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Il Papa al Te Deum: «Via la corruzione da Roma»

31/12/2014  Occorre difendere i poveri e non difendersi da essi, servire gli ultimi e non servirsene. Il Papa condanna gli scandali della capitale e chiede a tutti un esame di coscienza per scegliere di liberarsi dalla schiavitù della mondanità.

Ringraziare e chedere perdono. Chiedere la grazia di vivere da liberi e non da schiavi. Papa Francesco, nell'omelia per i vespri di fine anno, parla «degli scandali di corruzione venuti alla luce nelle ultime settimane nella città di Roma» e chiede «un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale dove i poveri, i deboli, gli emarginati siano al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano».
Al termine dell'anno un vero esame di coscienza personale e comunitario deve portarci ad avere il «coraggio per dire che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, servire i deboli e non servirsi dei deboli».
Il Papa fa esplicito riferimento alle vicende dell'inchiesta su Mafia Capitale e insiste sulla centralità dei poveri e dei deboli come ricchezza per la chiesa e per la società. Cita San Lorenzo che portò proprio i poveri davanti a coloro che gli chiedevano di mostrare i tesori della Chiesa e spiega che «quando in una città i poveri e i deboli sono curati e aiutati a migliorare la propria vita si rivelano un tesoro per la Chiesa e per la società. Invece, quando una società ignora i poveri, li perseguita, li costringe a "mafiarsi", quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e preferisce le cipolle della schiavitù, della schiavitù del suo egoismo. E quella società cessa di essere cristiana».
Nella omelia, più lunga del solito, il Papa ritorna su un tema che gli è caro, quella dellla nostalgia della schiavitù.  Non fa il nome di Benigni, ma parla di un «grande attore italiano che qualche sera fa diceva che per il Signore fu più facile togliere gli israeliti dall’Egitto che togliere l’Egitto dal cuore degli israeliti. Gli israeliti erano stati sì liberati materialmente, ma durante la marcia nel deserto, cominciarono a provare nostalgia dell’Egitto quando mangiavano cipolle e aglio. Dimenticavano che in Egitto mangiavano bene, ma al tavolo della schiavitù». Una schiavitù seducente, che si annida anche nelle nostre tavole «perché è apparentemente più rassicurante. Come ci piace essere ingabbiati da tanti fuochi d’artificio apparentemente belli, ma che durano pochi istanti. Questo è il regno, il fascino del momento», spiega Francesco.
E, nell'esame di coscienza, il Papa chiede a ciascuno di chiedersi come vive la propria vita, se da libero o da schiavo, se viviamo da figli di Dio o «secondo la logica mondana, corrotta, facendo quello che il diavolo ci fa credere sia il nostro interesse. Esiste sempre, nel nostro cammino esistenziale una tendenza a resistere alla liberazione, abbiamo paura della libertà e, paradossalemtne preferiamo, più o meno inconsapevolmente, la schiavitù. La libertà ci spaventa perché ci pone davanti al tempo e di fronte alla responsabilità di viverlo bene, la schiavitù invece riduce il tempo a momenti, ci impedisce di vivere realmente il presente perché lo svuota del passato e lo chiude al futuro. La schiavitù ci fa credere che non possiamo sperare, volare, sognare».
E ai romani, lui che torna a definirisi "vescovo di Roma", chiede una responsabilità in più: «
Il nostro vivere a Roma», dice Bergoglio, «significa abitare nella città eterna, far parte della Chiesa fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Anche di questo ringraziamo il Signore, ma al tempo stesso questo rappresenta una grande responsabilità. Gesù ha detto: "a  chiunque è stato dato molto molto verrà chiesto". Domandiamoci, in questa città, in questa comunità ecclesiale, se siamo liberi o schiavi, se siamo sale e lievito, o se siamo spenti, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi». Per poter chiedere perdono e chiedere la grazia di poter riparare i danni fatti.

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