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giovedì 02 dicembre 2021
 
Lirica
 

Pappano e quel megalomane di Berlioz

07/04/2014  Il direttore, per la prima volta alla Scala con un'opera, presenta "Les Troyens": un capolavoro che narra la nascita dell'Italia.

Hector Berlioz era un megalomane. Autore straordinario, ci ha lasciato una delle più visionarie e magiche sinfonie della storia: la Fantastica. Nato nel 1803, scoprì la musica da bambino grazie ad un flauto ed ad una chitarra: ma fu un autodidatta. Solo abbandonando contro la volontà del padre gli studi di medicina intrapresi a Parigi potè iscriversi al Conservatorio. Tutto per lui era e doveva essere immenso: faceva sfilare centinaia di strumentisti per le strade, componeva pagine sacre per cori giganteschi, opere rutilanti, fu amico di Paganini, Liszt, Chopin, viaggiò per tutta Europa ed investì fortune nella musica, vantandosi di riscuotere successi plebiscitari.

Ad Hector Berlioz non poteva sfuggire il più monumentale dei generi letterari: l’epica. E con Les Troyens (I Troiani) volle rendere omaggio all’Eneide ed a Virgilio. Senza badare a spese e lunghezze. L’opera di cinque ore finì con l’essere spezzettata e tagliata. Ma ora giunge alla Scala in una versione pressoché integrale per la regia di David McVicar.

E’ un evento. Anche perché a dirigerla è Antonio Pappano. “Quel che mi colpisce di questa partitura sterminata è il punto di arrivo: la nascita dell’Italia. Che è sempre presente in ogni scena dell’opera”. Ma Pappano, presentando l’opera agli Amici della Scala con lo slancio e l’entusiasmo che lo caratterizzano e canticchiando in assenza del pianoforte l’incipit, la definisce “un capolavoro nel quale il fluire della musica è continuo. C’è tutto: l’amore, la tensione, ci sono gli effetti orchestrali più raffinati creati da uno dei più grandi maestri dell’orchestrazione, c’è il canto lirico, ci sono i fantasmi che appaiono e soprattutto il coro. Ed il lavoro col coro di preparazione deve essere accuratissimo. Perché non si tratta solo di una presenza costante in scena, ma di una voce che deve comprendere, interpretare comunicare al pubblico l’emozione della scena”.

Ma nell’edizione scaligera de Les Troyens realizzata in coproduzione con il Covent Garden di Londra (del quale Pappano è direttore musicale) in scena dall’8 al 30 aprile (un tour de force anche per il pubblico con orario di inizio alle 17 e 30) colpisce la presenza nel ruolo di Enea di Gregory Kunde, 60 anni, che senza essere megalomane come Berlioz, certo si fa notare.

Per meriti artistici ovvio. Kunde infatti oltre ad essere un grande tenore è anche direttore d’orchestra: sul podio Kunde ha diretto al Festival Donizetti di Bergamo una Maria di Rohan dopo essere stato protagonista vocale del Poliuto e della Gemma di Vergy. Ma fin qui non ci sarebbe nulla di unico: anche Placido Domingo dirige, anche Diego Flores compone. Solo che Kunde è in grado di cantare nell’Otello di Rossini ed in quello di Verdi. In altre parole: di correre i 100 metri e poi di gareggiare nella stessa olimpiade sui 1.500. Alla Scala Kunde-Enea sarà affiancato da Anna Caterina Antonacci e Daniela Barcellona e soprattutto dal Coro diretto da Bruno Casoni, in un impegno davvero improbo per tutti.

Ma Berlioz era così: un genio senza misura. Un genio che, dopo l’esito trionfale della prima esecuzione scaligera nella versione integrale (privilegio a lui non capitato in vita), avrebbe parlato al mondo intero: grazie anche agli applausi entusiasti indirizzati dal pubblico ad ogni inizio d’atto ad Antonio Pappano, direttore senza bacchetta per tutta la durata dell’opera; al successo senza ombre tributato ai 3 protagonisti vocali; alle acclamazioni al coro ed al suo maestro Bruno Casoni. E alle urla di “bravo” che hanno sommerso il direttore alla fine. E questa volta Berlioz avrebbe detto solo la verità!

 
 
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