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Il Papa: «Il mondo del lavoro è una priorità umana e, dunque, priorità cristiana»

27/05/2017  «Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando gente non è un buon imprenditore, è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria», dice papa Francesco nello stabilimento Ilva di Cornigliano incontrando 3.500 lavoratori. Bergoglio ha tracciato l'identikit del buon imprenditore e ricordato che «è il lavoro, non il reddito senza occupazione che dà dignità».

Il viaggio del Papa, il diciassettesimo in Italia, comincia dal luogo più emblematico di Genova. Francesco,  appena sbarcato nella città ligure, incontra subito una nutrita rappresentanza di lavoratori e disoccupati nella sede dell’Ilva, simbolo insieme del motore e della crisi della città, con le sue 1.500 persone in organico e le oltre 300 in cassa integrazione. Nel capannone tirato a lucido per l’occasione, con il palchetto montato in mezzo alle bobine che producono acciaio, il cardinale Angelo Bagnasco saluta il Papa ricordando anche l’azione dei cappellani, «un nucleo di sacerdoti che – oltre ai compiti pastorali ordinari – assicurano la loro presenza nei luoghi di lavoro loro assegnati, accolti con fiducia e cordialità perché è noto che essi desiderano solo il bene di tutti».

 

Francesco riceve dai lavoratori il pastorale e la croce, opera degli stessi operai, e risponde alle domande, oltre che di uno di loro, anche di una disoccupata, di un imprenditore e di un rappresentante sindacale.

 

Al Papa Ferdinando Garrè, imprenditore del distretto Riparazioni navali, pone il tema della burocrazia, della lentezza delle decisioni pubbliche, della mancanza di servizi e infrastrutture adeguate.

 

Francesco, accolto da un caloroso coro e da tanti applausi, appare subito emozionato. Lo dice ai presenti: « È la prima volta che vengo a Genova, ma essere così vicino al porto mi emoziona perché mi ricorda il porto da cui è uscito mio papà». Poi risponde, a braccio, alla prima domanda. «Il lavoro oggi è un rischio, perché oggi il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà». La premessa del Papa è che «il mondo del lavoro è una priorità umana e pertanto è una priorità cristiana, nostra, è anche una priorità del Papa perché è quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: “Va, fa crescere la terra, lavora la terra, dominala”».

 

Papa Francesco traccia  l’identikit del buon imprenditore, «da non confondere con lo speculatore». Non c’è una buona economia senza «buoni imprenditori, senza la vostra capacità di creare il lavoro, i prodotti». Il buon imprenditore, spiega il Papa conosce «le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici, il loro bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavora bene solo perché è pagato, questa è una grave disistima del lavoro e del lavoratore perché nega la dignità del lavoro che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore». Il buon imprenditore lavora con i suoi lavoratori, «deve essere prima di tutto un lavoratore, se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro non sarà un buon imprenditore», dice il Papa mentre dalla folla sottolineano con il grido «Grande!» l’apprezzamento per le sue parole. Il vero imprenditore, continua Francesco, non licenzia per il gusto di licenziare, ma cerca tutti i modi per risolvere i problemi della sua gente. «Chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando gente non è un buon imprenditore, è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria».  Al contrario, «lo speculatore è una figura simile a quella che nel Vangelo Gesù chiama mercenario per contrapporlo al buon pastore, lo speculatore non ama l’azienda e i lavoratori, usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli crea nessun problema perché lo speculatore usa, mangia lavoratori e mezzi per il suo profitto» E facendo così l’economia perde volto e volti, diventa «spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. Paradossalmente il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro perché crea burocrazia e controlli. Chi è uno speculatore trova il modo per eluderli e così, regolamenti pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti».

 

Cita Einaudi, papa Francesco, il passaggio in cui l’economista e presidente della Repubblica dice: «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi».

 

E cita la Costituzione, l’articolo 1, quello della «Repubblica fondata sul lavoro e quindi togliere il lavoro è anticostituzionale» per rispondere alla domanda di Micaela, rappresentante sindacale  che pone il tema della quarta rivoluzione industriale con la sfida delle nuove tecnologie, quando invece la vera «rivoluzione sarebbe quella di trasformare la parola lavoro in una forma concreta di riscatto sociale».

 

Il Papa gioca sulle parole «riscatto sociale e ricatto sociale» ricordando i casi dei lavoratori costretti a lavorare 11 ore al giorno per una paga bassa, «tanto se non ti sta bene c’è la fila dietro di te», e parla del lavoro che dà dignità, «lavoro, non soltanto reddito». E insiste sulla dignità, sul fatto che andare in pensione a 35, 40 anni non è una soluzione, che avere un reddito senza lavoro non è dignitoso. «Ci sono giovani che crescono senza dignità perché non sono unti dal lavoro che è quello che dà dignità e questo è un’ipoteca negativa sul futuro». Francesco continua: «Un assegno statale, mensile che ti fa portare avanti la famiglia non risolve il problema, perché ti dà reddito, ma non ti dà dignità».

 

Ancora, Francesco risponde alla domanda di Sergio, un lavoratore che pone il tema della competitività e della carriera, «visione che», spiega il Papa, «va cambiata», così come va cambiata l’idea «della meritocrazia che finisce per essere una ideologia, il nuovo capitalismo utilizza la meritocrazia per aumentare le disuguaglianza guardando al talento come merito e non come dono».

 

In questa visione, secondo Francesco, «il povero è considerato un de-meritevole e dunque un colpevole e se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa». Ricorda la parabola del figliol prodigo e con il figlio maggiore «che disprezza il fratello minore e pensa che debba rimanere un fallito perché se lo è meritato. Invece il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci».

 

E infine a Vittoria, disoccupata, che vede le istituzioni «lontane e matrigne» il Papa ricorda il paradosso della «compresenza di una crescente quota di persone che vorrebbero lavorare e non ci riescono e una quota di persone che vorrebbe lavorare di meno ma non ci riesce e che non ha confine tra vita privata e lavoro». Negozi aperti 24 ore al giorno per tutta la settimana dove il lavoratore non può festeggiare la domenica  e chi non ha lavoro è triste «perché non ha il lavoro del lunedì». «Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, senza ritrovare questo non ritroveremo un nuovo rapporto del lavoro e continueremo a sognare il consumo di puro piacere, il lavoro è il centro di ogni patto sociale, non strumento di consumo. Ci sono i diritti, c’è la dignità, se svendiamo il lavoro al consumo con il lavoro svendiamo anche le sue parole sorelle, la dignità, il rispetto, l’onore la libertà».

 

Al termine l'invocazione dello Spirito Santo, con il Veni creator recitato all'interno della fabbrica, perché, spiega il Papa, «il lavoro va anche pregato».

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