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Nella terra d'origine di papa Luciani, culla di santità

02/09/2022  A Canale d'Agordo, tra le Dolomiti bellunesi, conobbe la povertà vera: «Sono capace di capire i problemi di chi ha fame», spiegò un giorno. Culturalmente vivace, bravo con le lingue, innamorato del cinema ma anche irrequieto

«Egli è qui col suo insegnamento, col suo esempio, col suo sorriso». Le parole che Giovanni Paolo II pronunciò nell’omelia a Canale d’Agordo, quando venne il 26 agosto 1979, un anno dopo l’elezione di Albino Luciani, proprio nel giorno della festa della Madonna di Czestochowa, di cui Wojtyla era devotissimo, per onorarne la memoria, sono incise su un tondo ligneo sulla facciata della chiesa parrocchiale del piccolo paese del Bellunese che diede i natali al suo fugace predecessore, Giovanni Paolo I. E davvero chi vuole comprenderne la figura in tutta la sua ricchezza deve passare da Canale d’Agordo: ancora se ne respira, tra la sua gente, lo stesso garbato pudore, la semplicità colloquiale, l’amore per la natura. Se ne ricostruisce per intero il cammino che lo portò a quell’effimero ma intenso papato.

Nella parrocchia natia, dedicata a San Giovanni Battista, c’è il fonte battesimale, dove, ci spiega Loris Serafini, direttore della Fondazione Papa Luciani, «Albino fu portato due giorni dopo la nascita per completare il rito battesimale amministratogli d’urgenza in casa dalla levatrice perché c’era pericolo di vita: rischiò il soffocamento con il cordone ombelicale. Qui fu anche battezzato il cugino della madre, il gesuita padre Felice Capello, oggi a sua volta venerabile, figura fondamentale nella sua formazione. Da lui prese senz’altro l’amore per la lettura e pensò anche di entrare nella compagnia del Gesù, ma poi fu dissuaso. Cappello, fra l’altro era amico e coetaneo del parroco di Canale, don Filippo Carli, un vero maestro per Albino. Tutti e due i sacerdoti venivano dalla scuola di un altro prete di qui, don Antonio Della Lucia, così all’avanguardia, da aver creato la prima cooperativa in Italia, per la produzione di latte, diventando consulente del ministro dell’agricoltura e sostenendo già nel 1870 la necessità di equiparare giuridicamente la donna all’uomo. Don Filippo, già negli anni Venti, con i proiettori prodotti dai Lumière, usava i film a tema religioso per il catechismo dei bambini. Tra i piccoli allievi c’era Albino e questo spiega perché nel 1955, da vicario, a Belluno, darà subito impulso, in modo pionieristico, ai cineforum della diocesi».

Sempre nella chiesa parrocchiale di Canale d’Agordo balza agli occhi l’altare ligneo, opera di Dante Moro, benedetto da Wojtyla nel ’79. Vi è istoriata la vita di Luciani profondamente radicata in questa terra. Al centro spicca il volto del neo Beato in un abbraccio con Gesù, trasposizione artistica delle parole di Giovanni Paolo I al suo primo Angelus: «Se Gesù da un peso, poi dà anche l’aiuto per portarlo». All’altare dell’Immacolata davanti al quale Luciani tornò spesso negli anni a recitare il Rosario, si legano tanti ricordi. Racconta Serafini: «Nel 1929 il futuro cardinale Elia Dalla Costa, allora vescovo a Padova, venne come al solito in estate, qui a Canale. Una sera il segretario trovò il 17enne Albino, allora chierico, in ginocchio a pregare qui con la veste tutta sporca di erba e fango e lo rimproverò, anche perché non lo aveva mai visto alla messa celebrata dal vescovo. Il ragazzo non replicò nulla e andò via. Poco dopo Dalla Costa riprese il segretario: “Hai fatto molto male a riprendere quel ragazzo, si ammazza di lavoro nei campi per ripagare i sacrifici dei suoi che lo mantengono agli studi in seminario e partecipa ogni mattina alla Messa delle 5 celebrata dal parroco e poi viene ogni sera a recitare il Rosario di ritorno dai campi, dopo ore e ore di fatica».

Quanto avesse tratto dalle sue radici l’amore per gli ultimi, lo spiegò lo stesso Luciani nell’incontro con i bellunesi il 3 settembre 1978: «È stato ricordato dai giornali, anche troppo forse, che la mia famiglia era povera. Posso confermarvi che durante l’anno dell’invasione ho patito veramente la fame e anche dopo. Almeno sarò capace di capire di capire i problemi di chi ha fame». Nella stessa occasione alluse alla sua vivacità da piccolo: «Ho visto che hanno dissepolto dalle soffitte perfino i miei compiti di quarta elementare, manco male…, ma non per favore i voti in condotta, farebbero poco onore a voi, ma anche a voi altri». E in effetti le pagelle conservate nel museo che ne porta il nome nel suo paese natie recano degli inequivocabili 8 su 10. «Non si riusciva a farlo stare fermo, amava saltare sui banchi, come faceva col fieno, tirava le trecce alle bimbe», spiega Serafini. «In più chiamò “ladra” la maestra che, nonostante i suoi ripetuti solleciti, non gli restituiva un libro che le aveva imprestato».

Vista la spiccata passione per la lettura don Carli gli diede l’incarico di catalogare la ricca collezione di libri antichi della parrocchia, circa 5 mila volumi, in varie lingue. Col greco, il latino e il francese, Albino non aveva problemi, ma per svolgere al meglio l’incarico, ancora adolescente si mise a studiare, da autodidatta e con profitto, pure l’inglese e il tedesco. «Lo zio era colto e molto intelligente anche se parlava in modo semplice, perché voleva essere capito da tutti», dice il nipote Gianni Luciani. «Mi risulta personalmente perché quand’era patriarca di Venezia e io studiavo lettere all’Università di Padova, mi chiese di fargli da autista e così nei viaggi parlavamo di tutto. Una volta, vidi un suo libro pieno di segni e gli dissi: “Però, fai tante citazioni”. E lui: “Sì, ma solo l’essenziale”. Spesso recitava il Rosario camminando e io lo stuzzicavo sulla meccanicità di certe preghiere e lo zio senza scomporsi replicava: “Sono cose importanti, lo sono state in passato e lo restano per la Chiesa e per la fede”. Ma non insisteva mai e né si poneva in modo aggressivo. Aveva una grandissima ammirazione per san Francesco di Sales e ne citava i pensieri spesso e volentieri, era molto devoto a san Leopoldo Mandic, di cui teneva l’immaginetta nel portafoglio: lo aveva incontrato da ragazzo e il santo gli aveva confermato l’autenticità della sua vocazione. Il bambino (Daniele Bravo, ndr) che chiamò al microfono all’udienza generale? Per lui era normale lo aveva fatto sempre da quand’era giovane prete: parlava ai bimbi per fare intendere agli adulti. Per questo aveva scritto Catechetica in briciole, saggio che dedicò alla sua mamma, la “prima catechista” della sua vita. Con noi nipoti in casa era sempre allegro e s’informava di tutto: “Dì, fai mai baruffa, coi tuoi compagni?” Durante le passeggiate nelle valli, qui intorno dove tornava spesso, specie in estate, per sfuggire il caldo, a ogni albero, ogni sentiero si abbinava un suo ricordo di quando, da ragazzino falciava l’erba. Era molto allegro e giocoso. Aveva fatto bene il sacerdote, poi il vescovo e il cardinale e avrebbe fatto molto bene anche il Papa, seppure a modo suo, un po’ come papa Francesco. L’affabilità dello zio non deve trarre in inganno, non era per niente influenzabile o debole, anzi. Se bisognava difendere un valore di fede o qualcosa di giusto era irremovibile e lo mostrò durante il patriarcato a Venezia».

Altro forte tratto in comune con Bergoglio che viene fuori dai ricordi di Gianni è il forte slancio nel contatto col prossimo: «Andava spesso a confessarsi alla Certosa di Vedana e aveva parole di grande elogio per lo spessore spirituale dei monaci. “Però”, mi disse, “ci vuole una vocazione particolare. Io non potrei mai stare in clausura, come farei lontano dalla gente?”». Altra sua meta di ritiro, nella costante ricerca dell’intimità con Dio, erano il Santuario di Pietralba e l’eremo di San Daniele custodito dalle benedettine, nei dintorni di Abano Terme. Vi andò anche di rientro da Fatima nel luglio 1977, dopo quell’incontro a Fatima con la veggente suor Lucia Dos Santos, che gli avrebbe predetto il papato, ma anche la morte precoce. «Di certo», dice Gianni Luciani, «suor Lucia gli disse qualcosa che lo turbò perché volle parlarne anche con mio padre. Io domandai a papà, ma lui rispose: “Non posso dirti niente”».

Nella casa natale dello zio, Gianni ricorda anche i doni ricevuti da lui che porta sempre nel cuore: «Quando gli feci d’autista mi diede la sua amata Olivetti, la macchina da scrivere anni Trenta, pesava oltre 15 chili, che fatica portarmela via! Oggi è esposta nel museo. Non serviva a nulla, ma capii che per lo zio era preziosa. Un’altra volta mi regalò la Divina Commedia che aveva ricevuto da papa Paolo VI con gli altri padri conciliari durante il Vaticano II e alle mie nozze invece la riproduzione della più antica coppa di Burano, che gli era stata offerta quando s’insediò a Venezia». Gianni Luciani incontrò lo zio da papa solo una volta quando, dopo l’udienza ricevette i suoi familiari. La moglie, Tiziana, invece non potè andarvi perché l’elezione a pontefice dello zio coincise con la nascita della primogenita, Chiara. A loro due vergò una delle lettere alla famiglia durante il Conclave: «Cari nipoti, prima di entrare in conclave dove mi attende la grave responsabilità di votare il futuro papa - e certamente non quella di venire eletto- vi mando un affettuoso saluto e uno speciale augurio per Tiziana». «Parole», commenta Gianni, «che fanno pensare che quasi volesse rassicurare se stesso sul fatto che non sarebbe stato scelto quale successore di Paolo VI».

Non si sa se per la “profezia” della veggente di Fatima o per quanto andavano dicendo apertamente i cardinali sudamericani. «Uno del Brasile lo disse anche a mio padre, la prossima volta toccherà a suo fratello, perché noi voteremo tutti lui. La morte dello zio ci colse alla sprovvista anche se non era un “robustone”, non eravamo a conoscenza di suoi particolari disturbi. Tuttavia non abbiamo mai creduto alle teorie complottistiche o alle voci di omicidio. Il medico di famiglia che lo seguiva da anni disse che l’ictus o l’infarto erano possibilissimi visto il suo quadro clinico generale, in più lui considerava i controlli medici perdite di tempo nella sua missione. In ogni caso, John Magee, il segretario irlandese dello zio, che aveva già lavorato per Giovanni XXIII e papa Montini, mi ha raccontato di essersi trovato in aereo accanto a David Yallops che nel suo libro In nome di Dio dà per certo l’assassinio dello zio. Riconosciutolo gli chiese a bruciapelo: “Ma perché ha inventato tante baggianate?”. E lo scrittore: “Beh intanto non avete replicato nulla e poi, si sa, le cose vanno sempre un po’ romanzate”… Insomma, noi in famiglia siamo sempre stati convinti che nel disegno di Dio doveva andare così e che lo zio sia morto perché era la sua ora».

Nel museo di Canale d’Agordo è esposta una copia della relazione che nel 1955 diede parere contrario alla designazione a vescovo di Albino Luciani, per la salute cagionevole, per due «sorelle deficienti» (Pia, diventata suora, e Amalia, sordomute nate dal primo matrimonio del padre) e per la voce flebile, per la statura non ragguardevole. Ma, diventato papa, Roncalli che lo conosceva bene, nel 1958, ne volle fortemente la nomina e alle obiezioni legate a quel rapporto replicò. « …Vorrà dire che morirà vescovo». E ne aprì così la via all’insolito destino del “Papa del sorriso”. Quanto a Montini, l’altro predecessore di cui volle prendere il nome, il 16 settembre 1972, in visita a Venezia, in piazza San Marco gli pose la sua stola sulle spalle, un gesto per tanti profetico: «Quel giorno prima di partire, aveva fatto testamento», spiega Serafini. «Il che rende ancora più significativo l’atto di Paolo VI. Qui è esposta in questi giorni la lettera che sempre quell’anno Luciani scrisse all’artista Augusto Murer, che si dichiarava ateo eppure faceva opere pregne di spiritualità scusandosi per aver donato il crocifisso che aveva fatto per lui a Montini cui era molto piaciuto: “Me ne sono privato, ma per darlo al Papa”. Murer rispose che aveva fatto bene e che avrebbe scolpito per lui, come fece, un San Marco».

Significativa sulla sensibilità di Luciani è l’inedita testimonianza di don Licio Boldrin: «Lo conobbi il 14 novembre 1976 perché lo invitai qui a Frassinelle Polesine per i 25 anni dell’alluvione che provocò 80 vittime. Alla celebrazione parteciparono anche i Vescovi di Chioggia e Rovigo. Finita la funzione, conversammo amabilmente e mi domandò: “Non ti dispiace se quando passerò dalle tue parti, verrò a trovarti?”. E io: “Ma non si figuri, mi farebbe piacere”. E lui: “Allora faccia anche lei così, quando viene a Venezia”. Detto fatto, ci andai più volte, con mia madre, con gruppo di giovani, con altri sacerdoti, fin quando le mie visite, sempre alle 16 in punto non divennero un appuntamento fisso. Una volta passai dopo essere andato da un’anziana sofferente nei dintorni di Venezia e la conversazione si protraeva, così Luciani mi disse: “Non voglio farti perdere il treno”. “Ma no, replicai, sono venuto in auto, l’ho lasciata in piazzale Roma”. E allora aggiunse: “Vai a trovare questa signora che è sola e sofferente, ma chi ti dice che il patriarca di Venezia non lo sia?”. Un giorno insistette per salire su nel suo appartamento a prendere il caffè e mi venne una battuta: “Va bene, così se diventa papa potrò dire che ho preso il caffè col Santo Padre”.

Se ne ricordò poi il segretario don Diego Lorenzi, che m’invitò in San Pietro per il 26 settembre, a un mese dell’elezione. Gli portai un dolce fatto dalla mia mamma, ma lo lasciai nell’anticamera a don Diego non volevo disturbarlo. Ma il segretario mi disse, che il Papa voleva che mi fermassi almeno all’udienza generale. Lo avevano convinto a usare la sedia gestatoria per motivi di sicurezza perché tutti si accalcavano per salutarlo. Mi vide e mi salutò con la mano. Mi parve pallido e notai che camminava male, col passo incerto. Mi dissero poi al telefono che non sembrava felice alla piccola festa in suo onore e aveva appena assaggiato il dolce, porgendolo poi a suor Vincenza Taffarel e agli altri pochi presenti. Aveva anche stilato un elenco dei papi il cui regno era stato più breve nella storia».

La Fondazione

La Fondazione Papa Luciani Onlus – nasce nel 2009 allo scopo di valorizzare la persona e gli insegnamenti di Giovanni Paolo I. Gestisce il museo a lui dedicato, l’annesso centro studi, la casa natale e l’organizzazione di eventi in sua memoria e offre servizi di accoglienza ai numerosi pellegrini e visitatori che raggiungono Canale d’Agordo. (Per informazioni consultare il sito https://www.musal.it

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