre 15.000 presenti, "dovete essere la presenza di amore di Dio. Soprattutto durante la settimana santa “i cristiani devono ‘uscire’ da se stessi per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza”. Bisogna muoversi “verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto”.
 
Papa Francesco ha iniziato la catechesi sottolineando che raccoglieva "con grande riconoscenza e venerazione" il testimone dalle mani di Benedetto XVI. "Dopo la Pasqua - ha detto - riprenderemo le catechesi dell’Anno della fede. Oggi vorrei soffermarmi sulla Settimana Santa. Con la Domenica delle Palme abbiamo iniziato questa Settimana – centro di tutto l’Anno Liturgico – in cui accompagniamo Gesù nella sua Passione, Morte e Risurrezione". Quindi ha proseguito: "Ma che cosa può voler dire vivere la Settimana Santa per noi? Che cosa significa seguire Gesù nel suo cammino sul Calvario verso la Croce e la Risurrezione? Nella sua missione terrena, Gesù ha percorso le strade della Terra Santa; ha chiamato dodici persone semplici perché rimanessero con Lui, condividessero il suo cammino e continuassero la sua missione; le ha scelte tra il popolo pieno di fede nelle promesse di Dio. Ha parlato a tutti, senza distinzione, ai grandi e agli umili, al giovane ricco e alla povera vedova, ai potenti e ai deboli; ha portato la misericordia e il perdono di Dio; ha guarito, consolato, compreso».

«Ha dato speranza, Gesù», ha continuato papa Francesco: «ha portato a tutti la presenza di Dio che si interessa di ogni uomo e ogni donna, come fa un buon padre e una buona madre verso ciascuno dei suoi figli. Dio non ha aspettato che andassimo da Lui, ma è Lui che si è mosso verso di noi, senza calcoli, senza misure. Dio è così: Lui fa sempre il primo, lui si muove verso di noi. Gesù ha vissuto le realtà quotidiane della gente più comune: si è commosso davanti alla folla che sembrava un gregge senza pastore; ha pianto davanti alla sofferenza di Marta e Maria per la morte del fratello Lazzaro; ha chiamato un pubblicano come suo discepolo; ha subito anche il tradimento di un amico. In Lui Dio ci ha dato la certezza che è con noi, in mezzo a noi. "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20). Gesù non ha casa perché la sua casa è la gente, siamo noi, la sua missione è aprire a tutti le porte di Dio, essere la presenza di amore di Dio».

Il Papa ha detto quindi che nella Settimana Santa  «viviamo il vertice di questo cammino, di questo disegno di amore che percorre tutta la storia dei rapporti tra Dio e l’umanità. Gesù entra in Gerusalemme per compiere l’ultimo passo, in cui riassume tutta la sua esistenza: si dona totalmente, non tiene nulla per sé, neppure la vita. Nell’Ultima Cena, con i suoi amici, condivide il pane e distribuisce il calice “per noi”. Il Figlio di Dio si offre a noi, consegna nelle nostre mani il suo Corpo e il suo Sangue per essere sempre con noi, per abitare in mezzo a noi. E nell’orto degli Ulivi, come nel processo davanti a Pilato, non oppone resistenza, si dona; è il Servo sofferente preannunciato da Isaia che spoglia se stesso fino alla morte (cfr Is 53,12)».

«Gesù – ha detto - non vive questo amore che conduce al sacrificio in modo passivo o come un destino fatale; certo non nasconde il suo profondo turbamento umano di fronte alla morte violenta, ma si affida con piena fiducia al Padre. Gesù si è consegnato volontariamente alla morte per corrispondere all’amore di Dio Padre, in perfetta unione con la sua volontà, per dimostrare il suo amore per noi. Sulla croce Gesù «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Ciascuno di noi può dire: 'Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me'. Ciascuno può dire questo 'per me'”.

Poi si chiede: «Che cosa significa tutto questo per noi? Significa che questa è anche la mia, la tua, la nostra strada. Vivere la Settimana Santa seguendo Gesù non solo con la commozione del cuore, vivere la Settimana Santa seguendo Gesù vuol dire imparare ad uscire da noi stessi - come dicevo domenica scorsa - per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza, muoverci noi per primi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, soprattutto quelli più lontani, quelli che sono dimenticati, quelli che hanno più bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto. C’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore!».

«Vivere la Settimana Santa – ha aggiunto - è entrare sempre più nella logica di Dio, nella logica della Croce, che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell’amore e del dono di sé che porta vita. E’ entrare nella logica del Vangelo. Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con Lui esige un “uscire”: uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la misericordia di Dio che salva e dona speranza. Anche noi, se vogliamo seguirlo e rimanere con Lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo “uscire”, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana. Ricordate bene: uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per noi».

E ha proseguito: «Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma, padre, non ho tempo”, “ho tante cose da fare”, “è difficile”, “che cosa posso fare io con le mie poche forze?”, anche con il mio peccato, con tante cose? Spesso ci accontentiamo di qualche preghiera, di una Messa domenicale distratta e non costante, di qualche gesto di carità, ma non abbiamo il questo coraggio di “uscire” per portare Cristo. Siamo un po’ come san Pietro. Non appena Gesù parla di passione, morte e risurrezione, di dono di sé, di amore verso tutti, l’Apostolo lo prende in disparte e lo rimprovera. Quello che dice Gesù sconvolge i suoi piani, appare inaccettabile, mette in difficoltà le sicurezze che si era costruito, la sua idea di Messia. E Gesù guarda i discepoli e rivolge a Pietro forse una delle parole più dure dei Vangeli: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33). Dio pensa sempre con misericordia: non dimenticate questo. Dio pensa sempre con misericordia: è il Padre misericordioso. Dio pensa come il padre che attende il ritorno del figlio e gli va incontro, lo vede venire quando è ancora lontano… Quello che significa? Che tutti i giorni andava a vedere se il figlio tornava a casa. Questo è il nostro Padre misericordioso. E’ il segno che lo aspettava di cuore tutti i giorni dalla terrazza della sua casa; Dio pensa come il samaritano che non passa vicino al malcapitato commiserandolo, o guardando dall’altra parte, ma soccorrendolo senza chiedere nulla in cambio; senza chiedere se era ebreo, se era pagano, se era samaritano, se era ricco, se era povero: non domanda niente. Non domanda queste cose, non chiede nulla. Va in suo aiuto: così è Dio. Dio pensa come il pastore che dona la sua vita per difendere e salvare le pecore».

«La Settimana Santa - ha detto - è un tempo di grazia che il Signore ci dona per aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie - che pena, tante parrocchie chiuse! – nelle nostre parrocchie, dei movimenti, delle associazioni, ed “uscire” incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede. Uscire sempre! E questo con l’amore e la tenerezza di Dio, nel rispetto e nella pazienza, sapendo che noi mettiamo le nostre mani, i nostri piedi, il nostro cuore, ma poi è Dio che li guida e rende feconda ogni nostra azione. Auguro a tutti di vivere bene questi giorni seguendo il Signore con coraggio, portando in noi stessi un raggio del suo amore a quanti incontriamo».

Annachiara Valle

Nella messa di martedì mattina Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di voler restare ad abitare nella Domus Santa Marta, almeno per il momento, rifiutando l’appartamento papale già pronto al terzo piano del Palazzo Apostolico.

La liturgia del Mercoledì Santo presentava il celebre episodio del Vangelo di Matteo in cui si racconta il tradimento di Gesù da parte di Giuda per 30 denari. E questo ha offerto lo spunto a Papa Francesco per fare una breve riflessione sul pettegolezzo e il parlare male degli altri, esperienza molto comune nella vita quotidiana di tutti.

Uno dei discepoli, uno degli amici di Gesù, uno di quelli che gli erano più vicini, ha spiegato il Papa,  parla con i capi dei sacerdoti trattando il prezzo del tradimento. «Gesù è come una mercanzia: è venduto». Capita «tante volte anche nel mercato della Storia,  nel mercato della nostra vita», ha proseguito, «quando noi scegliamo i 30 denari e lasciamo Gesù da parte, guardiamo il Signore che è venduto. E a volte noi», ha proseguito Francesco, «con i nostri fratelli, con i nostri amici, tra noi, facciamo quasi lo stesso». Accade «quando chiacchieriamo l’uno dell’altro». Questo è vendere, e «la persona di cui chiacchieriamo è una mercanzia, diventa una mercanzia. E con quanta facilità noi facciamo questo! È la stessa cosa che ha fatto Giuda». Il Papa quindi ha aggiunto: «Non so perché, ma c’è una gioia oscura nella chiacchiera». A volte cominciamo da parole buone, ma poi all’improvviso arriva la chiacchiera e comincia quello che il Papa definisce «spellare l’altro». Ma «ogni volta che chiacchieriamo, ogni volta che “spelliamo” l’altro facciamo la stessa cosa che ha fatto Giuda».

L’esortazione di Papa Francesco dunque è chiara: «Non bisogna mai parlare male di altre persone». Ce lo dimostra proprio l’esperienza di Giuda il quale quando ha tradito Gesù, ha detto Francesco, «aveva il cuore chiuso, non aveva comprensione, non aveva amore, non aveva amicizia». Così, anche noi quando spettegoliamo non abbiamo amore, non abbiamo amicizia, tutto diventa mercato: «Vendiamo i nostri amici, i nostri parenti». Allora, ecco l'invito del Papa, «chiediamo perdono perché lo facciamo all’amico, ma lo facciamo a Gesù, perché Gesù è in questo amico, in questa amica. E chiediamo la grazia di non "spellare" nessuno, di non chiacchierare di nessuno». E se ci accorgiamo che qualcuno sparla di noi», ha concluso il Papa, «non facciamoci giustizia con la nostra lingua, ma preghiamo il Signore per lui, dicendo "Signore, aiutalo!"».

Antonio Sanfrancesco

Papa Francesco,. Foto Reuters.
Papa Francesco,. Foto Reuters.

È la corruzione il male del nostro tempo. Papa Francesco lo diceva già, da arcivescovo di Buenos Aires, alla sua diocesi riunita in assemblea. Era il 2005 e l’allora cardinale denunciava che «alla radice di ogni corruzione c’è la stanchezza della trascendenza». Non bisogna confondere, diceva l’arcivescovo, «il peccato con la corruzione. Il peccato può essere perdonato. Dalla corruzione bisogna guarire». Ed è proprio Guarire dalla corruzione il titolo con il quale la Emi, ha mandato in stampa lo scritto originariamente intitolato Corruzione e peccato, Alcune riflessioni attorno al tema della corruzione. A presentarlo, insieme con l’altro testo – Umiltà, la strada verso Dio – nel salone della Civiltà cattolica ci sono padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore della rivista, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Lucetta Scaraffia, editorialista dell’Osservatore Romano, Lorenzo Fazzini, direttore editoriale della Emi.

«Il modo con il quale il Papa affronta il tema della corruzione», spiega padre Spadaro, «è molto gesuitico e richiama le immagini forti della nostra tradizione: la persona corrotta come una pentola d'acqua chiusa che ribolle o il cattivo odore della putrefazione. Immagini che indicano la chiusura in sé stesso dell'uomo corrotto. Mentre il peccatore è perdonabile, il corrotto va curato, perché taglia i legami con il mondo e ha bisogno di guarigione». E fa un esempio: «Rubare il portafoglio a una signora è peccato, il borseggiatore sarà arrestato e la signora racconterà alle amiche l’accaduto e tutte saranno d’accordo nel dire che questo mondo va male e che le autorità dovrebbero prendere delle misure, visto che non è più possibile uscire per strada… Ma la signora in questione, vittima del borseggiatore, non si preoccupa minimamente del fatto che suo marito – negli affari – truffa lo Stato evadendo le tasse, e licenzia i suoi impiegati ogni tre mesi per evitare di doverli assumere a tempo indeterminato. E suo marito, e magari anche lei, si vantano di queste destrezze commerciali e imprenditoriali. Io chiamo questo "sfacciataggine pudica"».

«La corruzione», spiega ancora il Papa, «non è un atto, ma uno stato, uno stato personale e sociale nel quale uno si abitua a vivere». Nella postfazione, scritta per l'occasione, il nuovo presidente del Senato, Pietro Grasso, sottolinea come combattere la corruzione debba «diventare la priorità anche della classe politica».  E don Ciotti aggiunge: «Bisogna riprendere la legge sulla corruzione, che è monca e insufficiente e bisogna renderla più forte e incisiva, non dimenticando che la corruzione fa da humus e viatico per le mafie e le criminalità».

Circa la Chiesa, insiste il fondatore di Libera, «io credo che ci sia, nel Papa, una voglia di portare avanti un processo di purificazione, anche all'interno della Chiesa, da un punto di vista di potere: la Chiesa è una Chiesa povera vicina ai poveri, la Chiesa dev'essere più profetica e meno diplomatica, soprattutto la Chiesa dev'essere una Chiesa che sceglie la sua essenzialità. Quella di papa Francesco è una Chiesa libera».

Annachiara Valle

Alcune ragazze americane a San Pietro per la Gmg diocesana della Domenica delle Palme
Alcune ragazze americane a San Pietro per la Gmg diocesana della Domenica delle Palme

Gmg 2013 avanti tutta verso l’appuntamento dal 23 al 28 luglio; qualcosa però sta cambiamento in corso d’opera, e non poteva essere diversamente vista l’elezione al soglio di Pietro del primo Papa latinoamericano della storia. Non solo: Francesco è argentino e per questo si prevede un’affluenza straordinaria di giovani provenienti dalla patria di papa Bergoglio. Dunque le aspettative per quella che si annuncia come una visita storica del primo Pontefice argentino in Brasile la prossima estate, stanno crescendo.

E così gli organizzatori della Gmg hanno messo a punto un nuovo programma tagliato apposta sul nuovo Papa anche in virtù della sua età. Francesco è infatti di qualche anno più giovane, del suo predecessore. A darne notizia è stato lo stesso arcivescovo di Rio de Janeiro e presidente del Comitato organizzatore della Gmg a Rio, monsignor Orani Joao Tempesta. Monsignor Tempesta ha già consegnato in Vaticano una nuova proposta, una serie di iniziative e incontri per il nuovo Papa che tiene naturalmente conto delle tante novità intervenute in queste settimane.

Rimangono invariati gli appuntamenti principali relativi alla presenza del Papa alla Gmg – l’accoglienza, la Via crucis, la veglia e la Messa di chiusura – e però altri momenti si aggiungeranno a questi. In particolare si lavora su alcun i grandi temi: le favelas di Rio, l’incontro con i giovani detenuti, il tema della droga, l’attenzione all’infanzia, le vocazioni. E poi alcuni luoghi simbolo della città, come il Cristo Redentore sulla montagna del Corcovado – l’immagine simbolo di Rio –  o anche la “Penha” dove si trova lo storico santuario di Nostra Signora della Penha situato su un’altura dalla quale si domina la città e il quartiere che porta lo stesso nome. 

In ogni caso sarà lo stesso Pontefice a dover licenziare il programma definitivo fra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Allo studio c’è anche un incontro con i vescovi brasiliani. Fra l’altro nei giorni scorsi  Bergoglio, che ha già incontrato la presidente brasiliana Dilma Rousseff, aveva fatto sapere di voler andare, durante la trasferta brasiliana, anche al santuario mariano di Aparecida che si trova invece più vicino a San Paolo. Il programma insomma è davvero un work in progress e si sta arricchendo di eventi e momenti importanti sia sotto il profilo della partecipazione dei giovani che dal punto di visita più strettamente ecclesiale.

Sotto il profilo dell’accoglienza, inoltre, la macchia organizzativa dovrà ora compiere sforzi notevoli. Se le previsioni ancora parziali di questi mesi prevedevano l’arrivo a Rio de Janeiro di circa 2 milioni di ragazzi, ora si parla di almeno 2,5milioni di giovani; diverse centinaia di migliaia, infatti, arriverebbero dall’Argentina. Resta invece incerta l’ipotesi che il Papa oltre al Brasile visiti altri Paesi della regione. E’ allo studio, infatti, anche l’ipotesi di un viaggio in Argentina e in diversi Paesi dell’America Latina all’inizio del prossimo dicembre, ma su questo fronte nei prossimi giorni sarà o stesso Vaticano a dare ulteriori informazioni.  

Francesco Peloso              

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